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#Hey,Doc!

Sebastião Salgado, Vivian Maier, Gregory Crewdson, Letizia Battaglia: quattro fotografi per quattro documentari

Il Documentario arriva a spingersi in ambiti così tanto di nicchia che era impossibile non si fosse mai interessato a quello della Fotografia: un mondo così vasto, dalle mille sfaccettature, così pieno di grandi nomi ed eventi che questo genere ci si è proprio sbizzarrito.

 

 

Oggi Hey, Doc! vi suggerisce quattro documentari che parlano di quattro grandi fotografi dai diversissimi stili e per cui la fotografia ha avuto un significato altrettanto differente.

 

Iniziamo.

Dite "Cheeese!"

 

La Fotografia è parte fondamentale della vita di tutte le nostre giornate.

 

"Ma io e la macchina fotografica, in realtà... non è che tutto 'sto rapporto..." dirà qualcuno.

 

 

Da quando abbiamo aperto le palpebre per la prima volta fino a quando non le chiuderemo per sempre, inquadriamo questo mondo in campo visivo che resterà sempre lo stesso. 

 

 

[James Stewart ne La Finestra sul Cortile, film del 1954 diretto da Alfred Hitchcock]

 

 

Ognuno di noi, inoltre, nasce con una certa sensibilità alla percezione dei colori: c'è chi ne percepisce più o meno sfumature, chi inverte il rosso con il verde, persone per cui i colori non hanno per niente significato perché nate con acromatopsia.

 

Nasciamo e quello è il momento zero in cui inziamo inconsciamente ad avere una certa percezione del mondo, quanto di più soggettivo possa esserci, ma tutto all'inizio ci sembra una visione oggettiva dell'ambiente esterno.

 

Iniziamo a fotografare con i nostri occhi tutto ciò che ci circonda, sperimentiamo colori e temperature ad essi connesse, movimenti e gesti, nostri e degli altri, che se percepiti più o meno a fuoco hanno un significato diverso.

 

 

[Frame da Quando Eravamo Fratelli, titolo originale We the Animals, regia di Jeremiah Zagar, 2018]

 

Fino a quando non capiamo che il mondo che abbiamo sempre creduto essere lo stesso per tutti, tale non è.

 

Se siamo particolarmente fortunati cresciamo capendo anche che il nostro mondo non è migliore di quello di chi ci è accanto, è solo diverso.

E sono tutti preziosi.

 

In base alla latitudine del posto in cui viviamo, dipendentemente dal fatto che siamo più mattinieri o più animali notturni, in base alla nostra propensione a vivere di più ambienti all'aria aperta o luoghi chiusi, svilupperemo un modo tutto personale di percepire e dunque di presentare agli altri questo meraviglioso mondo.

Il nostro mondo.

 

Ecco da dove nasce la fotografia: è il desiderio di voler mostrare un pezzo di vita con i propri occhi.

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Il Sale della Terra

The Salt of the Earth - Wim Wenders, 2014

 

Non tutti capiscono da subito qual è la propria strada.

 

È il caso di Sebastião Salgado, economista brasiliano che grazie alla moglie Lélia ha iniziato ad appassionarsi alla fotografia e alla fine è diventato così bravo che Wim Wenders (Il Cielo Sopra Berlino, Così Lontano Così Vicino) ha deciso di renderlo protagonista del suo bellissimo Il Sale della Terra.

 

Guardando questo documentario capiamo com'è nata la passione di Sebastião Salgado per la fotografia, un percorso di calma e pazienza e, soprattutto, cosa significa per lui l'intimo atto dello scatto:

 

"Il linguaggio fotografico è un linguaggio formale, legato all’estetica.

Certamente, se le mie fotografie arrivano ad essere esposte in un museo vuol dire che hanno anche un valore estetico che le contraddistingue, ma non voglio assolutamente che queste siano lette come delle opere d’arte.

 

Infatti non nascono per essere oggetto d’arte ma come un insieme di immagini per informare, per provocare discussioni, dibattiti."

 

 

 

 

E come il bravo giornalista espone i fatti senza promuovere il suo punto di vista in maniera prepotente, senza essere invadente nella narrazione, così Salgado racconta con le sue fotografie: il suo caratteristico bianco e nero è appositamente scelto così da offrire all'osservatore qualcosa di incompiuto, perché possa dipingerlo lui stesso con i colori del suo personale vissuto.

 

Wim Wenders ci accompagna mostrandoci da vicino Sebastião Salgado e le sue avventure in giro per il pianeta.

