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Unabomber - Recensione: lo stragista inaspettato

Russell Crowe e Jacob Tremblay in lotta psicologica per plasmare l'origin story di uno dei casi di cronaca nera più prolifici e scioccanti della Storia degli Stati Uniti, narrato con freddo mestiere e routinaria nonchalance da un Janus Metz Pedersen interessato più alla superficialità del thriller che alla profondità del true crime

Titolo originale: Unabomber
Genere: Biografico, Drammatico, Thriller 
Regia: Janus Metz Pedersen
Sceneggiatura: Sam Chalsen, Nelson Greaves
Cast: Jacob Tremblay, Russell Crowe, Shailene Woodley 
Distribuzione: Netflix
Disponibile dal: 25 settembre 2026
Durata: 100 minuti
Paese: USA

Parlare di un film come Unabomber significa per forza di cose rispolverare una tragica storia vera.

 

Una di quelle storiacce che, anche a distanza di quasi mezzo secolo dal loro disgraziato incipit, ogni qual volta vengono riesumate non mancano mai di evocare sentimenti di rabbia ancor prima che dolore.

 

[Trailer ufficiale di Unabomber]

 

 

Per noi, spensierati eredi di Giuseppe Garibaldi e Giulio Andreotti, Unabomber rappresenta un incubo - ancora senza alcun volto né nome - fatto di tubetti di maionese esplosivi, ovetti Kinder incendiari e pure qualche evidenziatore di detonante fattura, che mise a ferro e fuoco l’estremo Nord Est dell’italico stivale tra la fine degli anni ’90 e il principio del terzo tribolato millennio. 

 

Tuttavia, per i nostri pittoreschi cugini d’oltreoceano che iniziarono loro malgrado a nominarlo già dal lontano 1978, Unabomber coincide con l’americanissimo nome e lo slavo cognome di tal Theodore “Ted” Kaczynski: genio per alcuni, stramboide per altri e, alla luce delle nefande terroristiche schifezze portate occultamente avanti sino a quel fatidico 1995, un autentico criminale per la gran parte dell'impaurito e rancoroso volgo.

 

Un tipetto, per intenderci, con ben 23 feriti e 3 pesanti morti in bella mostra sul proprio curriculum, pronto ad abbracciare il fetentissimo status di ergastolano omicida con quella psicotica fierezza che solo i veri villain, tanto dentro quanto purtroppo fuori dagli schermi, da sempre sanno mostrare.

 

Un titolo, quello di Unabomber, strategicamente affibbiatogli dalla vorace stampa a stelle e strisce a seguito dei numerosi pacchi bomba recapitati a diversi campus universitari e aeroporti disseminati fra il rigoglioso Midwest e l’assolata California nell’arco di quasi due decenni; il tutto con il folle pretesto di mandare a gambe all’aria la tecnologica società capitalista a suon di violenza e deliranti manifesti dal non meglio specificato contenuto.

 

Ancor prima di darsi alla bombarola pazza gioia fra l'eremitica anarchia delle desolanti foreste del Montana, il ruvido e selvaggio Kaczynski fu un assiduo seguace di numeri e algoritmi: pronto a portarsi a casa una prestigiosa borsa di studio in quel di Harvard senza aver ancora spento le fatidiche sedici candeline. 

 

Un autentico enfant prodige, non c'è che dire, pronto tuttavia a tramutarsi in quell'altrettanto precoce dangerous man che, sotto la temibile etichetta di Unabomber, avrebbe tenuto sotto scacco la disorientata terra dello Zio Sam fintanto che le provvidenziali manette della legge ne avrebbero finalmente ingabbiato le mani, ormai sporche di sangue e polvere pirica. 

 

 

[Russell Crowe e Jacob Tremblay stanno per stringere un mefistofelico accordo in Unabomber]

 

È proprio a cavallo fra prologo ed epilogo, fra ascesa e caduta di un oscuro quanto tristemente iconico mito che un freddo e chirurgico Janus Metz Pedersen sceglie d'impostare l'agile intreccio di questo suo ultimo Unabomber. 

