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In Fanny e Alexander, Ingmar Bergman concepisce l’atto del raccontare come una delle più profonde necessità umane: restituire in piccolo un mondo troppo grande, inconoscibile, e circoscriverlo in confini più limitati, accessibili, forse persino comprensibili.
Company, terzo lungometraggio da regista di Casey Affleck, sembra partire da una simile concezione di racconto come strumento di scoperta, quindi dalla convinzione che una storia ne riveli un’altra, poi un’altra ancora, fino a lasciare intravedere qualcosa, una risposta o una verità, che la sola coscienza faticherebbe a formulare pienamente.
[Clip ufficiale di Company]
Assumendo tale concezione come principio tematico e strutturale, Company si articola su un sistema di racconti organizzati a matrioska.
In una notte di pioggia del 1975, Evelyn (Emily Alyn Lind) si presenta a una festa e racconta la storia di Tom (Nick Nolte), un eremita che, nel 1953, aveva offerto riparo a una giovane donna.
Lei gli raccontò una storia: quella, ancora più remota, della coppia di contadini che accolse nella loro casa un giovane vagabondo, Caleb (Atticus Affleck), a condizione che vi lavorasse come guardiano notturno.
Anche loro avevano sentito delle storie, e ne erano rimasti turbati: racconti di uomini e bestie a cui era stato cavato il cuore.
Inizialmente, l’arretramento progressivo nel tempo esercita un’efficace forza di attrazione.
Ogni storia sembra custodire qualcosa di quella che la contiene e ogni passaggio ulteriore sembra suggerire un nucleo più remoto verso cui il film sta lentamente procedendo.
Più di ciò che accadde, interessa comprendere cosa leghi personaggi, epoche e luoghi in apparenza così distanti: sappiamo che Tom trovò pace nell’ascoltare il racconto della sua ospite, e riconosciamo come portatore di verità lo straniero che, inatteso e senza nome, si presenta alla porta.
All'interno di questa struttura Affleck inscrive il lutto e il debito, la vendetta e il perdono, la possibilità di fare pace con l’esistenza ricevuta in sorte e con ciò che non può più essere corretto, l’accettazione dell’indeterminatezza di ciò che deve ancora accadere.
[Company: Atticus Affleck e Adelaide Clemens in una scena del film]
È tuttavia la portata della sua promessa a rendere evidente il limite del film.
Il movimento a ritroso continua ad accumulare livelli, personaggi e interrogativi, senza che alla stratificazione del discorso corrisponda la profondità del punto d’arrivo.
La criticità sostanziale risiede, di fatto, nella sproporzione tra ciò che la costruzione promette e ciò che infine restituisce: nel momento in cui gli intrecci convergono e il film esplicita la natura del mistero che lo attraversa, la rivelazione appartiene a un immaginario molto più inflazionato di quanto l’elaborata architettura narrativa lasciasse presagire.
Ne deriva una parziale contraddizione rispetto all’idea di racconto da cui Company prende le mosse e, per quanto Affleck suggerisca il raccontare come lo svelamento progressivo di qualcosa che non si sapeva di voler dire, il film sembra al contrario riconoscere con relativa chiarezza il proprio significato morale - pace, o compassione, come possibilità alternativa alla contabilità del dolore.
[Ben Mendelsohn in una scena di Company]
Sul piano registico, Affleck costruisce un immaginario adeguato alla natura quasi orale della narrazione, un’atmosfera gotica di neve e oscurità, interni rischiarati dal fuoco e figure isolate all’interno di paesaggi ostili.
L’opera resta prevalentemente verbale, affidata a lunghi scambi e racconti riferiti che finiscono talvolta per irrigidire ulteriormente il ritmo già deliberatamente rarefatto.
Company finisce, in ultimo, col dimostrare involontariamente qualcosa di diverso rispetto alla propria premessa: se raccontiamo storie così da ridurre a una dimensione umana ciò che è troppo vasto per essere compreso, non necessariamente un racconto diventa più capace di farlo quanto più si moltiplica.
Casey Affleck costruisce racconti dentro racconti nella speranza che, procedendo sempre più a fondo, qualcosa finisca inevitabilmente per rivelarsi.
Eppure, di fronte all’inconoscibile che dovrebbe tentare di accogliere, sembra ritrarsi, cercando un riparo più sicuro all'interno di un terreno narrativo già familiare.
La complessità rimane così limitata nella struttura predisposta a contenerla, più che in ciò che, una volta raggiunto il centro, il film riesce effettivamente a scoprire.
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