Articoli
#articoli
Norimberga di James Vanderbilt è un film che dialoga con l'oggi non solo perché parla del male che il potere ideologico può provocare in ogni epoca, ma anche perché ci ricorda l'importanza di decodificare - e punire - quel male dentro uno spazio giuridico internazionale a cui tutto il mondo rivolge lo sguardo, dove la Legge diventa lo strumento per elevarsi e riconoscersi, per differenza, ancora capaci di umanità.
Vanderbilt in Norimberga racconta le fasi preliminari e le prime udienze del processo che ebbe inizio il 20 novembre 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tra le macerie della città tedesca, con i gerarchi del Terzo Reich imputati per crimini di guerra dai vincitori Alleati.
Il soggetto di Norimberga è tratto da Il nazista e lo psichiatra, libro di Jack El-Hai del 2013: l'angolazione scelta è quindi quella del rapporto tra Hermann Göring, ex Reichsmarschall di Adolf Hitler, intepretato da Russel Crowe, e lo psichiatra dell'esercito statunitense il tenente colonnello Douglas Kelley, nelle cui vesti troviamo Rami Malek.
Si è prodotto tanto sul "processo del Secolo", da Vincitori e vinti di Stanley Kramer (1961) alla miniserie ll processo di Norimberga di Yves Simoneau (2000), ma con Norimberga il punto di vista privilegiato è quello delle considerazioni psicologiche del dottor Kelley sulle personalità dei nazisti - e delle conseguenze che questo compito avrà sulla sua psiche.
[Trailer ufficiale di Norimberga]
Costruire il tribunale
Norimberga si apre all'indomani della resa nazista alle potenze Alleate vincitrici (Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica), con il giudice statunitense Robert H. Jackson (Michael Shannon) che vorrebbe portare a processo l’intera cerchia di gerarchi sopravvissuti, tra le remore di chi pensa invece che l'esecuzione sia l'unica reazione sensata ai crimini commessi.
Hitler si era suicidato il 30 aprile 1945 e i suoi seguaci, non solo i sottoposti, ma anche gli uomini di alto grado che avevano creduto e credevano ancora nella Soluzione Finale, con lo sterminio degli ebrei e di tutte le persone ritenute inferiori alla "razza ariana", meritano secondo molti la morte, una sorta di vendetta validata dalla Storia.
L'alternativa, ovvero mettere in piedi un processo, avrebbe potuto comportare infatti il rischio di fornire un palcoscenico all'orrore, dando ancora spazio alle "ragioni" dell'antisemitismo o, addirittura, provocare nell'opinione pubblica un moto di empatia verso le storie di uomini tanto feroci quanto abili nella retorica.
Il giudice Jackson è consapevole dei rischi, ma sa anche che uccidere i nazisti potrebbe renderli dei martiri per sempre, a fronte invece dell'occasione di recuperare la legittimità della Legge, svilita nelle norme razziali istituite durante il regime, nobilitandola di nuovo come atto di giustizia civile.
Norimberga pone l'attenzione sulla difficoltà di immaginare un contorno giuridico senza precedenti: bisogna costruire, fisicamente e concettualmente, un tribunale che possa contenere e giudicare i massimi leader nazisti, stabilendo per la prima volta precedenti fondamentali per il diritto penale internazionale, con capi d'imputazione specifici, come "crimine contro l'umanità" e "genocidio", un evento mediatico epocale sotto gli occhi del mondo, che avrebbe potuto segnare finalmente la resa dei conti del nazismo.
La determinazione del giudice Jackson convince anche gli scettici: il processo si celebrerà e sarà un monito collettivo, riferimento imprescindibile per scandagliare le azioni dei responsabili, ma anche l'assenza di reazione di chi ha lasciato che tutto ciò accadesse, fino a quando non è stato troppo tardi per impedirlo.
Durante il processo di Norimberga Jackson si misura con la pressione dell'opinione pubblica, con la portata di un'operazione inedita che avrebbe potuto accrescere o mettere fine alla sua carriera, in base all'esito delle condanne - tanto da dover essere aiutato nelle arringhe dal Procuratore inglese Sir David Maxwell-Fyfe (Richard E. Grant) - e anche con le ambiguità del suo stesso paese, gli Stati Uniti.
Solo pochi mesi prima, il 6 e il 9 agosto del 1945, gli USA avevano sganciato le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, provocando un numero enorme di morti: è la contraddizione insita nella guerra, non esiste da nessuna parte una superiorità morale, esistono solo vincitori e vinti.
[Una scena di Norimberga durante il processo che vede imputato Hermann Göring (Russell Crowe) e, in alto a sinistra, il confronto con una foto dell'epoca del processo storico con il vero Hermann Göring]
La mente criminale
Quando Norimberga ci presenta lo psichiatra dell’esercito statunitense Douglas Kelley, calca la mano sulla sua scaltrezza da illusionista: il giovane gira con un mazzo di carte a cui affida la dimostrazione della sua capacità di stupire l'interlocutore, giocando sulla conoscenza dei meccanismi umani che ingannano l'occhio e salvaguardano la credibilità della magia.