 

Permettendo alle soffocanti aule universitarie rischiarate dall'ambrato sole del 1958 d'intersecarsi, senza apparente soluzione di continuità, con gli altrettanto opprimenti uffici governativi e i glaciali appostamenti boschivi che ebbero realmente modo di far storia sul finire di quegli ingloriosi anni '90.

 

Due epoche separate non solo dallo spazio e dal tempo, ma anche e soprattutto dalla marcata fotografia di Yves Bélanger e dal montaggio non sempre sufficientemente fluido di Zach Staenberg; entrambe accompagnate da una colonna sonora firmata dal solitamente ottimo Marco Beltrami che, stavolta, nel suo mantenersi anonimamente sullo sfondo riesce bene a condensare tutto lo spirito di un prodotto desideroso di raschiare la speculativa superficie piuttosto che le torbide aneddotiche profondità di un potenzialmente capiente barile.

 

Se infatti gli sgoccioli delle estenuanti indagini che portarono l'intrepida nonché fittizia agente Joanne Miller (Shailene Woodley) e l'intera squadriglia dell'FBI ad acciuffare l'inselvatichito dinamitardo rivestono un ruolo tutto sommato marginale, la gran parte dei 100 minuti che compongono Unabomber vengono spesi per sondare - e in gran parte filmicamente immaginare - le dibattute "Origini del Male" che indussero un timido, imberbe e intellettualmente dotato Kaczynski (un Jacob Tremblay anagraficamente ormai maturo, ma cinematograficamente ancora acerbo) a prendere incautamente parte ai sordidi e più che mai eticamente equivoci esperimenti di condizionamento mentale condotti dal mefistofelico professor Henry Murray, per conto di quel segretissimo progetto paragovernativo conosciuto come MK-ULTRA.

 

Un pretesto narrativo, quello dell'incontro-scontro fra medico e paziente o, meglio ancora, fra diabolico mentore e un potenzialmente ancor più promettente e pericoloso allievo, che sin da quel seminale Il silenzio degli innocenti messo su carta da Thomas Harris e traslato su grande schermo da Jonathan Demme, a oggi non ha mai mancato di suscitare in noi, voyeuristici e pruriginosi consumatori, una feticistica fascinazione assai difficile da anestetizzare sotto la calda e rassicurante coperta del politicamente corretto.

 

Non è un caso dunque che proprio un camaleontico pezzo da 90 come Russell Crowe, svestite le infamanti mostrine naziste del fu borioso Herr Göring per inforcare i rispettabili occhiali da navigato docente di psicologia, si trovi a passare dal lato opposto dell'asettico banco degli interrogatori per combattere un'ennesima oscura e altrettanto esistenzialistica Norimberga; incarnando, tanto dentro quanto fuor di metafora, la vorace indole predatoria di quel melvilleiano Capitano Achab che, nella sua famelica caccia al tanto agognato Moby Dick, finì incautamente per cadere vittima di un gargantuesco incubo da lui stesso plasmato.

 

 

[Shailene Woodley sulle tracce del serial killer conosciuto come Unabomber]

 

È dunque un sottile gioco di potere e condizionamento reciproco quello che si verrà a creare fra il giovane futuro Unabomber e il suo machiavellico Pigmalione; quest'ultimo desideroso di testare a tal punto i limiti della sopportazione dell'animo umano così come dell'altrettanto umana psiche da non rendersi minimamente conto di quanto una mente già fragile e subliminalmente incrinata, se messa incautamente sotto fisica quanto filosofica pressione, possa finire per partorire mostri che nemmeno il celeberrimo sonno della ragione pittato da Francisco Goya avrebbe mai potuto concepire.