 

 

[Wim Wenders e Lélia Wanick Salgado in uno scatto di Sebastião Salgado]

 

Africa, America, Antartide, Asia.

 

Una trentina di viaggi, circa otto anni di lavoro, un'immensa opera fotografica: Genesi.

 

Le fotografie di Salgado presenti in Genesi, e il documentario di Wenders di conseguenza, ci regalano la possibilità di conoscere realtà completamente diverse dalla nostra, luoghi remoti che, diversamente, per la maggior parte di noi sarebbero impossibili da scoprire.


Ed è vero che nell'epoca di internet abbiamo tutto a portata di click, ma qui c'è dell'altro:

 

"Mi sono accovacciato e ho camminato alla sua stessa altezza, con le mani e le ginocchia per terra.

Da quel momento la tartaruga non è più fuggita, così ho potuto iniziare a fotografarla.

Mi ci è voluta una giornata intera per avvicinarla.

Tutta una giornata per farle capire che rispettavo il suo territorio."

 

Bello lo Street View di Google Maps, ma le tartarughe non si vedono.

 

Per lo meno non dalla stessa altezza alla quale le ha viste Salgado.

 

 

 

 

Tribù della foresta amazzonica con pelle dipinta e fiori nei capelli, intere popolazioni di pinguini in Antartide, le imponenti montagne asiatiche e gli sconfinati deserti africani con elfanti, zebre e persone che lo attraversano per sopravvivere.

 

Il Sale della Terra ci mostra come, per Sebastião Salgado, la fotografia sia testimonianze del mondo, invito a rispettare la Terra e a considerare la diversità come un qualcosa di prezioso. 

 

 

 

 

La riuscitissima collaborazione tra il fotografo e il regista rende questo documentario un'opera la cui visione non puà mancare a chi ama la fotografia, i viaggi, l'antropologia. 

 

Critica entusiasta, diversi premi tra cui il Premio César 2015 come Miglior Documentario e, nello stesso anno, nomination per l'Oscar al Miglior Documentario (vinto quell'anno dall'imperdibile Citizenfour di Laura Poitras) e per il David di Donatello al Miglior Film Straniero.

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Alla Ricerca di Vivian Maier

Finding Vivian Maier - John Maloof e Charlie Siskel, 2013

 

Immmaginate di partecipare ad un'asta e fare un'offerta per un'enorme cassa senza conoscerne il contenuto, così, solo perché siete delle persone curiose.

 

Immaginate di vincere l'asta, aggiudicarvi la cassa e, aprendola, trovarci dentro una montagna di rullini non sviluppati.

 

Ora, in molti forse rimarrebbero delusi da un contenuto del genere, ma non è il caso del regista John Maloof che nel 2007 decide di iniziare a sviluppare alcuni dei rullini trovati.

 

 

[ll contenuto della cassa vinta all'asta dal regista John Maloof]

 

 

Osservando lo stile delle fotografie sviluppate, Maloof si rende conto di essersi appropriato di migliaia e migliaia di scatti fatti molto probabilmente da un'unica persona.

 

Continua a sviluppare rullini e intanto inizia una vera e propria indagine su chi possa essere l'autore di quell'opera immensa. 

 

 



Scatti a mezzo busto di persone che non guardano mai in camera ma leggermente verso l'alto, quasi come se non si rendessero conto di avere un obiettivo puntato contro.

 

La scoperta, alla fine, è un'identità che il regista non si sarebbe mai aspettato.

 

Se Alla Ricerca di Vivian Maier è arrivato al pubblico è merito di una campagna di fundraising. 

 

 

 

 
Grazie ai finanziamenti iniziali è stato possibile realizzare questo documentario che, dopo essere stato presentato al Toronto International Film Festival 2013 ed essere stato accolto positivamente dalla critica, nel 2015 ha anche ricevuto la nomination per l'Oscar al Miglior Documentario (già, anche lui oltre a Il Sale della Terra... ce n'erano di appassionati di fotografia nell'Academy quell'anno!).
 
Bel documentario che ci dà anche modo di pensare che a volte, nella nostra vita, sarebbe il caso di osare un po' di più facendo prendere aria al sogno che abbiamo nel cassetto, provando a realizzarlo e... a svilupparlo!
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L'Istante Perfetto - Il Mondo di Gregory Crewdson
Gregory Crewdson: Brief Encounters - Ben Shapiro, 2012
 
Se siete dei Cinefacters provetti, vi ricorderete di questo nome perché citato dal fotografo Pietro Baroni nella puntata n° 36 del nostro podcast.
 