Eppure, quando il dottore dovrà misurarsi con il labirinto oscuro della mente criminale dei nazisti, non sarà così pronto a tirare fuori l'asso nella manica.
Douglas Kelley viene incaricato dal colonnello Burton Andrus (John Slattery) di valutare la salute mentale dei principali uomini di potere nazisti catturati dagli Alleati e ora detenuti nella prigione di Norimberga, in attesa della fine dei lavori di costruzione del tribunale.
Allo psichiatra viene affiancato Howie Triest (Leo Woodall), un sergente traduttore dal tedesco all'inglese, il quale più che facilitare la comunicazione con i nazisti aiuta il dottore a mantenere una visione d'insieme, sintetizzando, con la sua sola storia personale, tutti i controsensi della guerra, un contraltare di realtà alle elucubrazioni che rischiano più volte di obnubilare la lucidità di Kelley.
Il compito è quanto mai difficile: decodificare le personalità dei criminali, indagare i loro ragionamenti, capire cosa distingue questi uomini da tutti gli altri per essersi spinti così oltre, trovare risposte alla domanda regina: erano consapevoli del progetto del Terzo Reich, ne conoscevano tutte le diramazioni più delittuose?
E, se sì, l'approvazione di quella barbarie è stata frutto di una distorsione patologica della mente o la conseguenza di un'adesione intenzionale da parte di un intelletto sano?
Una delle interpretazioni che il Norimberga di Vanderbilt avrebbe potuto offrire allo spettatore sarebbe potuta essere quella tracciata a posteriori da Hannah Arendt nel suo saggio "La banalità del male - Eichmann a Gerusalemme" del 1963, secondo cui i gerarchi nazisti non devono apparire come creature mostruose, un'eccezione malvagia e quindi, per statistica, meno frequente - pensiero che, in qualche modo, ci rassicura - ma come persone comuni che hanno deciso di rinunciare al proprio spirito critico per limitarsi a eseguire ordini ricevuti dall'alto, abdicando alla responsabilità di giudicare le proprie azioni, disinteressati a conservare una morale autonoma, autoassolvendosi dietro all'idea di essere il braccio guidato dalla testa di qualcun altro.
Il male, secondo Arendt, è "banale" non perché sia insignificante, ma perché non serve necessariamente un odio ideologico maligno per innescarlo, ma un'ordinaria adesione ai comandi dell'autorità.
Norimberga sceglie invece di concentrarsi sull'incontro tra il dottor Douglas Kelley e Hermann Göring, una tra le figure politiche apicali durante il regime della Germania nazista, le cui azioni dunque non si possono collocare tra quelle di un "mero esecutore".
Hermann Göring ha una personalità carismatica e seducente, durante i colloqui studia le mosse dello psichiatra più di quanto il dottore riesca a fare con lui, troppo concentrato a raccogliere informazioni per diagnosticare eventuali disturbi, conservando materiale utile anche per scrivere un ipotetico libro su questa esperienza professionale irripetibile.
Dopo una prima fase di diffidenza reciproca, Göring si mostra più disponibile al dialogo e confessa di aver fondato i campi di concentramento per il lavoro forzato, ma cerca di smarcarsi dalle colpe peggiori, accusando gli altri leader nazisti, soprattutto i defunti Hitler e Himmler.
Kelley prova ad avere un vantaggio su di lui facendosi mediatore con la famiglia, consegnando le sue lettere alla moglie e alla figlia, utilizzando l'arma degli affetti per indebolirne la corazza d'amianto; finisce però per rimanerne coinvolto lui stesso, in un duello cerebrale senza possibilità di equilibrio, che avvicina pericolosamente il dottore al sentimento dell'empatia.
Il fascino che Göring agisce su Kelley, la sua capacità manipolatoria di orientare i giudizi di chi si trova di fronte a lui, induce lo psichiatra a valutarlo clinicamente come un narcisista patologico e a suggerire al giudice Jackson di puntare, nella strategia accusatoria in aula, proprio sulla sua vanità, perché, tra tutti gli aspetti di una personalità così complessa, l'ego sproporzionato avrebbe potuto adularlo al punto di tradirlo.
Nonostante la distanza professionale di chi ha gli strumenti per vedere che sotto la maschera non rimane niente, se non un uomo a pezzi che tenta disperatamente di contare ancora qualcosa, lo psichiatra sarà l'ennesima vittima dei tentacoli fagocitanti di Göring, segnato da un incontro che inquinerà per sempre il resto della sua esistenza.
[Una scena di Norimberga con Hermann Göring (Russell Crowe), Howie Triest (Leo Woodall) e il dottor Douglas Kelley (Rami Malek)]
Tra finzione e realtà
Dal punto di vista interpretativo Russell Crowe spicca in Norimberga per essere riuscito con grande maestria a caratterizzare il suo personaggio, anche a livello fisico, con una stazza imponente che occupa tutta la scena, così come il carattere di Göring risucchia tutta l'attenzione intorno a sé, destreggiandosi bene anche con la lingua, in un tedesco credibile e in un inglese indurito dall'accento teutonico.
