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Gian Maria Volonté è il Cinema politico italiano - Cinerama 10

Il volto e l'anima del Cinema sociale e politico italiano è Gian Maria Volonté, forse il più grande interprete della nostra storia.

 

Capace come pochi di passare da un ruolo all'altro, l'attore milanese è stato protagonista di molte grandi pellicole nostrane, in un periodo cruciale per la storia del Bel paese anche dal punto di vista cinematografico.

 

Superata l'esperienza del Neorealismo, il Cinema italiano si trova infatti a un bivio, il più classico che ci sia, quello vero o presunto che separa Cinema d'autore e di genere, e decide di imboccare entrambe le strade.

 

Per il Cinema cosiddetto di genere, due sono le linee storiche che si aprono a livello macroscopico, quella della commedia all'italiana e quella di un Cinema socialmente e politicamente impegnato.

 

Nel secondo caso, di nostro interesse, emergono registi come Giuliano Montaldo, Francesco Rosi, Damiano Damiani e, soprattutto, Elio Petri.

 

Quest'ultimo realizzerà quelle che sono, molto probabilmente, le massime espressioni del Cinema politico italiano, e non solo: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, premiato dall'Academy, e La classe operaia va in paradiso, analizzati rispettivamente da Fabrizio Fois e Lorenza Guerra.

 

 

[Gian Maria Volonté con Elio Petri] Volonté

 

In questo articolo, però, non considereremo nessuna di queste opere, abbastanza note al grande pubblico, cercando invece di proporre tre pellicole che possiamo tranquillamente definire minori, vuoi per valore artistico vuoi per diffusione.

 

Il senso di questa operazione non è da ricondurre a un certo tipo di retorica piuttosto diffusa, quella per cui fin troppi film (spesso di genere) diventano dei capolavori dimenticati, a dispetto delle pur parzialmente soggettive analisi di molti critici di mestiere.

 

 

[Gian Maria Volonté nei panni di Lulù Massa]

 

Perché i capolavori dimenticati esistono sì, le perle nascoste ci sono, ma non tutto quello su cui si scrive un pezzo può divenirlo, specie se si trascurano o si piegano alla propria visione i pochi criteri oggettivi osservabili.

 

Saranno prese in esame tre opere sicuramente ottime, con molti punti di forza e qualche elemento negativo, con una sola che forse può ambire a una valutazione più elevata, nel tentativo di mostrare la versatilità espressiva di Gian Maria Volonté.

 

 

 

La prima, uscita nel 1972, è Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio.

 

Ambientato nella Milano contemporanea, con una trama di finzione ricca di elementi inquietantemente verosimili, il film si interessa del ruolo di quella stampa che dovrebbe essere, in democrazia, un agente critico e di controllo.

 

Protagonista è il caporedattore Giancarlo Bizanti, interpretato da Volonté, che dirige il quotidiano reazionario e populista Il Giornale, fittizio.

 

La pellicola si apre con delle riprese documentaristiche e con alcuni tafferugli che interessano la redazione del giornale, in pieno periodo preelettorale.

E subito, con una battuta fulminante, Bizanti chiarisce la propria etica professionale ("questa aggressione cade al momento giusto"), sottintendendo una futura strumentalizzazione politica, in pieno accordo con l'industriale proprietario della testata.

 

Vari passaggi nel corso della pellicola delineeranno ulteriormente il malsano operato della redazione: un titolo come "disperato gesto di un disoccupato" viene definito come una "provocazione" per un "amante dell'ordine" come il lettore tipo del quotidiano, e un vocabolo diretto come "licenziato" è prontamente sostituito da un più vago "rimasto senza lavoro".

 

In mancanza di notizie succulente, poi, Bizanti decide di politicizzare l'uccisione a sfondo sessuale di una studentessa, manipolando furbescamente un tema non "elettorale".

 

Dapprima sceglie di insistere "sulla verginità" (fasulla) della giovane creando un alone morboso, successivamente, a tavolino, rende il sospettato anarchico Mario Boni il "mostro".

