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Jonathan Glazer - Suoni e immagini da un pianeta alieno: il nostro

La zona di interesse rappresenta il culmine della carriera del regista britannico, che si afferma definitivamente tra i maggiori autori contemporanei: esploriamo la sua visione unica dalla pubblicità e i videoclip fino al palco dell'Academy, tra importanti influenze e riflessioni sull'umanità

Se c’è un autore nel panorama contemporaneo capace di sovvertire continuamente le aspettative e sfidare le convenzioni quello è Jonathan Glazer.

 

Dal suo esordio a tinte pulp con Sexy Beast - L'ultimo colpo della bestia al recente e monumentale La zona d’interesse, passando per la sofferta intimità di Birth - Io sono Sean e la fantascienza postumana di Under the Skin, Jonathan Glazer ha forgiato un Cinema che non somiglia a quello di nessun altro, prediligendo la qualità dei progetti alla quantità della produzione.

 

Oggi il nome di Glazer è finalmente sulla bocca di tutti, dopo i successi di Cannes e i Premi Oscar: questo articolo vuole invitare i lettori a riscoprire i film precedenti del regista britannico, offrendo anche una panoramica sui lavori di Jonathan Glazer nell’ambito della pubblicità e del videoclip, esplorando l’evoluzione del suo linguaggio e le influenze cinematografiche e letterarie che hanno contribuito a forgiare un Cinema perturbante e “alieno”, che continua a interrogare lo spettatore su cosa voglia dire essere (o sentirsi) umani.

 

Nato nel 1965, Jonathan Glazer cresce a Londra, nel quartiere di Hadley Wood, come membro di una famiglia ebraica riformista di discendenza ashkenazita.

Da giovane frequenta la scuola ebraica locale, la sinagoga di Camden e trascorre cinque mesi in Israele nell’ambito di un programma di scambio culturale.

Dopo aver conseguito la laurea alla Nottingham Trent University, Glazer inizia a lavorare prima a teatro e poi per la BBC, come montatore di trailer e spot per programmi TV.

 

Nel frattempo realizza alcuni cortometraggi, prima di approdare alla regia in ambito pubblicitario e come specialista di videoclip musicali, in un’epoca d’oro per la musica pop e rock inglese e in cui MTV raggiungeva milioni di case.

 

[Nel videoclip di Karmacoma, Jonathan Glazer crea un ideale mixtape dei suoi autori e film preferiti: troviamo diversi riferimenti a, tra gli altri, Nicolas Roeg (Performance), Stanley Kubrick (Shining), David Lynch (Fuoco cammina con me), i fratelli Coen (Barton Fink), Clive Barker (Hellraiser) e Quentin Tarantino (Pulp Fiction). Riuscite a trovare altre citazioni?]

 

 

Il videoclip di Karmacoma dei Massive Attack (1995) offre già alcune importanti indicazioni sul futuro stile di Jonathan Glazer: impatto visivo audace, rigoroso controllo formale e un certo gusto per situazioni surreali o oniriche.

 

Come sarà per Sexy Beast, anche Karmacoma gioca con l’immaginario dei crime movie all’inglese, in una serie di situazioni sempre più bizzarre ambientate all’interno di un hotel che ricorda molto l’Overlook di kubrickiana memoria (Shining è citato esplicitamente con l’apparizione di due gemelle in un corridoio); i bassi e le sonorità misteriose della band di Bristol dettano il tono del videoclip, in cui Glazer fa sfoggio di tutta la sua cinefilia imbottendo i quattro minuti circa di girato di citazioni ad autori che ama come Roeg, Kubrick (appunto) e Lynch.

 

Sempre nel 1995 Jonathan Glazer dirige per i Blur il videoclip di The Universal, canzone pop orchestrale tratta dal disco The Great Escape, nel quale la band di Damon Albarn si esibisce in costume da drughi in un locale che ricrea esplicitamente  il Korova Milk Bar di Arancia meccanica

Due videoclip, due omaggi espliciti a Stanley Kubrick: il regista newyorkese è infatti la principale fonte di ispirazione di Jonathan Glazer, che lo cita in un modo o nell’altro in ogni suo film, tanto da dichiarare di avergli “Davvero svuotato le tasche. La gente dice educatamente ‘omaggio’, ma probabilmente gli ho rubato il portafoglio”.

