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Flee - Recensione: essere gli stranieri del mondo - Biografilm Festival 2021

La 17esima edizione del Biografilm Festival ha continuato a regalare numerosi documentari giorno dopo giorno e dopo avervi raccontato i retroscena di Venezia '77 con Il coraggio del leone e aver discusso del mondo del gaming con Game of the year, oggi Hey, Doc! vi accompagna alla scoperta del nuovo film del regista Jonas Poher Rasmussen, il documentario di animazione Flee.

 

Come sempre, il Biografilm Festival accoglie film che trattano i temi più vari: in questa edizione si è spaziato dalle rivolte sociali contro il governo dittatoriale bielorusso (Courage, di Aliaksei Paluyan) alla questione della pena di morte (A declaration of love, di Marco Speroni); dall'esercito curdo femminile che lotta contro l'oppressione delle donne (The other side of the river, di Antonia Kilian) ai rapporti tra italiani e ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale (Dove danzeremo domani?, di Audrey Gordon).

 

Ma non solo varietà di temi, bensì anche di tecniche narrative e Flee ne è la prova.


[Il trailer del documentario Flee]

 

 

Negli ultimi anni sono sempre più i registi che si servono delle più disparate tecniche di animazione e le introducono nei loro documentari.

Con A love song for Latasha - film candidato all'Oscar per Miglior corto documentario 2021- la regista Sophia Nahli Allison ci ha dato prova di quanto, a volte, alcune scene animate risultino più potenti rispetto a quelle girate riprendendo persone in carne e ossa grazie alla possibilità di giocare con colori e effetti grafici che riescono a trasmetterci tutto un ventaglio di emozioni in maniera estremamente diretta.

Lo stesso valore aggiunto dall'animazione a un film si può riscontrare nell'avvincente Cold Case Hammarskjöld, documentario di quel folle, scriteriato regista che è Mads Brügger, un uomo che l'istinto di sopravvivenza non sa cosa sia e che, film dopo film, riesce a invischiarsi in indagini per cui nessuno sano di mente si spingerebbe fin dove fa lui.

 

E che dire di quel gioiellino di Ancora un giorno, doc integralmente animato e diretto da Raúl De La Fuente e Damian Nenow, basato sull'omonimo libro che il giornalista polacco Ryszard Kapuściński scrisse durante la sua permanza in Angola per testimoniare la guerra civile?

 

Uno splendido connubio tra il genere Documentario e quello dell'Animazione.

 

 

[Un frame dal documentario Ancora un giorno]

 

 

Flee racconta la vita di Amin, ricercatore accademico di successo che vive attualmente in Danimarca con colui che sarà a breve suo marito e a cui, però, non ha mai raccontato la vera storia della sua vita.

Sempre molto evasivo riguardo al suo passato, Amin non si è mai sentito libero di mostrarsi per quello che è, di confidare a qualcuno le sue origini a causa di veri e propri traumi subiti durante l'infanzia e l'adolescenza: la paura che tutto ciò che era riuscito a superare potesse improvvisamente tornare a aggredirlo, rovinando la vita che si era costruito con gran fatica fino a quel momento, ha finito per ostacolare la naturale necessità di instaurare rapporti umani.

 

Trovatosi però di fronte a un importante svolta nella sua vita, il matrimonio, il protagonista di Flee decide che è arrivato il momento di esporre alla luce del sole tutta la verità, di affrontare i suoi fantasmi, aprendosi con il suo migliore amico Jonas, il regista stesso.

 

[Un frame di Flee che ritrae Amin da bambino mentre passeggia per le strade di Kabul]

 

 

Veniamo così catapultati nell'Afghanistan degli anni '80, nella città natale in cui Amin viveva insieme alla sua numerosa famiglia: un'assolata Kabul dagli accoglienti colori.

 

Tra una partita a pallavolo, passeggiate per le strade della città con le cuffiette del walkman sulle orecchie e i baci premurosi della mamma, Amin trascorreva felicemente i suoi giorni a Kabul, ma questa serenità avrebbe avuto vita breve a causa della guerra sovietico-afghana che sempre più stava sconvolgendo la vita dei cittadini della capitale.

