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Taxi Driver: Travis e Dostoevskij

Un'analisi del capolavoro di Martin Scorsese.

 

''Io non solo non sono riuscito a diventare cattivo, ma non sono riuscito a diventare niente: né buono né cattivo, né furfante né onesto, né eroe né insetto.

E ora vivo nella mia tana, facendomi beffe di me stesso.

 

Travis Bickle è un reduce della guerra del Vietnam: la prima impressione che si ha di lui è quella di un personaggio solitario, schivo, completamente alienato dalla realtà che lo circonda.

 

Lavora come tassista notturno, per contrastare l’insonnia che lo perseguita, e per avere qualcosa da fare.

Passa le sue giornate tra viaggi a vuoto nella città, cinema a luci rosse, costantemente in balia di un senso di vuoto, alla ricerca più o meno consapevole di uno scopo.

 

Si invaghisce di Betsy, una ragazza che lavora come promoter nella campagna elettorale del senatore Palantine; tuttavia viene da questa respinto quando la porta a vedere un film erotico.

 

 

Da quel momento in poi, tra le strade degradate della New York più povera, tra la sporcizia, tra gli improbabili e meschini clienti che si trova a servire, perennemente a contatto con la parte più violenta e viscida della società, Travis diviene sempre più solo, invocando a più riprese una sorta di diluvio universale che ripulisca le strade, che metta ordine in un mondo dove pare non essercene alcuno.

 

 

 

 

Il film riprendeva, da un punto di vista sociale, la difficile reintegrazione di chi aveva vissuto gli orrori della guerra, incapace di rientrare in una dimensione civilizzata, rimanendo strumenti di morte silenti, pronti a riversare la propria violenza da un momento all'altro.

 

In questo senso è possibile notare analogie tra il personaggio di Travis e quello di Freddie Quell, protagonista di The Master, un altro dei film che deve molto a questa opera di Scorsese.

 

 

In generale si apriva la questione dei reduci, all’epoca molto scottante e al tempo stesso poco pubblicizzata: è utile ricordare che nel film ci sono diverse scene in cui Travis è seduto davanti a una televisione che però non ascolta, che non riesce a dare le notizie che vorrebbe sentire, che non riesce a farsi mezzo di reale informazione, di reale aggregazione, ma che amplifica anzi la sua alienazione: e non è un caso che uno dei primi atti del “nuovo” Travis sarà quello di distruggerla.

 

Ironicamente, in quella che è una delle tante, tantissime provocazioni che ci lascia questo film, dovrà invece proprio ai media la sua improvvisa notorietà, la sua repentina accettazione da parte della società borghese, la propria identificazione, il “nessuno che è riuscito a diventare qualcuno”.

 

 

Ed è proprio su questo punto che varrebbe la pena focalizzarsi, adesso. 

 

 

 

 

Travis è nessuno, e Travis vuole diventare qualcuno, vuole fare qualcosa di utile, vuole essere.

 

Travis è, in definitiva, l’uomo del sottosuolo, che vive nella sua tana, alla costante ricerca di un senso e al tempo stesso impossibilitato a crederci davvero, alla ricerca di uno sprazzo di verità tra la meschinità e tra le bassezze; ma anche, in egual misura, tra le gesta eroiche e la grandiosità.

 

Eppure vediamo che anche quando la sua posizione sociale viene riscattata, anche quando è ormai “qualcuno”, egli non riesce a considerarsi tale, la sua nevrosi non si è esaurita, ed è anzi pronta a contrattaccare in qualsiasi momento.

Questo perché Taxi Driver fa del dramma esistenziale il suo punto forte, e la scena finale simboleggia proprio la disperazione e l’impossibilità di un cambiamento anche in relazione a un successo sociale.

 

L'ambigua moralità di Travis lo spinge a ergersi come paladino di una giustizia tutta sua, nella missione di aiutare il prossimo: ma conosce un solo modo per farlo.

 

 

È un soldato, abituato a uccidere, ed ha nella perdita di moralità la maggior forza promotrice della propria etica, in un’altra delle contraddizioni del film che ricorda il modus operandi del protagonista di Delitto e Castigo, se vogliamo: ma mentre Raskolnikov agiva per un sentimento di grandeur personale, per essere un “Napoleone” - con motivazioni di natura etica solo di facciata - Travis agisce davvero nell'ottica di ristabilire un ordine giusto, almeno per come lo intende lui, provando con queste azioni a trovare un significato alla propria esistenza, in una mastodontica battaglia contro i mulini a vento che infatti vedrebbe Travis sconfitto e suicida... se solo ci fosse un’altra pallottola.

 

 

 

 

Che in questo film ci sia una forte influenza dostoevskiana, in generale, è innegabile.

 

Travis assume tutti i caratteri più peculiari dell’uomo del sottosuolo, un personaggio infimo, meschino, ma allo stesso tempo buono, disperato, ingenuo e cinico: Travis non è perfettamente consapevole di tutto ciò come il protagonista del romanzo di Dostoevskij (Memorie dal Sottosuolo, da cui è tratta la citazione iniziale - e in parte il titolo di questa rubrica) ma è indubbiamente in cammino su quella stessa strada.