 

Se è vero infatti che, come disse il saggio, "Il pensiero plasma la realtà", allora non c'è da stupirsi se idee malsane, rese tali da condizionamenti e forzature altrettanto malsane, possano finire col tempo per produrre effetti così malsani da tramutare i retorici deliri anarchici contenuti in un graffiante manifesto politico in quegli innocenti nomi e cognomi racchiusi in un bollettino medico o, peggio ancora, nei registri di un obitorio.

 

Ed è appunto su questo semplice - o piuttosto semplicistico - nonché limitante assunto che un film come Unabomber mostra di voler imbastire gran parte della propria traballante impalcatura: facendo incetta della gran parte delle teorie e dissertazioni più o meno accademiche scaturite nel corso degli anni attorno alle possibili motivazioni che condussero uno studente modello con apparentemente solo qualche pallido accenno di sopita ansia sociale - leggasi schizofrenia - in uno dei babau più pericolosi e inafferrabili germogliati all'ombra della fiera e tutt'altro che indistruttibile Aquila Calva.

 

Una strategia squisitamente revisionista che, non senza qualche inevitabile alzata di sopracciglio, volendo rimanere confinati entro il solito netflixiano perimetro finisce per richiamare a gran voce la medesima furbesca china intrapresa da quel buontempone di Ryan Murphy. 

 

Proprio colui che quattro annetti orsono tentò di farci empatizzare con quel povero tapino di Jeffrey Dahmer e le innumerevoli eterodirette sfighe che ne avrebbero decretato la futura patente di prolifico serial killer.

 

Più che far emergere le nutrite ed eclatanti avvisaglie di un predestinato malessere cognitivo quanto esistenziale - testimoniate per altro da coloro che ebbero occasione d'incrociare per breve o lungo tempo la tribolata vitaccia del problematico Kaczynski - la parabola creazionista di Unabomber si concentra piuttosto nell'addossare quanto più possibile la responsabilità dell'emersione di questo arendtiano banalissimo male a un unico uomo e, soprattutto, a un unico casus (di studio) belli che, alla stregua di una sorta di Cura Ludovico a poli invertiti, nel corso di appena qualche seduta e una manciata di dati raccolti avrebbe plasmato da solo un autentico villain da cinecomic.

 

 

[Russell Crowe è pronto a un'offerta che non si può rifiutare in Unabomber]

 

Volendo dunque spendere e spandare ulteriormente una ridanciana analogia di matrice vagamente marveliana, più che semplicemente Unabomber l'ultima fatica di Janus Metz Pedersen - già rodato nel campo delle true stories grazie al discreto Borg McEnroe e con un certo qual gusto per il thrilling come dimostrato dall'hitchcockiano La cena delle spie - potrebbe infatti idealmente intitolarsi Unabomber le origini - Kaczynski, tanto ristretta, didascalica ed essenziale ci appare la morale che in essa è possibile intravedere sotto la spessa patina di mestiere e di una più che discreta messa in scena con la quale un tale prodotto è stato strategicamente confezionato.

 

Un film che preferisce evidentemente tenersi prudentemente sul bordo della storia già risaputa, optando invece per costruire un intero castello di speculazioni e congetture filmicamente intriganti, partendo dalle piccole e intime storie di quei protagonisti che, pur nelle potenzialità offerte dalla cronaca nera e vera, rimangono purtroppo anch'essi di pura e semplice facciata.

 

È una famiglia tutto sommato "normale" e per nulla così troppo disfunzionale come ci si sarebbe potuti aspettare quella in cui il nostro complessato protagonista mostra di essere nato e cresciuto.

Un humus certamente meno problematico di quello che, sotto certi e insoliti aspetti, lo avrebbe accolto, neanche maggiorenne, durante la sua promettente carriera scolastica e che, sotto la guida dell'insondabile Dottor Murray e della di lui fascinosa assistente nonché amante (Annabelle Wallis), lo avrebbero reso parte di una nuova e assai distorta concezione di affettività.