 

Per stessa ammissione di Glazer, il punto di svolta per lo sviluppo del proprio stile distintivo avviene con la realizzazione del video di Street Spirits (Fade Out) dei Radiohead, band che allora era al secondo disco e, come Glazer, alla ricerca della propria voce.

 

[Il video di Street Spirits (Fade Out) dei Radiohead segna un punto di svolta nell'evoluzione del linguaggio visivo di Jonathan Glazer, che abbandona omaggi e citazioni per cercare uno stile più caratteristico, in maniera non dissimile da ciò che faceva la band di Oxford in campo musicale]

 

 

Street Spirits (Fade Out) è ricco di immagini suggestive che sembrano rispondere alla logica del sogno: il regista gioca con ralenti, riavvolgimenti di pellicola e usa il bianco e nero per comporre una colonna visiva suggestiva e perfettamente in linea con il canto sofferto di Thom Yorke.

 

Jonathan Glazer continua a usare il bianco e nero anche per il video di Into My Arms (1997) di Nick Cave, che però non rimane soddisfatto del risultato, consistente in una gallerie di persone che piangono riprese in primo piano.

Se Cave si lamenta è perché lo stile di Glazer è già ammirato e richiesto e il cantautore non è soddisfatto da quello che considerava forse un “compitino”: il filmmaker, infatti, parallelamente alla carriera musicale stava lasciando tutti a bocca aperta con una serie di spot iconici per diversi brand.

 

Jonathan Glazer ha rivoluzionato il mondo della pubblicità con la sua visione unica: i suoi spot non solo riescono a catturare l’attenzione del pubblico con scenari surreali e stimolanti, ma stabiliscono nuovi standard per la creatività e l’innovazione nel settore.

 

 

Tra gli spot più degni di nota sono da ricordare le campagne pubblicitarie per Stella Artois (che vedono come presenza ricorrente l’attore francese Denis Lavant), per Guinness (parte della campagna “Good Things Come To Those Who Wait”) e Levi’s, per cui realizza l’iconico spot Odyssey, in cui due giovani sfondano muri e camminano sugli alberi grazie al “potere” dei loro jeans.

 

[Lo spot Surfer, realizzato da Jonathan Glazer per Guinness, è uno dei più acclamati lavori del regista in ambito pubblicitario. Vi possiamo ritrovare tutti i tratti caratteristici del suo lavoro: l'uso artistico del bianco e nero, il ritmo paziente, l'immaginario surreale (le onde rappresentate come cavalli impazziti), il sound design suggestivo (tra silenzi e musica elettronica). Il prodotto viene rivelato solo alla fine dello spot: una strategia che ricorda quella del contenitore italiano Carosello]

 

 

In questi spot Jonathan Glazer usa spesso il bianco e nero, creando immagini suggestive che poco hanno a che fare con il prodotto pubblicizzato: un modo per attirare il pubblico con le immagini e la curiosità, prima di rivelare il logo del committente, che sarà imitatissimo negli anni a venire. 

 

Nel 1997 Jonathan Glazer realizza uno dei più iconici video musicali di tutti i tempi: il video di Virtual Insanity dei Jamiroquai è un prodigio di tecnica e inventiva, in cui Jay Kay si muove e balla in un ambiente apparentemente privo di gravità, un effetto ottenuto con l’utilizzo di un pavimento scorrevole.

Glazer gira dando l’illusione dell’assenza di stacchi, con un uso dello spazio e della prospettiva che anticipa di quasi trent’anni il lavoro su La zona d’interesse.

 

Non mancano inoltre i soliti omaggi a Stanley Kubrick, con la stanza che ricorda certe ambientazioni di 2001: Odissea nello spazio e un divano che inizia a sanguinare come l’ascensore di Shining.