Con questo documentario, il regista Ben Shapiro ci mostra quanto la figura di Gregory Crewdson sia al limite tra quella di un fotografo e quella di un direttore della fotografia abituato ai set cinematografici.
 
Gregory Crewdson è certamente un fotografo in quanto, del resto le sue opere finali sono fotografie.
 
Ma dove mai si è visto un fotografo che lavora con escavatori, gru, che blocca strade e quartieri interi, che riempie case di terra e fiori o le rende piscine?
Per un singolo scatto.
 
 
[Gregory Crewdson vuole fotografare una casa in mezzo alla strada? E che problema c'è...]
 
 
Tutto perché è lì che deve scattare, in quell'esatto luogo e con quella precisa luce.
 
Perché deve scattare ciò che ha immaginato nella sua mente, che ha sognato.
 
Se Gregory Crewdson ha in mente di riportare in vita ciò che Morfeo gli ha suggerito, state certi che ci riuscirà ad ogni costo... e c'è da dire che, guardando i veri e propri set che mette su per i suoi lavori, il costo non sembra essere un problema che lo riguarda!
 
 
 
 
L'Istante Perfetto - Il Mondo di Gregory Crewdson smonta l'idea dell'opera d'arte come risultato di un fulmineo raptus creativo e ci mostra come, a volte, la perfezione sia per l'artista un fondamento imprescindibile senza cui l'opera nascente non potrà vedere la luce.
 
E questa perfezione va conseguita anche se gli sforzi rischiesti dovessero sembrare sproporzionati.
 
"To me, the most powerful moment in the whole process is when everything comes together and, for that instance, my life makes sense."
 
"Per me, il momento più potente dell'intero processo è quando tutto si riunisce e, in quel momento, la mia vita ha senso."
___________________________
 
 
 
Shooting the Mafia
id. - Kim Longinotto, 2019
 
Quando la fotografia è pura, aspra critica sociale e politica, è facile che si abbia a che fare con qualcosa che disturba e fa storcere il naso a chi occupa i piani alti senza meritarselo o esserne degno, e che inizia a vedere di cattivo occhio chi c'è dietro l'obiettivo.
 
Se poi aggiungete che la persona in questione è una fotografa e giornalista siciliana che a metà degli anni '70, durante gli anni di piombo, documenta l'egemonia spavalda della mafia, in particolare della famiglia dei Corleone, in una Palermo silenziosamente (ma non troppo) corrotta, ecco che sbuca il coloratissimo caschetto caratteristico della grande Letizia Battaglia.
 
 
 
Altro esempio di chi la macchina fotografica non l'ha presa in mano fin dalla giovane età, Letizia Battaglia si è sposata da adolescente per fuggire da una situazione familiare in cui si sentiva costretta: è finita per trovarsi più oppressa di prima, con un marito che voleva per sé la moglie "casa e chiesa", che non dovesse fare assolutamente nulla se non badare alla casa e ai figli.
 
Ma per uno spirito libero come la Battaglia questo non poteva durare troppo.
 
Seguì il divorzio e il successivo avvicinamento al mondo della fotografia.
 
La regista Kim Longinotto realizza un documentario che non annoia mai arricchendo il suo lavoro, oltre che con scatti della fotografa protagonista, con toccanti filmati di repertorio e con interviste a persone che sono state vicine a Letizia Battaglia, lasciandoci immergere nell'atmosfera della Palermo di quegli anni, controversa, così terribile ma allo stesso tempo accogliente e ricca di umanità.
 
 
 
 
Durante la sua carriera da fotoreporter, Letizia Battaglia non si è mai lasciata intimidire: è sempre andata avanti nella sua opera di promulgazione facendosi carico di notizie che non molti avevano voglia di rendere note, quasi come se avesse i paraocchi e non si accorgesse dei rischi che stava correndo.
 
E nel mostrare questa forza, la tenacia di una donna che va contro tutto e tutti, contro la famiglia e l'ex marito bigotto, contro le istituzioni corotte, contro la mafia, è così che la Longinotto lascia la sua firma contro i pregiudizi di genere.
 
 



Cari Cinefacters, anche questo appuntamento con Hey, Doc! volge al termine.
 
Stavolta i suggerimenti sui documentari sono stati tanti: li avete già visti tutti o ne avete qualcuno da recuperare?
E se li avete visti che ne pensate?
 
A chi invece, incuriosito dall'articolo, pensa che accetterà alcuni dei nostri consigli doc, auguro buona visione! 

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