 

Il susseguirsi degli eventi rivela anche la relazione tra la testata e le forze dell'ordine, tipicamente conservatrici, che si scambiano favori per fini espressamente politici.

 

 

[Il regista Marco Bellocchio] Volonté Volonté

 

 

Il resto della pellicola segue poi due binari paralleli: uno più investigativo e uno concernente la gestione del giornale.

 

La linea gialla, invero, risulta piuttosto debole, specie vista la facile individuazione del colpevole già nella prima parte del film, e viene risollevata solo dalla nevrotica performance di Laura Betti.

 

Si segnalano comunque episodi interessanti, più presi di per sé che nel complesso, che spesso mostrano gli abusi di potere della Polizia, come nel caso dell'irruzione senza mandato nella sede di Lotta Continua o dell'arresto del presunto omicida Mario.

 

Presunto omicida che Il Giornale, in barba alla presunzione di non colpevolezza (che sembra sconosciuta ancora oggi), non esita a definire "assassino" in prima pagina.

 

Le sequenze meglio riuscite del film, senz'ombra di dubbio, riguardano il funzionamento della testata dall'interno, che presenta diversi risvolti emblematici.

 

Un esempio è il caso in cui Roveda viene inviato ad assistere a una conferenza in un circolo di sinistra e viene solo spintonato, vanificando il già composto titolo "selvaggia aggressione a un nostro cronista".

 

 

[L'attrice Laura Betti] Volonté Volonté Volonté

 

 

Il giovane, pian piano, inizia però a sbrogliare il caso e a rendersi conto della pochezza morale del quotidiano per cui lavora, giungendo a un pesante scontro verbale con Bizanti che, per una volta, vuota il sacco in maniera esplicita:

"La realtà non la raccontiamo obbiettivamente, [...] bisogna essere protagonisti, […] siamo in guerra".

 

Sul finale il redattore scopre poi l'identità del vero omicida e la rivela al proprio capo che decide, dopo aver consultato la proprietà, di insabbiare la questione per aspettare la tornata elettorale e di licenziare il ficcanaso.

 

Il film si chiude poi con una scena emblematica, che grazie a un montaggio di tipo connotativo mostra le acque di un fiumiciattolo improvvisamente riempitesi di rifiuti, inquinate come il funzionamento del quarto potere. 

  

 

[Gian Maria Volonté è il caporedattore Giancarlo Bizanti] Volonté Volonté

 

 

Nell'economia della trama giganteggia la figura di Bizanti, ottimamente caratterizzato da Gian Maria Volonté, che crea una figura indimenticabile.

 

Il caporedattore è un borghese con la erre moscia, milanese, sempre elegantissimo, che col suo sguardo e la sua lingua tagliente rivela una natura cinica e calcolatrice, in netta opposizione con la sua immagine visivamente e istituzionalmente rispettabile, un personaggio che nel complesso è "insieme corrotto e conscio della propria corruzione".

 

Tramite una struttura lineare e una regia oggi un po' datata, Bellocchio sceglie così di creare un quadro il più possibile realistico, forse ispirandosi a un preciso caso di cronaca del tempo, e lancia una precisissima accusa a destra.

 

In tal senso è bene sottolineare, per correttezza, come sia il regista che Gian Maria Volonté siano stati attivi militanti di sinistra, il primo in chiave maoista e il secondo comunista, il che comunque nulla toglie al valore della pellicola.

 

 

 

La seconda pellicola presa in esame è Todo modo, diretta da Elio Petri nel 1976 e basata sull'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, ispiratore di molte opere dell'epoca.

 

Il film è uno dei più controversi della Storia del Cinema italiano, tanto da essere stato spesso accostato a Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, anche da Sciascia:

 

"Todo modo è un film pasoliniano, nel senso che il processo che Pasolini voleva e non poté intentare alla classe dirigente democristiana, oggi è Petri a farlo".

 

E, per inciso, potrebbe non essere casuale la presenza del volto pasoliniano per eccellenza: Franco Citti.

 

Protagonista della pellicola è il Presidente, evidentissima caricatura dell'allora democristiano Presidente del Consiglio Aldo Moro, la cui morte, due anni dopo, contribuirà alla caduta nel dimenticatoio della pellicola, già recepita freddamente all'uscita.