 

Una materia assai ostica, quella che le penne di Sam Chalsen e Nelson Greaves si trovano dunque a dover maneggiare: non riuscendo tuttavia a equilibrare a dovere le due anime di un racconto che, seppur a distanza di quarant'anni l'una dall'altra, se opportunamente bilanciate e soppesate avrebbero potuto offrire un quadro ancor più chiaro e onesto di un personaggio fra i più complessi e insondabili che i manuali di criminologia abbiano mai avuto l'onere e l'onore di ospitare.

 

Così infatti come già accaduto per il disneyano Lo strangolatore di Boston di Matt Ruskin, nel momento in cui il nudo e crudo dramma della realtà finisce per incanalarsi entro le algoritmiche acque dello streaming ecco che la paura di osare - oltre che di mostrare - pare farsi sempre più vivida e pulsante; preferendo restringere il campo d'azione su quei singoli soggetti e quelle ideali situazioni all'interno delle quali la sospensione dell'incredulità viaggia a braccetto con una drammatizzazione, se non forse pretenziosa, quantomeno artificiosa sul medio e lungo periodo.

 

Se per caso tra voi vi è chi, sfegatato accolito della grande N rossa, è già pronto sul piede di guerra a sbattermi in faccia - o in prima pagina, per dirla come Marco Bellocchio - il seriale Mostro di Stefano Sollima, mi sa proprio che ci troviamo a gareggiare in due campionati completamente differenti.

 

 

[Jacob Tremblay sotto esame (psichiatrico) in Unabomber]

 

Tolta una già citata rigorosa messa in scena e performance attoriali di oggettivo rispetto - laddove il sornione gigioneggiare di un Russell Crowe al minimo del proprio consueto rodaggio finisce comunque per divorarsi in un sol boccone tanto l'anonima prestazione del giovane Tremblay quanto quelle dei pochi residuali quanto inconsistenti comprimari - quel che rimane di questo Unabomber è un qualcosa che a mio avviso non appare né carne né pesce: troppo sbrigativo e superficiale per quanto riguarda la cronachistica realtà dei fatti - per sviscerare ben bene la quale converrebbe piuttosto immergersi nelle inquietanti 4 puntate della docuserie Unabomber - In His Own Words - ed eccessivamente enfatizzante sul versante dell'aneddotica costruzione di una largamente fittizia back story. 

 

Intendiamoci: come puro e semplice appetizer per coloro i quali fossero completamente digiuni dai fattacci di cui abbiamo qui largamente (s)parlato, un'opera come Unabomber potrebbe certamente bastare e avanzare; quantomeno per generare quel tantinello di curiosa acquolina più che mai necessaria a passare dal thriller al true crime senza colpo ferire.

 

Se tuttavia, come il sottoscrivente, siete di coloro che, di riffa o di raffa, l'identikit di un tipaccio come Ted Kaczynski se lo sono ripassato in tutte le salse e filmiche varianti, vedere una delle più estreme e sfaccettate incarnazioni dell'anarchica lotta al tecnocapitalismo ridotta a un incravattato genio del male in potenza, frutto per altro di un bislacco esperimento sociale degno di un romanzo complottista di terz'ordine, non potrà che evocare quelle medesime rassegnate vibes che solo un pessimo programma d'inchiesta è in grado d'infondere.

 

È dunque un film che si apre con una sonora esplosione, questo Unabomber, ma che attraversata per intero la propria scostante ora e 40 minuti, tenendosi ben lontano da qualsiasi minima ambizione autoriale, finisce per esaurirsi in uno sbrigativo quanto approssimativo fuoco di paglia che nulla di certo toglie, ma nemmeno aggiunge, a quello che fiumi d'inchiostro, distese di pixel e pure qualche buon chilometro di pellicola non avessero già in precedenza sviscerato con ben più coraggio e opportuna cognizione di causa.

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