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Peter Hujar's Day - Recensione: mormorio di un'esistenza

Ira Sachs adatta la chiacchierata tra la scrittrice Linda Rosenkrantz e il fotografo Peter Hujar, creando un’esperienza immersiva che trasforma il racconto di una giornata monotona nel biopic spirituale di un’artista

Titolo originale: Peter Hujar's Day
Genere: Biografico, Drammatico 
Regia: Ira Sachs
Sceneggiatura: Ira Sachs
Cast: Ben Whishaw, Rebecca Hall
Uscita Italia: 22 maggio 2026
Distribuzione: MUBI
Durata: 76 minuti
Paese: USA
 

Peter Hujar's Day è un’opera dal titolo autoesplicativo, il riassunto di una lineare conversazione tra amici.

 

Il nuovo film di Ira Sachs arriva in Italia distribuito in streaming da MUBI, dopo essere stato presentato lo scorso anno al Sundance Film Festival e nella sezione Panorama della Berlinale.

 

Un progetto che porta all’estremo il minimalismo dell’autore di Forty Shades of Blue: 75 minuti composti soltanto da Ben Whishaw e Rebecca Hall che parlano confinati in un appartamento.

 

[Trailer ufficiale di Peter Hujar's Day]

 

 

L’idea nasce durante la produzione di Passages, il precedente film del regista, quando Sachs si imbatte nel libro omonimo di Linda Rosenkrantz che trascrive un’intervista fatta il 19 dicembre 1974 al suo amico e fotografo Peter Hujar in cui gli chiede semplicemente di raccontare cosa ha fatto il giorno prima. 

 

Lo scritto è la trasposizione dell’audio-registrazione di quell’incontro, recuperata da Rosenkrantz nel 2019 dopo che sembrava andata perduta per sempre, e avrebbe dovuto far parte di una raccolta più ampia mai completata dove la stessa domanda veniva posta a diversi artisti.

Un materiale che Sachs decide di approcciare in maniera piuttosto anticonvenzionale, con l’obiettivo di portare sullo schermo l’esplorazione sperimentale di un microcosmo quotidiano nell’eclettico panorama newyorkese degli anni ’70. 

 

Peter Hujar è stato un maestro della fotografia in bianco e nero, autore di ritratti viscerali in gran parte riscoperti dopo la sua morte, avvenuta nel 1987 a causa dell’AIDS (un esempio su tutti è Orgasmic Man, immagine divenuta celebre dopo essere stata scelta dalla scrittrice Hanya Yanagihara per la copertina del suo bestseller Una vita come tante).

 

Avanguardista bohémien, il suo lavoro si intreccia con le straordinarie personalità che hanno costellato l’epoca della beat generation e la scena underground di Manhattan, da lui immortalate categoricamente in bianco e nero attraverso ritratti empatici e profondamente psicologici.

 

 

 

 

[Ben Whishaw in una scena di Peter Hujar's Day; fonte: Janus Films]

 

Quella di Hujar è un’iconicità silenziosa, che il film di Ira Sachs mantiene fantasmatica, senza alcuna pretesa di riportarlo in vita attraverso le immagini. 

 

Peter Hujar's Day è infatti una radicale interpretazione del concetto di slice of life, che non mette in scena gli eventi poco significativi di una giornata qualunque, ma ricostruisce esclusivamente l’atto della loro narrazione: la trasformazione di Hujar in un James Joyce dell’East Village, che decanta il flusso di coscienza del suo personalissimo Ulisse.

 

Per quanto ci siano esempi di opere in questo stile pienamente riuscite (si può citare La mia cena con André di Louis Malle), il rischio di una scelta tanto formalista rimane duplice: da un lato quello di un eccessivo profluvio retorico che surclassi l’effetto visivo, dall’altro quello di scadere facilmente in un’impostazione troppo teatrale, ma Sachs trova a mio parere le giuste intuizioni per contrastarli e dare significato al mezzo cinematografico. 

Il primo passo è quello di non nascondere l’artificio, ma palesarlo sin da subito. 

 

Il film si apre con la voce dello stesso Sachs che detta indicazioni per la scena e, solo dopo il via libera del ciak, vediamo Peter entrare in ascensore per raggiungere l’appartamento di Linda. L’apparato metacinematografico ritorna poi a intermittenza, invadendo l’inquadratura con il boom o attraverso campi lunghi che mostrano la troupe ai lati degli attori, quasi a voler destabilizzare lo spettatore per ricordargli la finzione di ciò che sta guardando.

