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Sin señas particulares, The evening hour, Las niñas, Mi Zhou Guangzhou - Torino Film Festival 2020

Il Torino Film Festival è tornato.

 

Nonostante la COVID-19, nonostante Torino sia in zona rossa, nonostante tutto il secondo festival italiano erede diretto di Cinema Giovani e fondato nel 1982 da Ansano Giannarelli e Gianni Rondolino è tornato con un nuovo direttore (Stefano Francia di Celle) e una nuova veste online a causa dell'attuale emergenza sanitaria.

 

Chissà che questa nuova formula, dovuta all'impossibilità di fruire dei film nel luogo a loro più consono, non possa essere l'occasione per avvicinare un nuovo pubblico, grazie all'assenza di limiti geografici e alle sempre interessantissime selezioni della kermesse torinese: i biglietti per le "proiezioni" sulla piattaforma MyMovies sono disponibili per tutta Italia e per tutta la durata del festival sul sito del festival!

 

Sicuramente i tempi sono difficili e senza dubbio il programma non è quello che sarebbe potuto essere in condizioni normali - si sente la mancanza dei grandi film internazionali, in anteprima italiana e non, nelle sezioni fuori concorso - ma la sezione principale del festival, da sempre dedicata a opere prime e seconde, può essere una buona occasione per ovviare alle limitazioni imposte dalla pandemia.

 

Un laboratorio per registi emergenti e sperimentazioni provenienti da tutto il mondo in cui negli anni si sono alternati film di altissimo livello come Lady Macbeth di William Oldroyd, Garage di Lenny Abrahamson, I ribelli del dio neon di Tsai Ming-liang, Wildlife di Paul Dano, Oiktos di Babis Makridis, Morto Stalin, se ne fa un altro di Armando Iannucci, La Patota di Santiago Mitre, Babadook di Jennifer Kent, Dylda di Kantemir Balagov oltre a tantissimi altri titoli forse meno noti, ma che probabilmente nei prossimi anni ricorderemo come le opere prime di registi affermati.

 

Quest'anno la selezione inizia con un livello molto alto e in questi primi quattro film della competizione già si capisce che, pur non leggendo grandi nomi arrivati alla regia (come è stato in passato per Valerio Mastandrea o il già citato William Oldroyd) le premesse sembrano delle migliori.

 

Piccola nota di merito per la selezione: in linea con quanto proposto dal Toronto International Film Festival la selezione prevedrà metà dei film formati da registe donne e metà da registi uomini.

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Sin señas particulares (Identifying Features)

di Fernanda Valadez

 

Primo film in programma in questo 38° Torino Film Festival, Sin señas particulares è una vera perla: l'opera prima della trentanovenne regista messicana Fernanda Valadez riesce a raccontare attraverso potentissime immagini il viaggio nella disperazione di una madre alla ricerca del figlio partito dal Messico verso gli Stati Uniti e di cui si sono perse le tracce sul confine.

 

Un dramma potentissimo, già presentato e premiato al Sundance, in cui si fondono le tematiche profondamente introspettive ed emozionali legate alla maternità e quelle socio-culturali legate all'immigrazione e alle ferite che questo viaggio guidato dalla speranza lascia in tutti coloro che ne vengono a contatto.

 

 

[Jesus che abbandona il Messico]

 

Come ogni viaggio anche Sin señas particulares inzia con una partenza: Jesus, nome già da solo molto evocativo e la cui ovvia origine ritornerà in seguito, e Rigo si allontanano nella nebbia di un campo.

 

Questo avviene in un frame in frame che ricorda tanto la soglia di Sentieri Selvaggi (concettualmente e anche un po' visivamente) in cui si crea un confine tra il mondo violento del West e quello caldo e accogliente della casa.

 

Infatti Sin señas particulares e la Valadez devono sicuramente molto al genere cinematografico che ha saputo raccontare meglio di tutti la selvaggia frontiera della civiltà, in cui le leggi e gli uomini si sfocano diventando lontane ombre bestiali. 

 

Magdalena, la madre e altro riferimento biblico di cui il film è pieno, viene contattata perché è stata ritrovata la borsa di Jesus, ma non vuole rassegnarsi al fatto che quello possa essere l'ultimo contatto con suo figlio, così si mette sulle sue tracce ripercorrendo la via dei migranti.

 

 

[Magdalena durante la sua ricerca]

 

 

Lungo questa ricerca incontra Miguel, un altro Jesus partito alla volta del sogno a stelle e strisce ma respinto al confine, che prova ad aiutarla a ritrovare il figlio smarrito. 

 

Il film con cui inizia il Torino Film Festival riesce nell'obiettivo difficilissimo di trasporre la sofferenza e la mancanza di appigli di questa ricerca nelle immagini, perché l'opera prima della Valadez sceglie di non affidare il racconto alle parole, ma alla forza di una messa in scena di altissimo livello.