Il rischio di una prova così convincente è però quello di oscurare il resto del cast, cannibalizzando le interpretazioni degli altri attori.
Succede in parte con Rami Malek che, se nell'economia del film riesce a trasferire il senso del suo personaggio, nella performance lascia qualche dubbio sulla incisività delle espressioni del volto, piuttosto monocordi.
La regia di Norimberga firmata da James Vanderbilt risulta abbastanza prevedibile, con un'andatura schematica e poco appassionante, senza veri momenti topici.
La storicità della pellicola viene suggellata dall'inserimento dei veri filmati che vennero trasmessi durante il processo, di fronte alla Corte e agli imputati, girati dai soldati sovietici e statunitensi dentro ai lager, che mostrano senza filtri la devastazione indicibile subita dagli ebrei e dai reietti della società e l'annichilimento fisico e psichico di coloro che riuscirono a sopravvivere alle atrocità.
In altri frangenti, Vanderbilt sembra però tentare di riprodurre la sensazione di "invecchiamento" della pellicola, mettendo in atto soluzioni registiche, sbalzi di luce e cambi di inquadratura poco credibili, quando non posticci.
Norimberga racconta fatti realmente accaduti, ma si concede anche la libertà artistica di drammatizzare alcuni passaggi, mescolando realtà e finzione.
Per esempio la scena (godibilissima) del colloquio tra il giudice Robert H. Jackson e Papa Pio XII, interpretato dall'attore italiano Giuseppe Cederna, in cui Jackson chiede la "benedizione" da parte del Vaticano per dare avvio al processo.
Nonostante le reticenze del Pontefice, arroccato sull'idea che la Legge di Dio superi quella dell'uomo, il giudice riesce a convincerlo (sarebbe meglio dire "ricattarlo"), facendogli notare come il mondo si ricorderà se la Chiesa è stata favorevole o contraria a mettere sotto giudizio i nazisti.
Non esistono documenti storici che attestino la veridicità di quel colloquio, il Vaticano non si espresse mai esplicitamente sul processo di Norimberga, riconoscendo di fatto il diritto delle potenze Alleate di giudicare i crimini nazisti, ma, al contempo, facendo trapelare la criticità dell'uso della pena di morte e, soprattutto, del conflitto etico tra la giustizia legale, quella morale e il perdono cristiano.
Con quella scena di finzione, quindi, Norimberga mette simbolicamente a confronto due visioni contrapposte: la giustizia secolare dei tribunali e quella religiosa della Chiesa, che durante il regime nazista e fascista ha mantenuto una posizione a dir poco controversa.
Il processo di Norimberga indirettamente portò alla luce le responsabilità storiche delle istituzioni, inclusa quella della Santa Sede, rimasta colpevolmente in silenzio di fronte allo sterminio dell'Olocausto.
[Una scena di Norimberga che ritrae il colloquio del giudice Robert H. Jackson (Michael Shannon) con Papa Pio XII (Giuseppe Cederna)]
La lezione per il presente
Nel contesto socio-politico attuale, la visione di Norimberga dovrebbe attivare una serie di allarmi individuali e collettivi.
Oggi le organizzazioni internazionali sono state svuotate del loro significato più autentico, fondato sul principio di cooperazione tra i Paesi per mantenere la pace, la sicurezza e promuovere i diritti umani.
Norimberga ci ricorda esattamente da dove nasce quella esigenza di collaborazione sovranazionale e quanto sia necessario, ora più che mai, tenerla in vita.
Norimberga funziona da avvertimento: le rivendicazioni naziste di Göring prendevano origine dalle promesse di Hitler - "possiamo riconquistare la nostra antica gloria"; "ci ha fatto sentire di nuovi tedeschi"- idee di nazionalismo esacerbate dalla sconfitta della Prima Guerra Mondiale e dalla umiliazione del Trattato di Versailles, che assomigliano tremendamente ai programmi politici e alla propaganda di certe destre estremiste del presente.
E, ancora, se durante il processo di Norimberga le immagini della disumanizzazione degli ebrei che vissero il trauma della Shoah hanno sconvolto l'umanità intera, che ha giurato "mai più", oggi, di fronte alle fotografie e ai video degli scenari di guerra che ogni giorno riempiono gli schermi dei nostri smartphone, sembriamo essere immuni, o forse atterriti e immobili, oppure, ancora peggio, frammentati, divisi gli uni dagli altri.
Come spesso accade, allora, l'arte del Cinema può sollecitare un risveglio, renderci più vigili e consolarci al contempo, attraverso l'esempio di chi prima di noi ha saputo guardare il male negli occhi senza averne più paura.
____
CineFacts non ha editori, nessuno ci dice cosa dobbiamo scrivere né soprattutto come dobbiamo scrivere: siamo indipendenti e vogliamo continuare a esserlo, ma per farlo sempre meglio abbiamo bisogno anche di te!
Articoli
Articoli
Articoli