 

[Uno dei video musicali più celebri di sempre: Virtual Insanity dona visibilità planetaria al lavoro di Jonathan Glazer e gli fa guadagnare i primi riconoscimenti, tra cui l'MTV Video Music Award]

 

 

Virtual Insanity entra prepotentemente nell’heavy rotation di MTV e si guadagna il MTV Video Music Award per il miglior video musicale dell’anno; Jonathan Glazer fa seguito a questo successo con un dittico automobilistico, di reminiscenza ballardiana, con cui torna a lavorare con i Radiohead e, nello specifico, Thom Yorke.

 

Nel video di Karma Police (1997), tratto dall’influente album OK Computer, vediamo un’automobile apparentemente senza autista alla guida, con solo Yorke come passeggero, mentre insegue e tormenta un uomo, che alla fine si ribella dandole fuoco. 

Il video è incredibilmente suggestivo e surreale, permeato da un’atmosfera misteriosa: chi è l’uomo?

Perché la macchina lo insegue?

 

Soprattutto: perché la panoramica finale rivela che Yorke è scomparso? 

 

[Il video di Karma Police è tra i lavori più suggestivi del periodo "musicale" di Jonathan Glazer: l'attore ungherese Lajos Kovács, che nel videoclip sembra interpretare un ripensamento della figura di Prometeo, con tanto di fuoco e supplizio, si è bruciato i polpastrelli durante le molte riprese in cui provava ad accendere il fiammifero con le mani dietro la schiena]

 

 

Il video di Karma Police figura tra i lavori più noti di Jonathan Glazer e contribuisce al successo dei Radiohead come alfieri del rock del futuro.

 

Nonostante sia un’opera che sembra abbracciare la citazione di Anthony Minghella cara a Glazer, per cui "Un buon cortometraggio deve essere come una sentenza perfetta", il filmmaker rimane insoddisfatto del video, preferendogli il lavoro svolto per Rabbit in Your Headlights della band elettronica Unkle, ancora con Thom Yorke alla voce.

 

In Rabbit in Your Headlights un uomo, interpretato da Denis Lavant, già alter-ego del regista francese Leos Carax e collaboratore abituale di Jonathan Glazer in ambito pubblicitario, caratterizzato da una fisicità con pochi eguali, cammina in mezzo a una carreggiata mormorando frasi inintelligibili, venendo ripetutamente investito dalle auto di passaggio fino a che, nel culmine della canzone, diventa una sorta di superuomo, causando la distruzione di un veicolo.

 

[Il video di Rabbit in Your Headlights è un ottimo esempio del modo in cui Jonathan Glazer utilizza il tappeto sonoro in relazione alle aspettative dello spettatore, creando un mix suggestivo tra musica e suoni diegetici, come clacson e dialoghi]

 

 

Rabbit in Your Headlights solidifica lo stato di autore di Jonathan Glazer, del quale possiamo già trovare i tratti distintivi che caratterizzeranno il suo Cinema, dalla sperimentazione sonora, con l’utilizzo di dialoghi diegetici, scelta inusuale in un videoclip, al simbolismo misterioso che permea le immagini.

 

Il filmmaker sembra pronto al salto verso il grande schermo, non prima di aver realizzato un ulteriore gioiello musicale, il videoclip di A Song for the Lovers per Richard Ashcroft: nel video, interamente ambientato in un appartamento, l’ex leader dei Verve canticchia la propria canzone come se venisse da una radio cosmica, mentre una minacciosa presenza sembra incombere dall’esterno.

Glazer gioca nuovamente sul confine tra diegetico e non, destreggiandosi nel framing degli interni e delineando la stanza come un ambiente a sé stante e alieno, tanto che al termine del video (che dimostra anche il senso dell’umorismo dell’autore con una gag abbastanza crassa) lo spazio sembra venire inghiottito dal buio, un elemento che caratterizzerà buona parte del suo Cinema.

 

Jonathan Glazer ha l’occasione di realizzare il suo primo lungometraggio per il Cinema quando gli sceneggiatori Louis Mellis e David Scinto gli propongono la sceneggiatura di Gangster n° 1, storia di un criminale londinese in cerca di vendetta.

Una differenza di vedute con i produttori fa tuttavia uscire dal progetto prima Mellis e poi Scinto: Gangster n° 1 viene affidato al regista Paul McGuigan, ma il trio non demorde e inizia a lavorare a un’altra sceneggiatura con il produttore-mecenate Jeremy Thomas.