 

La macchina da presa spesso traballante, i lunghi movimenti a seguire le spalle dei protagonisti, la costante presenza di impedimenti visivi tra lo spettatore e la vicenda non sono mai solo orpello stilistico, ma veri e propri latori di contenuto. 

 

"Tutti ci assomigliamo di spalle" dice a un certo punto Miguel a Magdalena ed è solo uno degli esempi di come l'immagine usata dalla regista messicana, in questo caso spiegata dalle parole del giovane Virgilio di questo viaggio, già ci stava veicolando un significato.

 

Più questa discesa agli inferi avanza più lo stile del film diventa ardito, sfruttando magistralmente la messa a fuoco e la sua assenza, la luce e l'impossibilità di vedere distintamente quando ci si trova dalla parte opposta di una fonte luminosa. 

 

 

[la bellissima trasformazione di Jesus]

 

Tutto questo per condurci alla più amara delle rivelazioni, l'incubo di una madre: vedere il proprio figlio trasfigurato, reso quasi demoniaco nei racconti di un compagno di viaggio puntarle un fucile contro. 

 

Jesus non è più il puro ragazzo partito dal Messico. 

 

Un terzo atto che rasenta in cui tutta la costruzione cristica attorno al giovane emigrato e il viaggio verso gli inferi di Magdalena compiono un passaggio ulteriore rasentando l'onirisimo: immagini sempre più rarefatte e rivelatrici ( a tratti anche al limite con l'esagerazione) ci conducono a questa rivelazione e ci mostrano prima la mutazione di Jesus in demone e poi una violenza sempre più forte e suggestiva.

 

In questo discorso immaginifico ed empatico si innesta una critica sociale fortissima alle istituzioni e alla burocrazia messicane, paese non a caso fortemente religioso, in cui una madre alla ricerca del suo Jesus è lasciata sola contro tutti: tra stanze piene di sacchi grigi con dentro i cadaveri e larghissime zone d'ombra tra la legalità e l'illegalità in cui la donna si trova a sguazzare.

L'amore della regista messicana per questa terra di confine inospitale e abbandonata dall'uomo e dalla legge traspare in ognuno dei paesaggi che mette in scena: figure spesso piccole e relegate ad accessori di questi affreschi restituisce tutta la tristezza di chi vede qualcosa che ama completamente distrutto dalla violenza e dall'abbandono.

 

Come Magdalena con Jesus.

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Las niñas (Schoolgirls)

di Pilar Palomero

 

 “Las niñas è la storia di molte delle donne di oggi, raccontata attraverso l'educazione che hanno ricevuto dalla Spagna del 1992.”

 

Questo è - dalle parole della stessa regista - Las niñas di Pilar Palomero.

 

Da sempre il Torino Film Festival ama i coming of ages e questo dato non è cambiato con l'avvento della direzione artistica di Stefano Francia di Celle, ma Las niñas è anche qualcosa di più: l'affresco politico e sociale di un'epoca ormai lontana visto attraverso lo sguardo curioso e dosato di una bambina che sta diventando donna.

 

 

[Celia e sua madre]

 

Presentato a Berlino il primo film della regista di Saragozza non è solo il racconto intimo e in parte autobiografico dell'autrice, ma anche il racconto di una Spagna divisa tra i grandi centri come Barcellona (da cui arriva la coprotagonista Brisa) e i grandi centri periferici come la città natale della regista in cui è ambientato il film.

 

Las niñas inizia con l'arrivo di Brisa nell'istituto di suore frequentato da Celia, la vera protagonista del film.

Gli anni '90 che incontrano un universo che sembra fermo a molti decenni prima.

 

Proprio il contrastro tra il bigottismo di un certo tipo di insegnamento e di contesto cittadino e la voglia di libertà tipica della preadolescenza sono il fulcro del film e ben vengono rappresentate dall'ingabbiamento che la regista sceglie per la sua opera prima: l'1,37:1

 

Un formato che suggerisce subito la limitatezza con cui le giovani si trovano a convivere.

 

 

[Brisa e le altre compagne di Celia]

 

Le prime esperienze di Celia e delle sue compagne tra i primi rossetti, le sigarette, i giochi alcolici e la scoperta di una nuova musica rivoluzionaria e ribelle sono segnati dai tabù di un mondo arretrato e austero.

 

Quelli in cui "Suor Consuelo ti ha visto in moto con un ragazzo" è qualcosa per cui una madre può vergognarsi o la sessualità è qualcosa che non può scindersi dal "Plan de Dios" e dal matrimonio tra uomo e donna.