 

 

[Rebecca Hall in una scena di Peter Hujar's Day; fonte: Janus Films]

 

In questo scenario, il montaggio di Affonso Gonçalves diventa la vera anima del film.

 

Peter e Linda sono anime erranti all’interno della loro conversazione, grazie all’alternarsi ritmato di classici campi-controcampi e destrutturanti ellissi spazio-temporali: i personaggi cambiano stanze e posizioni, il tempo si dilata muovendosi nebulosamente tra giorno, notte e crepuscolo, mentre il racconto di Hujar rimane ordinato e ininterrotto.

 

Gli angoli di ripresa mutano e si moltiplicano, attribuendo dinamismo visivo alla statica descrizione del quotidiano, sempre inscritta in un’allure confortante e malinconica che sembra appartenere a un tempo perduto, effetto a cui contribuisce largamente la morbidezza sbiadita della pellicola 16mm.

Lo spettatore viene avvicinato all’intimità del rapporto tra i due protagonisti per poi esserne a più riprese allontanato, oltre che con i già citati momenti metacinematografici, anche attraverso l’uso della messa a fuoco e gli estranianti intermezzi musicali tra W.A. Mozart e rockabilly, che aggiungono sfumature inattese di monumentalità e frenesia. 

 

Un risultato ammaliante, seppur non sempre efficace, in cui a spiccare sono soprattutto le straordinarie interpretazioni dei due attori in scena.

 

Ben Whishaw sussurra delicatamente le parole di Peter Hujar e concentra il calore della sua interpretazione nelle espressioni, nella postura, nei movimenti e nell’inclinazione della voce, facendo emergere un connubio magnetico di discrezione emotiva ed emarginazione intellettuale.

Altrettanto centrata è la Linda Rosenkrantz di Rebecca Hall, che si mette sommessamente in disparte, manifestando con pochissime linee di dialogo un ascolto partecipato tra indagine e comprensione della sua controparte.

 

Whishaw e Hall recitano qui insieme per la prima volta, ma restituiscono la chimica di due persone che sembrano conoscersi da sempre, rifugiate nella sospensione di uno spazio ideologico per cercare di sentirsi meno soli, in un equilibrio genuino e sottilissimo.

 

 

[Rebecca Hall e Ben Whishaw ballano in una scena di Peter Hujar's Day; fonte: Janus Films]

 

In Peter Hujar's Day le parole hanno un valore fortemente illustrativo, con il racconto di una normalissima giornata che diventa il resoconto di una scena artistica, di un’epoca e di un’intera città.

 

Hujar riflette sugli incontri e i rapporti personali, citando tantissimi nomi del suo universo culturale (tra cui Allen Ginsberg, Susan Sontag, Ed Baynard, Hibiscus, William Burroughs e Fran Lebowitz, solo per nominarne alcuni), definisce la frustrazione per una libertà artistica che soccombe al peso del capitalismo e descrive i tecnicismi del lavoro fotografico.

Tutto è estremamente dettagliato, ma mai realmente approfondito, perché ciò che conta risiede nel non detto, nelle sensazioni di tristezza, passione, speranza e disillusione che si percepiscono costantemente, pur restando nascoste sotto la superficie.

 

Quella di Ira Sachs è in fondo una sceneggiatura fatta di vuoti e sottrazioni, che elimina la drammaticità, gli orpelli e i conflitti per catturare la fragilità esistenziale del protagonista estraendola direttamente dall’ordinario. 

 

Lo sconforto postmoderno di Peter è in questo senso paragonabile a quello del Glauco di Dillinger è morto o di Jeanne Dielman, senza che il film riesca a toccare gli apici di brillantezza dei capolavori di Marco Ferreri e Chantal Akerman, ma conservandone lo spirito raffinato e pungente. 

Peter Hujar's Day è un piccolo gioiello, elegante e imperfetto, che rielabora il lavoro di Rosenkrantz per preservare la purezza delle parole del protagonista.

 

Un esempio calzante di arte per l’arte, che omaggia un grande artista sussurrando la bellezza celata nella sua normalità.

 

[articolo a cura di Simone Loi]

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