 

Il risultato è Sexy Beast - L'ultimo colpo della bestia, storia di un criminale (Ray Winstone) ritiratosi al sole della Spagna con moglie e amici che viene coinvolto da un ex collega psicotico (Ben Kingsley) in un ultimo colpo da effettuare in una banca di Londra.

 

[Un estratto dall'opening di Sexy Beast, l'atipico gangster film con cui Jonathan Glazer firma il proprio debutto cinematografico. I primi minuti del film certificano che il filmmaker britannico è pronto al grande salto: immaginario surreale e controcorrente con le aspettative, musica ammiccante e ironicamente in linea con i grugni di godimento di Ray Winstone (Gal), l'irruzione dell'inaspettato che toglie il tappeto da sotto i piedi del pubblico, preparandolo idealmente a ogni cosa]

 

 

Sexy Beast è al contempo un omaggio al genere gangster e una parodia della mascolinità che vi è alla radice, secondo uno schema già utilizzato da Nicolas Roeg in Performance (citato apertamente nel film, che vede nel cast anche il protagonista del film di Roeg, James Fox) e da Michael Tuchner nel meno noto Villain (1971), che vede nel suo cast Ian MacShane, il minaccioso Teddy Bass nel film di Jonathan Glazer.

 

Il protagonista si chiama Gal, che nello slang britannico sta per “ragazza”, e ha come uniche preoccupazioni quella di prendere il sole in slip a bordo piscina e coccolare la moglie DeeDee (Amanda Redman), di cui è perdutamente innamorato, mentre tenta di reprimere la “bestia” (che Jonathan Glazer incarna alla sua maniera surreale in un uomo in costume da coniglio mannaro) che lo ha reso uno dei criminali più spietati d’Inghilterra.

 

La scena iniziale è geniale nella sua semplicità simbolica: sulle note di Peaches degli Stranglers (scelta musicale estremamente azzeccata e ironica) un macigno rotola da una collina per infrangersi nella piscina di Gal, a significare il ritorno del burrascoso passato a minare la tranquillità dell’ex-gangster.

Passato che si manifesta nella figura del temibile e sboccato Don Logan, interpretato da un Ben Kingsley che si porterà a casa la nomination ai Premi Oscar come Migliore Attore non Protagonista.

 

Don cerca in tutti i modi di convincere l’ex compare a effettuare un ultimo colpo, schernendolo ripetutamente e arrivando a minacciare la sua oasi di pace, finché la “bestia” di Gal non si risveglia con drastiche conseguenze. 

 

Al suo esordio, Jonathan Glazer porta tutto il virtuosismo coltivato tra videoclip e spot pubblicitari, condito da un umorismo travolgente e da vene di surrealismo tipiche dell’autore; lo stile è audace e ritmato, la durata scarna (nemmeno un’ora e mezza), il tono al contempo duro, parodistico ma anche inaspettatamente tenero.

Nel film emergono per la prima volta anche quelle “figure aliene” che caratterizzeranno il Cinema di Glazer successivo: non solo il grottesco Don Logan, dall’aspetto al contempo minaccioso e ridicolo, che parla in maniera talmente rapida e ricca di improperi da sembrare un’intelligenza artificiale, ma anche un ragazzino spagnolo di pochissime parole che Gal assume come aiutante in casa e che sembra fungere da sua coscienza.

 

Senza contare la solare ambientazione spagnola, che nel contesto di un crime movie britannico fa sembrare l’hacienda e i suoi dintorni l’equivalente di un pianeta alieno.

 

 

[Ben Kingsley è il gangster psicopatico Don Logan in Sexy Beast di Jonathan Glazer, in un'interpretazione che ha fatto guadagnare all'attore britannico la nomination al Premio Oscar. Per trovare l'ispirazione l'attore ha dichiarato di essersi ispirato tanto allo Iago di Otello quanto alla... nonna. A quanto pare, una donna davvero temibile!]

 

 

Sexy Beast riscuote un ottimo successo di critica, diventando un cult movie istantaneo e venendo anche votato tra i migliori film britannici di sempre; di recente ne è stato realizzato un adattamento televisivo per Paramount+, ma senza il coinvolgimento di Glazer o degli sceneggiatori.