 

Proprio per le sempre più frequenti guerriglie interne alla città e per la violenza dei mujahidin contro i civili, la famiglia del protagonista è costretta a abbandonare la propria casa e a fuggire all'insegna di un paese più sicuro che permetta di vivere una vita più dignitosa, serena e, magari, di accoglierli come rifugiati.

 

 

[Uno dei terribili viaggi a cui è costretto il protagonista di Flee]

 

 

E' così che per tutti i famigliari di Amin iniziano pericolosi viaggi clandestini verso la Russia, la Svezia, la Danimarca: nessuna certezza non solo di arrivare alla meta, ma anche di sopravvivere ai viaggi stessi durante i quali le persone venivano trattate alla stregua di bestie.

 

Più la preoccupazione del piccolo Amin cresce, più nel film le tinte iniziano a diventare fredde, la cattiveria e la paura assumono sembianze antropomorfe dai contorni spessi e sfocati, per niente definiti.

I colori vanno piano piano scomparendo fino a quando ci troviamo a osservare scene in bianco e nero e disegni dai tratti violenti.

 

L'animazione è funzionale nel trasmetterci i sentimenti del protagonista: la transizione dalle tinte calde a quelle fredde sottintende una realtà che non è e non sarà più il sicuro focolare domestico ma che virerà sempre più verso una triste solitudine, una forzata lontananza dai propri affetti e l'indifferenza altrui.

 

 

 

 

Narrato come fosse una lunghissima seduta tra uno psicologo e il suo paziente , Flee ci fa viaggiare nel tempo portandoci dal presente - con un Amin adulto e molto sicuro di sé - al passato in cui il protagonista era costantemente assalito da dubbi e timori per un futuro che, ai suoi occhi, era impossibile da mettere a fuoco.

 

Come si può pensare di mettere le radici in un luogo, di farlo proprio, senza almeno concedere una piccola parte di sé a esso e alle persone che lo animano?

 

Amin è costretto a convivere con l'impossibilità di fidarsi di una qualunque persona, da chi gestiva il traffico umano - durante quei viaggi della speranza - fino alle forze dell'ordine, pedine di un intero sistema marcio e corrotto.

Amin subisce la difficoltà di costruire delle solide relazioni affettive a causa del non poter parlare apertamente di sé e della sua famiglia, al fine di rimanere al sicuro.

Tutto ciò è stato come aver iniziato un viaggio e aver continuato a vagare, per anni, senza mai raggiungere la meta.

 

Amin è un profugo che non trova rifugio, geograficamente ed emozionalmente parlando.

 

Un'anima che continua a errare, persa, la cui paura e la cui sfiducia iniziano a interagire con il mondo circostante, distorcendolo, facendolo sentire perennemente lontano da un'idea di casa, dalla sensazione dello stare a casa.

 

 

[Amin inizia a familiarizzare con le forze dell'ordine russe in una scena di Flee]

 

 

In Flee, la scelta di usare l'animazione per quasi tutto il documentario (fatta eccezione per brevissimi filmati di repertorio) risulta perfetta per dare largo respiro alla dimensione emotiva del protagonista e permettere così allo spettatore di entrare in sintonia con lui, nonostante non abbia mai affrontato certe terribili esperienze sulla propria pelle.

Il documentario di Jonas Poher Rasmussen - che inizialmente doveva essere presentato al mai svoltosi Festival di Cannes 2020 - è stato proiettato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2021 vincendo il Grand Jury Prize nella sezione World Cinema Documentary e ricevendo il plauso della regista Kim Longinotto (Shooting the mafia), parte della giuria del festival.

 

Proiettato in anteprima italiana al Biografilm Festival 2021, Flee si è aggiudicato il Best Film Award nella sezione Concorso internazionale.

 

 

[Jonas Poher Rasmussen, regista di Flee]

 

 

Al termine della proiezione di Flee, il regista si è trattenuto con il pubblico in sala per rispondere a alcune domande.