 

Se con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso Petri aveva realizzato delle opere sì complesse ma fruibili dal grande pubblico, qui egli decide di creare un film esasperato sotto tutti i punti di vista.

 

 

[Lo scrittore Leonardo Sciascia] Volonté Volonté

 

 

Consideriamo la forma, innanzitutto.

 

La fotografia del fidato Luigi Kuveiller, in primis, crea un'atmosfera oscura e decadente, con colori spesso spenti e freddi, con un'illuminazione scarsa e artificiosa che crea ombre (anche metaforiche) molto accentuate e contrasti netti.

 

Nel creare questo senso di desolazione, oltre alla colonna sonora di Ennio Morricone, concorre anche l'indimenticabile scenografia creata da Dante Ferretti, che in carriera ha raccolto ben 3 Premi Oscar e 7 nomination (a differenza di un certo René).

 

Per l'hotel-eremo Zafer, dove si svolgono praticamente tutte le vicende di questa "farsa nerissima", egli realizza un complesso sotterraneo indimenticabile, ispirato allo stile brutalista.

 

Il colore dominante è quello impersonale del béton brut, massiccio e votato a una radicale geometricità orizzontale, a cui si sostituisce talvolta del semplice legno.

 

Sono molti gli spazi vuoti, in cui emergono pochissimi arredi, e risaltano particolarmente alcune scelte, come quella di una singolare luce al neon fucsia o di statue religiose alla George Segal, rigorosamente bianche e immacolate, che restituiscono un effetto straniante come quello pensato dal maestro della Pop Art.

 

 

[Lo scenografo Dante Ferretti] Volonté Volonté

 

Nel contesto dello Zafer si svolge la singolarissima trama: una parabola fantapolitica dalla carica satirica sferzante, grottesca e tagliente come poche.

 

Mentre nel resto d'Italia imperversa una non precisata epidemia, i maggiori esponenti del partito di governo, assieme ad alcuni industriali e uomini dalla posizione altolocata, si ritrovano per una tre giorni di esercizi spirituali gesuitici, per fini ben più importanti della salute del Paese.

 

Lo scopo non dichiarato è, sostanzialmente, la spartizione di potere e denaro, a cui si accompagna l'ipocrita tentativo di espiare religiosamente le loro colpe politiche, perché

"Se ciò che è stato rubato agli altri può essere restituito e non viene restituito, la confessione per questo peccato non è valida".

 

È facilissimo riconoscere nel partito rappresentato la Democrazia Cristiana, anche non considerando la parodia di Aldo Moro: si parla di uno schieramento al timone da trent'anni, dalla vocazione atlantista e cattolica (visto che si governa "in nome della fede"), diviso in correnti e in grado di raggruppare personalità politiche d'ogni tipo.

 

È così che, in un'esilarante sequenza in cui i riferimenti alla disposizione spaziale si mischiano con quella politica, il Presidente ammette di confondere "sempre la destra con la sinistra" e un esponente ne accusa un altro dicendo:

"Sei stato persino a destra di Mussolini!".

 

La pellicola si articola attorno alle tre meditazioni guidate da Don Gaetano, impersonato da Marcello Mastroianni: una sul peccato, una sull'inferno e una sulla croce, che fungono da riflessione sul potere.

 

Per il resto ci troviamo di fronte a un gran numero di personaggi macchiettistici, tra cui spicca l'onorevole Voltrano, interpretato da un efficace Ciccio Ingrassia, l'andreottiana figura tratteggiata da Michel Piccoli e un numero spropositato di dialoghi surreali.

 

 

[Marcello Mastroianni è Don Gaetano] Volonté
  

 

Pian piano, poi, le cose iniziano a cambiare, e si apre una serie di efferati e curiosi omicidi che si concluderà solo sul finale, spiazzante.

 

I partecipanti al convegno muoiono uno dopo l'altro e vengono ritrovati in pose molto strane, rendendo necessario l'arrivo del dottor Scalambri, che tenterà invano di scovare il colpevole.