 

Il successo del film permette a Jonathan Glazer di lavorare al suo prossimo progetto, un dramma psicologico in cui una vedova, in procinto di risposarsi, incontra un bambino di dieci anni che sostiene di essere la reincarnazione del marito defunto.

Jonathan Glazer propone l’idea a Jean-Claude Carrière, sceneggiatore francese già collaboratore assiduo di Luis Buñuel, che lo aiuta a trasformare il soggetto nello script di Birth - Io sono Sean (2004).

 

Se Sexy Beast è ancora fortemente debitore dello stile vibrante e surreale dei videoclip musicali di Glazer, Birth sorprende per rigore e controllo formale, confermando una crescita autoriale repentina del filmmaker britannico e la sua versatilità nella scelta dei progetti e dei generi da esplorare.

 

 

[Il trailer del film Birth, opera seconda di Jonathan Glazer: al botteghino il film è rientrato a malapena dai costi di produzione, nonostante la presenza della star Nicole Kidman e di un cast composto da caratteristi di livello come Anne Heche, Danny Huston e Peter Stormare e dalla grande star della vecchia Hollywood Lauren Bacall]

 

 

La parte della protagonista viene affidata a Nicole Kidman, al tempo l’attrice più richiesta di Hollywood e la più coraggiosa nella scelta dei progetti: la sua Anna è una donna fragile, che non ha mai superato veramente la morte del marito, nonostante l’incombente matrimonio con Joseph (Danny Huston), membro dell’alta classe sociale di Manhattan.

 

Se in Sexy Beast il passato emerge sotto forma di un macigno pronto a travolgere ogni parvenza di riconquistata normalità, nel più delicato Birth fa capolino sotto le spoglie di un ragazzino di dieci anni, Sean (Cameron Bright): nella scena iniziale del film, comprensivo di un pregevole long take sulle note intimiste di Alexandre Desplat, osserviamo da distanza di sicurezza un jogger accasciarsi a terra in un tunnel di Central Park, per poi assistere alla nascita di un neonato pochi istanti dopo.

 

Il tema della reincarnazione è solo uno dei tanti esplorati da un film misterioso e fugace, in cui Jonathan Glazer e Carrére ci parlano anche delle strategie (e autoinganni) adottate per elaborare un lutto e la dicotomia tra razionale e inspiegabile; il film raggiunge grazie ai suoi interpreti principali picchi di travolgente tenerezza, assumendo spesso il registro della ghost story o del racconto gotico, con diversi riferimenti a film dell’orrore.

 

Da Shining arriva il custode che gioca con la pallina nella hall vuota del palazzo e Rosemary’s Baby è citato nel taglio di capelli di Anna, lo stesso del personaggio di Mia Farrow nel film di Roman Polański e dalla lotta della stessa tra ciò che crede essere vero e ciò che tutti le dicono essere impossibile.

 

[Nel prologo di Birth Jonathan Glazer dimostra nuovamente tutta la propria apertura nella conduzione dei momenti iniziali del film. La corsa di Sean, accompagnata dalle note di Alexandre Desplat, si chiude con la morte (preannunciata dall'attraversamento di un branco di cani, associati in diverse mitologie all'aldilà) e, tramite un coraggioso raccordo di montaggio, con la resurrezione in un neonato, in maniera non dissimile dal finale di 2001: Odissea nello spazio]

 

 

Jonathan Glazer, assistito dal direttore della fotografia Harry Savides, si serve dello sguardo onnisciente della macchina da presa e dei raccordi tra le immagini per creare l’inspiegabile davanti ai nostri occhi: come già accaduto nei film dell’ultimo periodo di Buñuel, Carrére organizza gli eventi enfatizzando il non detto ed estromettendo le motivazioni logiche, in modo che l’inaspettato e il surreale accadano in modo naturale, senza troppe cerimonie.

