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Dall’indipendenza contemplativa di Storia di un fantasma all’assorbimento nell’ipercommerciale universo Disney, il percorso di David Lowery riflette una dinamica ormai comune nel Cinema contemporaneo: quella di un’industria sempre più rapida nell’assorbire il nuovo Cinema d’autore.
Il suo ultimo progetto, Mother Mary, sembrerebbe voler bilanciare questi due poli, nel tentativo di fondere ricerca formale e cultura popolare, spiritualità autoriale e iconografia mainstream.
In sintesi, un’opera teoricamente sospesa tra Lady Gaga e Cinema metafisico.
[Mother Mary: trailer ufficiale]
Teoricamente, perché il film non riesce davvero a diventare né l’uno né l’altro.
Con un impianto spesso magnificente, Lowery costruisce la sua Mother Mary - interpretata da Anne Hathaway - come una popstar dalla dimensione martiriale.
Dopo un improvviso ritiro dalle scene, la cantante si rivolge alla sua storica costumista e collaboratrice - Michaela Coel - per la creazione di un abito destinato al suo ritorno pubblico.
Il film si concentra sul rapporto tra le due donne, attraversato da dipendenza, fascinazione reciproca, risentimento e desiderio di controllo, fino a farne il proprio nucleo emotivo e simbolico.
[Anne Hathaway e Michaela Coel in una scena di Mother Mary]
Tra possessione soprannaturale e melodramma sentimentale, Lowery costruisce un sistema visivo di grande precisione estetica: luci come apparizioni artificiali, spazi ordinati secondo una logica installativa, transizioni invisibili, cromatismi freddi e sacrali.
Allo stupore visivo si accompagna però la sensazione che questa ricercatezza finisca spesso per esaurirsi nella superficie dell’enfasi, in una sublimazione della messa in scena continuamente proiettata verso il simbolico.
Se ogni elemento dell’opera sembra alludere a un significato ulteriore, a una dimensione altra, trascendente, Mother Mary appare al contempo privo di una reale necessità interna capace di sostenerne l’incessante tensione allegorica.
[Costruzione visiva di una delle scene di Mother Mary]
Il rapporto tra i due personaggi centrali ne costituisce forse l’esempio più evidente.
Lowery costruisce attorno al loro legame una dinamica di persecuzione emotiva veicolata nel soprannaturale, suggerendo continui parallelismi tra amore, possessione, ossessione artistica e infestazione spettrale.
Eppure, più il film accumula metafore e sovrastrutture simboliche, più questo nucleo relazionale sembra paradossalmente svuotarsi.
Che si tratti di una forma di amore saffico o di un rapporto di cannibalizzazione tra musa e artista, Mother Mary adotta costantemente i codici dell’indicibile senza che esista una ragione narrativa forte che li sostenga.
È qui che il riferimento dichiarato a Ritratto della giovane in fiamme diventa particolarmente rivelatore, soprattutto per contrasto: se nel film di Céline Sciamma, l’impossibilità del sentimento nasce da una struttura storica repressiva e concreta, nel film di Lowery il mistero del rapporto sembra invece nutrirsi di se stesso, come se la nebulosità dovesse automaticamente produrre profondità.
[Mother Mary e la componente soprannaturale e spirituale]
Questa dinamica attraversa l’intero impianto sacrale del film.
Lo pseudonimo di Mother Mary, i richiami alla santità, la costruzione della protagonista come una moderna Giovanna d’Arco, suggeriscono una riflessione - anche sofisticata - sulla popstar come contemporanea icona di santità, centro di un culto contemporaneo fatto di simboli condivisi, ritualità performative e masse di devoti.
Di contro, il film non sembra definire cosa questa santificazione significhi.
In assenza di una chiave interpretativa forte, ogni lettura rimane aperta: Mother Mary come martire dello spettacolo, corpo consumato dalla musica, santa queer, artista incapace di distinguere realtà, rappresentazione e performance.
[Anne Hathaway in uno dei costumi di scena di Mother Mary]
Con questo progetto David Lowery sembra quindi disperdersi nell’incapacità di trascendere davvero l’immaginario pop contemporaneo pur tentando costantemente di spiritualizzarlo.
Il film ambisce a trasformare la popstar in una figura sacrale, mitologica, medievale, ma tutto ciò che mette in scena resta sempre percepibile come costruzione estetica e, se in Storia di un fantasma o in Sir Gawain e il Cavaliere Verde il suo Cinema trovava la propria dimensione metafisica attraverso il vuoto, l'enigma e la sospensione temporale, qui la trascendenza viene cercata nell’eccesso performativo, nell’iperstimolazione visiva e nella continua monumentalizzazione emotiva.
Il risultato è un’opera che confonde spesso densità simbolica e accumulo di segni, intensità emotiva ed esasperazione tonale.
Così, nel tentativo di evocare simultaneamente amore, trauma, spiritualità, performance, possessione e mitologia pop, Mother Mary finisce progressivamente per non prendere davvero posizione su nulla: ogni simbolo rimane aperto, ogni metafora continuamente rilanciata, ogni significato lasciato in sospensione.
Quando un film suggerisce tutto, e dunque potenzialmente qualsiasi cosa, il rischio è che l’ambiguità smetta di produrre complessità e finisca semplicemente con il non dire più niente.
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