 

In questa linea da giallo, che mantiene la sua vena surreale, si inserisce una delle sequenze più rappresentative del film.

 

Il Presidente cerca infatti di trovare un filo conduttore tra gli omicidi e lo individua negli acronimi delle società appartenenti ai vari personaggi, che starebbero componendo gradualmente la seguente frase di Ignazio di Loyola:

 

"Todo modo para buscar la voluntad divina", ovvero "ogni mezzo per cercare la volontà divina".

 

Egli così decide di radunare i presenti e, a turno, in una scena dal ritmo folle, essi elencano le sigle degli enti che controllano, come il ridicolo "ENPDEPP, [...] Ente Nazionale di Previdenza Degli Enti di Previdenza Parastatali".

  

Nel complesso, in una rosa di personaggi per cui, parafrasando l'onorevole Voltrano, "il comandare è meglio del fottere", si ergono due figure: quelle della fantastica accoppiata Mastroianni-Volonté.

 

Il primo è un prete energico e ipocrita, che lancia diversi strali indiavolati ai politici ma che, in diverse occasioni, rivela una natura molto ambigua, tanto dal punto di vista morale ("sono un prete […] molto cattivo") quanto sessuale.

 

Innanzitutto, rivela come i sacerdoti siano "mezzi uomini e mezze donne" e sul finale, soprattutto, sembra svelare l'esistenza passata di un legame omosessuale con il Presidente.

 

 

[Il Presidente nella suggestiva scenografia] Volonté 

 

Proprio con quest'ultimo, però, Petri sceglie di calcare la mano su questa sfera, partendo dalla recita simil-orgasmica delle preghiere ignaziane e arrivando al complesso rapporto con la moglie Giacinta, interpretata da Mariangela Melato, che viene tenuta nascosta in camera e in relazione alla quale si percepisce una tensione sessuale repressa.

 

Questa sessualità malata, probabilmente figlia della rigidità cattolica, si traduce concretamente in un cancro dalla posizione non del tutto precisata (probabilmente ai testicoli) e si esprime anche via onirica.

 

Il Presidente racconta infatti a Don Gaetano di un sogno durante il quale viene sodomizzato passivamente e in cui

"Come in politica, penso di fare ma poi non agisco, è come un'erezione mancata".

  

L'apporto di Gian Maria Volonté nel creare un personaggio di questo tipo è stato di capitale importanza, anche considerando il passaggio che egli fece per passare da un'interpretazione imitatoria di Moro a una palesemente stilizzata.

 

 

[Mariangela Melato è Giacinta] Volonté Volonté 

 

 

Ci troviamo di fronte un Presidente mite e canuto, dalla voce flebile e calma, apparentemente ingenuo e accomodante ma provvisto, in realtà, di una natura subdola e scaltra.

 

Se in Sbatti il mostro in prima pagina Volonté aveva costruito un ottimo personaggio perlopiù monodimensionale, in cui comunque si coglieva un certo grado di autoconsapevolezza, qui egli costruisce un individuo molto più complesso, diviso tra esteriorità e interiorità.

 

Un uomo che parla sempre in politichese, non sbilanciandosi mai, un politico per il quale è sempre "necessaria una mediazione" e che nasconde, però, un'implacabile bramosia di potere.

 

 

 

Terza e ultima opera da considerare è Io ho paura, uscita nel 1977 e diretta da Damiano Damiani, buon esponente del filone politico poi divenuto regista del famigerato Alex l'ariete

 

Come per il film di Bellocchio, il comparto stilistico rispecchia sostanzialmente le tendenze degli anni '70, e anche la parte narrativa risulta piuttosto lineare.

 

La pellicola racconta la vicenda dell'umile brigadiere Ludovico Graziano, impersonato da Gian Maria Volonté, che fa parte delle forze dell'ordine ma certamente non è un cittadino al di sopra di ogni sospetto, non è un "Superman".

 

Volonté dà infatti vita a un uomo comune di mezza età, di origine meridionale, un po' rozzo e venale, che compie il suo dovere senza farsi trascinare troppo dal clima politico di quegli anni:

"Ho picchiato, ho picchiato alle manifestazioni […] ma ho anche preso".