 

A oggi Birth è considerato il film meno popolare di Jonathan Glazer e viene spesso ignorato o sottovalutato; complici, forse, le scene più intime tra Kidman e Bright, che hanno creato un certo scandalo già a partire dalla prima del film alla Mostra del Cinema di Venezia, ma che Glazer riprende e mette in scena senza morbosità e con una carica di devastante tristezza e tenerezza.

Un film non solo di incredibile bellezza, ma anche fondamentale per comprendere l’evoluzione di Jonathan Glazer come autore.

 

Tra Birth e il successivo film, Under the Skin (2013), passano ben nove anni: come il suo idolo Stanley Kubrick, Glazer si prende tempo per lavorare ai propri progetti, per potersi mettere alla produzione solo quando questi sono ben formati e senza ambiguità.

 

Non vuol dire, però, che in quel lasso di tempo il filmmaker sia stato con le mani in mano: nel 2005 esce in DVD un’antologia dei suoi videoclip musicali e nel 2006 torna a collaborare con i Massive Attack per il video di Live With Me, singolo tratto dal greatest hits della band di Bristol, Collected.

 

[In Live With Me, ritorno di Jonathan Glazer al videoclip, emerge per la prima volta il tema della caduta nel baratro, che accompagnerà in maniera decisiva le opere successive, legandosi a un commento sempre più pessimista sulla natura umana]

 

 

Nel video, girato con stile semi-documentaristico (che tornerà, ibridato, in Under the Skin) vediamo una donna acquistare diverse bottiglie di alcolici, per poi abbandonarsi una volta tornata a casa a un’intensa sessione di binge drinking.

 

Come in Song for the Lovers, Jonathan Glazer sovverte la familiarità dell’ambiente domestico, trasformandolo in un purgatorio di perdizione e autoriflessione; al termine della canzone la donna sogna di cadere per una lunga rampa di scale: un tema, quello della discesa nell’abisso, che tornerà sia nel corto The Fall che nel più recente La zona d’interesse.

 

Nel 2009 Jonathan Glazer lavora con i Dead Weather di Jack White per il video di Treat Me Like Your Mother, opera più affine allo stile surreale e umoristico degli esordi: in un campo bagnato dal sole, come la Spagna di Sexy Beast, Jack White e la cantante Alison Mosshart si vengono incontro in stile western, crivellandosi di proiettili a vicenda.

A oggi Treat Me Like Your Mother rimane l’ultimo video girato da Glazer, che da qui in poi abbandona il format che l’ha reso celebre per concentrarsi sul Cinema e su sporadiche produzioni di spot pubblicitari, tra cui il suggestivo Flight per Apple Watch e il coloratissimo Paint per Sony Bravia.

 

Nel 2013 viene annunciato che il nuovo film di Jonathan Glazer, Under the Skin, avrebbe esordito alla Mostra del Cinema di Venezia; la curiosità è alta: Glazer ha lavorato alla sceneggiatura (tratta dal romanzo omonimo di Michel Faber) per ben nove anni, insieme a Walter Campbell, e la star del film è una diva poliedrica come Scarlett Johansson, fresca del successo planetario del primo Avengers per Marvel Studios.

 

 

[Under the Skin è il primo lungometraggio girato da Jonathan Glazer in collaborazione con A24, allora piccola casa di distribuzione indipendente e ora colosso del mercato dell'audiovisivo internazionale: il film fu un fallimento al botteghino, nonostante il vasto apprezzamento della critica]

 

 

Dire che la prima del film non fu bene accolta sarebbe un eufemismo.

 

In sala fischi e ululati prevalgono sugli applausi e il direttore artistico della Mostra Alberto Barbera è costretto a consolare una Scarlett Johansson sull’orlo delle lacrime.

“Non preoccuparti: un giorno il film verrà riconosciuto per la sua grandezza” le dice, e ha ragione: oggi Under the Skin è riconosciuto tra i film più importanti del nuovo millennio e, almeno fino all'avvento de La zona di interesse, viene considerato il risultato più alto della poliedrica carriera di Jonathan Glazer.

 

In Under the Skin la satira ambientalista di Faber serve al regista inglese come suggestione, seme da cui far crescere un’opera completamente nuova e senza precedenti, che mira a restituire una verosimile esperienza aliena del mondo umano.