 

La stessa regista, che nel '92 aveva la stessa età delle sue protagoniste, racconta in conferenza stampa di come questa mentalità permeasse tutto questo mondo completamente al femminile e di come si guardasse ai lontanissimi grandi centri con l'aria sognante di chi attende il futuro.

 

 

 

 

In questo contesto si inserisce il racconto di una madre single che si vergogna della propria condizione e che ha tagliato ogni rapporto con la sua famiglia: tutto sempre trattato con moltissima delicatezza.

 

Proprio questa è la grande forza di Las niñas, la capacità di dosare e costruire con precisione un film quadrato e scorrevole che riesce a restituire perfettamente la naturalezza e l'intimità dei dubbi e delle prime scoperte di un'età così sensibile nella vita di una giovane donna.

Ne sono un esempio il modo in cui vengono proposte il timore per l'AIDS che serpeggiava in quegli anni o la questione sulla campagna pro profilattici che ha segnato la Spagna in quel periodo.

 

Talvolta il film rischia di perdersi nel suo tocco leggero, ma fa parte del suo essere opera prima. 

Un mondo in cui l'apparenza regna e in cui i piccoli gesti fuori posto fanno tutta la differenza del mondo viene sconvolto dalla voglia di libertà e di cambiamento che non solo riesce a raccontarci un'epoca, ma che ci suggerisce anche qualcosa sul presente.

 

Siamo davvero così diversi da quel mondo che visto sullo schermo ci appare bigotto e arretrato?

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The evening hour

di Braden King

 

Due sono gli elementi che saltano all'occhio nella prima ora di The evening hour, secondo film - il primo era stato Here del 2011 - diretto da Braden King: la fede, legate al passo dell'Apocalisse che stiamo ascoltando, e i classici paesaggi montani che circondano una cittadina mineraria in West Virginia.

 

Da anni un certo cinema statunitense sta raccontando il dramma generazionale e sociale di parte del proprio tessuto sociale. 

 

Piccole comunità che vivevano in simbiosi con attività minerarie, boschive o simili e che si erano sempre ritrovate al confine della società americana (per tornare a un tema che abbiamo già visto essere caro a questa selezione del Torino Film Festival) con il venire meno dell'attività industriale sono diventate luoghi di povertà e disperazione.

 

Lo ha raccontato benissimo la trilogia di Taylor Sheridan (Sicario, Hell or High Water e I Segreti di Wind River), ma gli esempi possono essere decine. 

 

 

[Cole]

 

In questo solco si pone The evening hour, che racconta la vita di Cole (Philip Ettinger), operatore sanitario nella ex-cittadina mineraria di Dove Creek. 

 

Il giovane infermiere vive con i nonni materni (lei casalinga, lui predicatore in pensione) e per non essere obbligato a perdere la proprietà della casa in cui risiedono deve arrotondare il suo stipendio comprando e vendendo gli antidolorifici degli anziani che aiuta.

 

Il sistema sanitario non funziona e non tutti coloro che avrebbero diritto ai medicinali li ricevono, così come molti di coloro che a cui vengono recapitati non ne avrebbero più bisogno: come ci racconta un anziano la cui prescrizione sarebbe scaduta da anni o un amico del protagonista la cui madre ha ricette da quattro medici differenti per gli stessi antidolorifici. 

 

Così Cole compra, ritira e rivende i farmaci con il benestare della malavita locale che gestisce lo "spaccio vero": quello dell'eroina. 

In questa America di macerie lui cerca di mantenere un suo codice cavalleresco in pieno stile western: rifiuta le droghe, cerca di aiutare i bisognosi, non prende più di quello di cui ha bisogno e non esce dal suo piccolo recinto.

Tutto si ribalta quando un altro giovane disperato e senza lavoro, Terry (Cosmo Jarvis), con cui aveva un fortissimo legame da ragazzi, si riaffaccia nella sua vita.

 

Braden King ci mostra degli Stati Uniti vecchi e stanchi, con le facce segnate dall'età, dal fumo e dalla disillusione, con i tatuaggi scoloriti sulle mani e la barba malfatta, in cui i pochi giovani rimasti o navigano a vista grazie a degli espedienti nel mare della disperazione o non hanno alcun futuro. 

Proprio il set-up di questa storia ne è il vero punto di forza, perché bastano pochissime immagini al regista americano per portarci in un mondo che abbiamo imparato a conoscere bene, ma che non sempre risulta così vivido.

 

L'hybris dell'ex-fidanzata di Cole, Charlotte (Stacy Martin), e di Terry di avere qualcosa di più di quel piccolo orticello iniziando a spacciare sconvolge il fragile ecosistema andando in contrapposizione con la vena morale e religiosa che muove il protagonista. 