 

Forse in realtà Travis è più simile a Smerdjakov, quarto protagonista de I Fratelli Karamazov, libro del quale riporto un breve estratto per descriverne la personalità.

 

Il pittore Kramskoj ha dipinto un quadro notevole dal titolo Il contemplatore: vi si raffigura un bosco, d’inverno, e sulla strada che attraversa il bosco si vede un contadinotto assorto, nella più completa solitudine, con indosso un logoro caffettano e dei sandali di corteccia di tiglio; se ne sta lì e sembra pensieroso, ma non sta pensando: sta “contemplando” qualcosa.

 

Se lo si urtasse, avrebbe un sussulto e vi guarderebbe come chi si sveglia di soprassalto, ma senza capire niente.

Certo, si riprenderebbe subito, ma se gli si domandasse a cosa stava pensando, non si ricorderebbe nulla; in compenso, però, conserverebbe certamente dentro di sé l’impressione che lo aveva dominato durante la sua contemplazione.

 

Queste impressioni gli sono care, ed egli le accumula senza volere, senza rendersene conto; perché lo faccia e a quale scopo, anche questo lo ignora: forse un giorno, dopo aver accumulato sdimili impressioni per anni e anni, pianterà tutto e se ne andrà a Gerusalemme, a peregrinare per il mono e a fare penitenza; o forse darà fuoco al proprio villaggio natio, e magari entrambe le cose.

 

Di individui contemplativi, nel popolo, ce ne sono parecchi.

E anche Smerdjakov era sicuramente uno di essi; di certo anche lui accumulava avidamente le sue impressioni, quasi senza sapere ancora bene il perché.

 

 

 



Allo stesso modo di Smerdjakov, Travis è schivo, solitario, tendenzialmente scontroso: non sa bene cosa vuole mentre conosce alla perfezione ciò che lo disturba e quello che non va, e spesso si ferma a osservare le persone, il traffico, le situazioni che gli si pongono davanti, con indifferenza mista a repulsione oppure, in rari casi, ad ammirazione, accumulando sensazioni e accumulando soprattutto rabbia, senza bene sapere come esprimerla.

 

Non conosce un linguaggio codificato per dare voce a quello che pensa, si esprime male e si esprime violentemente: è questo il problema della “contemplazione”, ossia l’assenza di una forma compatta, logica e duratura che possa inquadrare la sensazione all’interno di un concetto più ampio, più vasto, più consistente e meno aleatorio, che possa catturare la sensazione per inglobarla e non per farsene inglobare: il contrario genera l’implosione, ed entrambi i personaggi infatti imploderanno nel tentativo di affermare qualcosa, e in definitiva loro stessi.

 

Ma le similitudini non si fermano qui.

La mancanza di senso, che attanaglia il protagonista, e il senso di vuoto che prova a riempire in tutti i modi, sono le stesse motivazioni che spingono l’uomo del sottosuolo: incapace di trovare sollievo da quello che viene fatto, costantemente alla ricerca di un nuovo piacere perché quello di prima non ha risposto alla domanda esistenziale:

 

“Ma l'uomo dove va?

Quanto meno, ogni volta si nota in lui un che d'impacciato nel momento in cui raggiunge cosiffatti fini.

Il fatto di raggiungerli gli piace, ma averli raggiunti non proprio, e questo, certo, è straordinariamente ridicolo.

 

 

 

 

Ancora, la diffidenza verso il prossimo e al tempo stesso la disperata voglia di conoscerlo, di entrare a far parte di quel mondo, la repulsione e l’attrazione per l’umanità: il sogno del mondo borghese che attira Travis, per poi respingerlo.

 

Travis, respinto, respinge e si aliena ancora di più, torna a vivere nel suo sottosuolo, preda di fantasie di azioni gloriose, di un riscatto che tuttavia, anche quando arriva e arriva per caso, non riesce a modificarlo: Travis non riesce mai a diventare qualcuno, citando la tag-line del film.

 

Ma del resto, citando ancora Fedor Dostoevskij,

"L’unica occupazione, anzi, la più diretta occupazione di un uomo intelligente è non diventare nulla” 

Ci si ricollega qui al finale che, vista l’ottica filosofica del film, per forza di cose non può essere risolutivo, e apre di nuovo inevitabilmente al dramma.

 

Concludo con le parole di un altro grande scrittore russo, Lev Tolstoj, nel finale del libro “La Morte di Ivan Il'ič”. 

"Sì, tutto è stato come non avrebbe dovuto essere", si disse, "ma non importa.

Si può, si può fare come dovrebbe essere. Ma come dovrebbe essere?"

Sì domandò, e improvvisamente tacque.

 

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Goodnight&Goodluck

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3 commenti

Sebastiano Miotti

11 giorni fa

Grande Simo.
Mi dà tanta speranza questo fatto che gli autori che avevano intuito qualcosa di grande, in fondo, resistano su tutti gli altri e siano stati fin dall'inizio della loro carriera sé stessi, vale a dire i migliori. e senza nemmeno un grande sforzo per esserlo

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Baxter

13 giorni fa

Bellissimo articolo! *-*

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Martina Cellanetti

17 giorni fa

Trovo sempre molto interessanti questi parallelismi, davvero un bellissimo articolo, complimenti!

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