Protagonista della storia, in entrambe le versioni, è un alieno (Scarlett Johansson) che “cade sulla Terra” (il riferimento a Roeg e David Bowie è d’obbligo), più precisamente in Scozia, per attirare essere umani allo scopo di consumarli.

A questo scopo l’extraterrestre assume le sembianze di una donna recuperata dal ciglio della strada da un misterioso assistente su due ruote (il campione di motocross Jeremy McWilliams); grazie al nuovo aspetto, l’alieno si mette in viaggio per la Scozia alla ricerca di giovani uomini da predare, fino a che non impara a conoscere l’empatia.

 

Proprio l’empatia è uno dei temi principali del film (e del Cinema di Jonathan Glazer da qui in poi), in cui assistiamo al processo di apprendimento di una creatura totalmente estranea a qualsiasi sistema umano di valori, attraverso una serie di scene e incontri messi in scena dal regista con un equilibrio innovativo tra stile documentaristico e rigore formale.

 

Jonathan Glazer realizza con Under the Skin un’opera fantascientifica perfetta, perché aliena già a partire dalla realizzazione: il filmmaker sceglie di riprendere con telecamere nascoste Scarlett Johansson e le sue interazioni con le vittime, autentici passanti ingaggiati sul momento, in una rivisitazione di quella “legge dell’amalgama” (che consiste nel fare interagire sullo schermo attori affermati e non professionisti) già sperimentata da Roberto Rossellini nei suoi film con l’allora compagna Ingrid Bergman, atta a creare una ferita di spaesamento, una distanza nel realismo, con la differenza che in Glazer questa distanza si misura in anni luce.

Lo stesso star power di Scarlett Johansson viene usato per creare distanza tra l’attrice e l’ambiente da lei attraversato, così distante dall’esperienza dello spettatore e dai codici di rappresentazione hollywoodiani.

 

A contribuire all’atmosfera di spaesamento è anche la rimarchevole colonna sonora di Mica Levi, musicista britannica che da qui in poi accompagnerà Jonathan Glazer in ogni sua uscita: l’uso di viola e percussioni distorte rendono bene l’impressione di musica umana filtrata da un’esperienza extraterrestre.

 

Il film esplora anche le politiche di genere e si interroga su cosa voglia dire essere un corpo, ma viene considerato troppo “cerebrale” dal grande pubblico, nemmeno la presenza di “Black Widow” riesce a salvare l’opera dal fallimento al botteghino, ma col tempo viene riconosciuto come un capolavoro: viene nominato tra i film dell’anno da diverse testate e un sondaggio della BBC del 2016 lo posiziona al 61° posto tra i migliori film del XXI secolo, mentre il Guardian lo classifica al 4° posto e Scarlett Johansson viene lodata per il suo coraggio nel prestarsi al ruolo in maniera totale, sfidando il proprio stesso status di star.

 

Chi spera in un ritorno alla regia di Jonathan Glazer in tempi brevi rimane parzialmente deluso: il regista si mette subito a lavorare sul nuovo progetto e si accaparra i diritti del nuovo romanzo di Martin Amis, una storia ispirata alla vita del comandante di Auschwitz Rudolf Höss, prima ancora che questo venga pubblicato.

La fase di preparazione si rivela tuttavia lunga e tortuosa, con Glazer che rifiuta di entrare in produzione prima di aver progettato ogni dettaglio. 

 

Nel frattempo il filmmaker esplora ulteriormente il tema principale di Under the Skin, l’empatia e la sua assenza, spinto anche dal clima politico del tempo, in particolare dal populismo e dalla “mania collettiva” che ha portato nel 2016 all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

 

Nella realizzazione del cortometraggio The Fall, trasmesso in esclusiva da MUBI nel 2019, Jonathan Glazer si ispira tanto alla celebre incisione di Francisco Goya Il sonno della ragione genera mostri quanto a una foto che ritrae i figli di Trump posare sorridenti con il corpo di un leopardo, loro “trofeo” di caccia. 