 

Non basteranno la redenzione rappresentata da Lacy, la barista ritornata a Dove Creek, o il rientro a casa della madre di Cole a invertire questa marea.

 

 

[Cole e Terry]

 

 

Proprio nel momento in cui il film dovrebbe prendere il volo e scegliere la sua strada tra quella più simbolico-religiosa, quella più violenta, quella più sociale o quella più disillusa perde completamente l'impellenza che lo aveva mosso fino a quel momento, trascinandosi in un intreccio violento e malavitoso fin troppo lineare e poco partecipato dal protagonista.

 

In questo si inserisce anche una certa irrisolutezza, anche funzionale, del personaggio di Cole che tiene un piede nella scarpa dell'eroe aggrappato al suo codice morale e l'altro in quella dell'antieroe fragile e senza padre che vede andare il suo mondo in frantumi, e il film non riesce sempre a tener bene insieme i due fili.

 

Un terzo atto più sfilacciato e trascinato e un finale monco - che poteva essere uno dei grandi pregi del film, ma che non convince a pieno - non bastano a rovinare un ottimo worldbuilding (in cui anche la colonna sonora ha una voce fondamentale), ma la sensazione di aver assistito a qualcosa che si è già visto in abiti migliori è forte.

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Mi Zhou GuangZhou (Mickey on the Road)

di Lu Mian-Mian

 

Film taiwanese in concorso al 38° Torino Film Festival, Mi Zhou Guangzhou racconta il viaggio alla ricerca di se stesse da Taiwan alla Cina di Mickey e Gin Gin.

 

Le due, profondamente legate da un'amicizia, stanno aspettando la definitiva svolta della loro vita: Mickey, appassionata di arti marziali che sogna di potersi esibire nella cerimonia del tempio, si prende cura della madre in un profondo stato di depressione, Gin Gin fa la ballerina in un night club e sembra voler rifuggire le responsabilità e la crescita per sempre.

 

Le loro vite fluttuano in attesa che qualcosa le porti davvero a prendersi le loro responsabilità tra viaggi in motorino e piccoli furtarelli alle macchinette, ma tutto cambia quando Gin Gin scopre di essere incinta e decide di raggiungere il fidanzato Jay a Guangzhou, nella Cina continentale. 

 

Può essere il pretesto per Mickey di rincontrare il padre che aveva abbandonato lei e la madre anni prima.

 

 

[Mickey e la madre]

 

Per le due amiche, la cui affinità è lampante anche grazie alla chimica tra le due attrici sin dal primo momento, il viaggio è l'occasione per aprirsi come mai avevano fatto prima. 

 

Partono e da subito la loro avventura è rocambolesca, tra il non capire un diverso dialetto e l'aver perso i bagagli, si ritrovano a doversi affidare completamente a uno sconosciuto che aveva flirtato con Mickey lungo il tragitto.

 

Il film di Lu Mian-Mian costruisce benissimo il rapporto e il continuo parallelo tra le due protagoniste: sia in fase di scrittura con l'ovvia sovrapposizione tra le arti marziali e il ballo, sia nella costruzione delle immagini che accompagnano il loro viaggio. 

 

 

[Mickey e Gin Gin]

 

La simbiosi però si rompe: i momenti della verità con Jay (il fidanzato di Gin Gin) e con l'uomo che le sta ospitando, che vengono costruiti con un ottimo montaggio alternato, le allontanano e il motorino che prima guidavano assieme viene sostituito da due diversi guidati da autisti.

 

Un simbolo forte, quasi troppo marcato, ma che suggerisce perfettamente come da quel momento pur conoscendosi più di prima le vite delle due si siano allontanate e la crescita e la consapevolezza di sé le abbiano raggiunte.

 

 

[La cerimonia finale di Mickey]

 

Da qui le due partono alla volta di un'ultima avventura: l'incontro con il padre.

 

Raggiunta la maturazione ecco che torna il parallelo e così come Jay ha respinto offrendo dei soldi Gin Gin allo stesso modo ha fatto il padre con Mickey.

La drammaticità che però aveva permeato il primo momento viene ora sostituita da una visione più grottesca e carica che lascia un pochino perplessi.

 

Più che gli snodi narrativi e la bellissima coreografia finale di Mickey la vera forza dell'opera seconda di Lu Mian-Mian è la capacità di costruire perfettamente la sintonia tra le due protagonistee la capacità di costruire momenti di coppia (sia tra le due sia di entrambe con i rispettivi partner) di grandissima forza.

 

In un contesto visivo che osa tantissimo, talvolta stupendo talvolta risultando un po' kitsch, la regista taiwanese confeziona un film con tutti gli alti e i bassi che spesso condizionano le opere prime che talvolta sembra perdersi nelle sue stesse immagini. 

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