 

Subito Graziano viene incaricato di scortare il giudice Cancedda, impersonato dal bergmaniano Erland Josephson, uomo retto e integerrimo.

 

Durante un caso come un altro il giudice scopre, imbeccato da Graziano, il pericoloso rapporto che intercorre tra certi esponenti dei servizi segreti deviati e alcune organizzazioni terroristiche, implicate in diversi attentati sui treni.

 

Il discorso di fondo, che pure diegeticamente riguarda un gruppo rosso, è evidentemente rivolto al terrorismo tout court, come evidenzia più volte il magistrato:

"La politica non ha nessunissima relazione col procedimento".

  

 

[L'attore svedese Erland JosephsonVolonté Volonté

 


Cancedda, nel tentativo di sbrogliare la matassa, si trova in difficoltà, deciso a non interloquire con la polizia per il timore di "infiltrazioni politiche".

 

Sceglie quindi di andare avanti a testa bassa, compiendo diverse azioni al limite della legalità in nome di una "giustizia superiore", senza però ricevere un gran supporto da parte di Graziano, spaventato dall'eventuale coinvolgimento in affari troppo loschi.

  

A metà del film, dopo circa un'ora, le carte in tavola vengono però rimescolate: un sicario uccide Cancedda e ferisce Graziano, che si salva fingendosi morto.

 

Il brigadiere, dopo un periodo di convalescenza, viene assegnato al giudice Moser, interpretato da Mario Adorf, che raccoglie il caso del suo predecessore ma non viene informato da Graziano riguardo i vari sviluppi non-istituzionali.

A un certo punto, però, quest'ultimo assiste ad alcuni eventi che già aveva vissuto con Cancedda, e, confuso, decide di rivelare al nuovo magistrato ciò che sa.

 

Scopriremo solo in un secondo momento, con sorpresa, che Moser è in combutta coi servizi segreti e pianifica di uccidere Graziano, che sa troppo ma che, dubbioso, ha piazzato una cimice a casa del giudice.

 

Conoscendo in anticipo le mosse degli avversari, riesce quindi ad uccidere il colluso Colonnello Ruiz e spezza la linea di comunicazione col killer tedesco assoldato da quest'ultimo, deviandolo fatalmente su Moser.

 

 

[L'attore svizzero Mario AdorfVolonté Volonté Volonté

 

Sul finale, uno scosso Graziano decide di chiedere aiuto al proprio superiore, ma i lunghi tentacoli degli apparati statali deviati, che tutto vedono e tutto sentono, agiscono ancora una volta, rendendo un film già nero ancora più nero, lasciando lo spettatore con l'amaro in bocca.

 

La pellicola, in ultima analisi, è un thriller impegnato parecchio atipico, che riesce a tenere in gran parte un buon ritmo, ben commentato dalla colonna sonora di Riz Ortolani.

Senza scendere in dettagli tecnici e con una trama non troppo complessa, si mostra uno Stato corrotto fino ai massimi livelli, uno Stato che pure un fedele dipendente come Graziano decide di sfiduciare.

 

Non si scorge nessun momento di speranza e regna sovrano, specie a posteriori, un profondo nichilismo, specchio di un'Italia che un anno dopo avrebbe toccato il fondo del barile.

  

Queste sono dunque tre opere tra le molte che, tanto per cambiare, hanno mostrato delle grandi interpretazioni di Gian Maria Volonté, che sia come attore sia come uomo è sempre stato politicamente schierato, servendo come consigliere regionale del Lazio per sei mesi e sfiorando poi l'entrata in Parlamento.

 

Ringrazio Alessandro Veronesi per la scelta dell'argomento, che ho inevitabilmente circoscritto, e vi ricordo che ciò avviene ogni due settimane sul gruppo Facebook Cinefactsers!

 

Cinerama Out.

 

[La copertina di questo articolo è di Drenny DeVito ©CineFacts.it]

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1 commento

Imya Familia

1 mese fa

Nice!

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