Una dei membri della sede bolognese di Refugees Welcome Italia ha rotto il ghiaccio chiedendo:

 

Flee ci mette davanti agli aspetti psicologici della questione dei rifugiati, a tutto quello che comporta cambiare paese, identità…
Di queste cose si parla davvero troppo poco ma è anche difficile affrontarle: pensa che avrebbe voluto comunque girare un film del genere anche senza essere così amico del protagonista?

 

La motivazione è sicuramente, prima di tutto, che siamo amici: ci conosciamo da 25 anni.

Sapevo che il mio amico aveva una storia da raccontare, una storia importante, e più volte gli ho chiesto se si sentisse pronto a farlo.

Non lo è stato realmente fino a ora.

 

Non so che tipo di storia avrei potuto raccontare se non ci fosse stato lui.

Sicuramente Flee è stato possibile grazie alla profonda amicizia e alla vicinanza tra noi.

 

E’ stata la prima volta che ha affrontato la tematica dei rifugiati?

 

E' una storia che riguarda i profughi, i rifugiati, però per me Flee è anche un film che parla del concetto di casa, di dove noi ci sentiamo a casa, del luogo in cui ci sentiamo liberi di essere così come siamo, di dimostrare il nostro "vero io" e la nostra identità.

 

Indubbiamente il tema dei profughi e dei rifugiati è un tema molto importante, ma ciascuno di noi ha in comune con loro questa lotta per trovare il proprio posto nel mondo.

 

 

flee flee flee
 

Una spettatrice, rivolgendosi al regista, ha domandato: 

 

Secondo lei nel Cinema europeo c'è posto per raccontare queste storie, è il momento opportuno?

Siamo forse un po’ più vicini a una fase in cui quelli che oggi consideriamo subalterni diventeranno protagonisti, cioè magari da protagonisti dei film diventeranno registi?

 

Ritengo che ci sia uno spazio che si sta aprendo per offrire sempre più la possibilità di una narrazione di storie da parte di minoranze.

 

Ma l'essenziale in questo spazio è mostrare che, malgrado le differenze che possono esistere nelle culture o nelle sessualità delle persone, abbiamo un fondo che ci rende tutti molto simili gli uni agli altri e se queste storie e continueranno a risuonare, in molti di noi, allora, ci sarà sempre lo spazio perché possano essere raccontate.

 

In chiusura, la moderatrice dell’incontro:

 

Ho letto che hai anche una grande esperienza come regista radiofonico e il tuo lavoro ti ha aiutato nell'elaborare la storia di Amin prima di scrivere la sceneggiatura.
Mi piacerebbe se raccontassi il processo di elaborazione della storia e cosa ti ha portato a decidere perché usare l'animazione.

 

Sì, è vero che io ho un background come autore radiofonico, regista radiofonico, e devo dire che la tecnica che ho appreso per la radio l'ho applicata per la realizzazione di Flee.

 

Quando si ha a che vedere con una redazione radiofonica non c'è, ovviamente, un'immagine di supporto.

 

Così, quello che ho sempre fatto è stato chiedere alle persone che intervistavo di dipingere un'immagine con le parole e per farlo chiedevo loro di sdraiarsi e di parlare in un tempo presente di se stessi e delle loro esperienze: la stessa cosa l'ho fatta con Amin.

 



Rimembro perfettamente il primo ricordo che ha evocato.

 

E’ stato quello di quando si è trovato in compagnia dei fratelli e delle sorelle, a parlare del padre, in un giardino.

A quel punto gli ho chiesto come lo vedesse questo giardino nella sua memoria, quali piante ci fossero, quanto fosse grande…

 

Tutti questi dettagli sono stati senz'altro di aiuto all’animazione e l’animazione gli ha dato la possibilità di rivivere il suo passato, di raccontarlo, proponendo a tutti noi un viaggio per rivivere quella sua realtà e tutto quello che ha vissuto nel suo paese d'origine.

 

_________

 

Flee verrà prossimamente distribuito in Italia da I Wonder Pictures e tutti noi di Hey, Doc! siamo concordi nel pensare che dovreste tutti farvi un favore andando a godervelo in sala!

 

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