 

 

[Il cortometraggio The Fall è un assaggio della visione apocalittica della natura umana che Jonathan Glazer porta avanti da Under the Skin, per toccare il culmine con quella parabola sulla banalità dell'orrore che è La zona d'interesse]

 

 

The Fall è una breve allegoria sulla violenza e la mania collettiva di persecuzione, ideale accompagnamento alla lettura del racconto La lotteria, di Shirley Jackson.

 

Nel cortometraggio Jonathan Glazer esprime la sua visione della società contemporanea, dominata da una violenza irrazionale e da una mancanza di empatia che si manifesta in una persecuzione senza fine.

Un uomo viene inseguito, catturato e impiccato da una folla inferocita; il buco è profondo e quasi senza fine, la corda continua a scendere mentre l’uomo si salva come può arrampicandosi alle pareti.

Le differenze tra vittima e carnefici sono azzerate, ogni personaggio ha il volto coperto da una maschera e la musica di Mica Levi contribuisce a creare un’atmosfera malsana e perturbante.

 

Jonathan Glazer affronta con creatività anche il lockdown, durante la pandemia da COVID-19, realizzando il cortometraggio Strasbourg 1518, ispirato a un vero episodio di mania collettiva di danza incontrollata, in maniera “casalinga” riprendendo una serie di persone intente a ballare sulle note delle fedelissime Mica Levi.

Sebbene il film abbia connotazioni positive, con la danza usata come moto di evasione e speranza, rimane forte sullo sfondo il tema della follia collettiva e dell’oscuro incanto sotto cui cadono persone comuni e insospettabili.

 

Finita l’emergenza sanitaria e ultimata la sceneggiatura, Jonathan Glazer può finalmente dedicarsi alle riprese de La zona di interesse, con la produzione che inizia ad Auschwitz nella seconda metà del 2021.

 

Il film è una co-produzione tra Regno Unito (Film4), Polonia (Polish Film Institute) e Stati Uniti, con A24 a fare da distributore come per Under the Skin. 

 

[Il trailer del film La zona di interesse: il film è stato avvolto dal mistero sin dalla sua prima proiezione al Festival del Cinema di Cannes, con i distributori che hanno deciso di far circolare pochissime immagini e trailer molto succinti, in modo da potenziare al massimo l'esperienza in sala]

 

 

Nel raccontare la storia di Rudolf Höss e della sua famiglia, Jonathan Glazer ripensa nuovamente e radicalmente il linguaggio cinematografico, creando un’opera totale e definitiva sull’Olocausto.

 

Scegliendo di rappresentare l'artificiale normalità della famiglia Höss, separata da un muro dall'orrore che si consuma al suo fianco (l'abitazione è stata ricreata nei minimi dettagli da Chris Oddy), Glazer costringe lo spettatore a immedesimarsi nei carnefici piuttosto che nelle vittime, chiamando in causa la sua stessa indifferenza alla tragedia.

Il tappeto sonoro costruito da Tarn Willers e Johnny Burn (assistiti dalle musiche drone di Mica Levi) rende costantemente tangibili e onnipresenti le tracce del genocidio della porta accanto, creando così una dicotomia tra l'indifferenza dei protagonisti e l'incapacità dello spettatore di ignorare le urla, gli spari, gli aiuti.

I rari momenti di solidarietà, rappresentati da una ragazza che di notte lascia cibo per i prigionieri, sono rappresentati in maniera aliena, tramite sensori a infrarossi.

 

Jonathan Glazer è chiaro: oggi, come allora, il male è la normalità. 

 

Insieme a Łukasz Żal, già direttore della fotografia di Ida e Cold War per Paweł Pawlikowski, Glazer studia un sistema di ripresa che permette una totale immersione degli attori sul set, nello sforzo di abbattere le distanze temporali e di rappresentazione.

 

Glazer e Żal posizionano sul set fino a dieci camere Sony Venice (tra le più piccole al mondo), in modo da riprendere gli eventi intorno all’abitazione degli Höss in simultanea; l’uso della luce naturale, della recitazione spontanea degli attori (tra cui spiccano Christian Friedel e Sandra Hüller) e un montaggio sonoro che rende l’orrore sempre presente senza mostrarlo direttamente, crea un effetto raggelante che getta lo spettatore dritto negli abissi della Storia.

 

La prima de La zona di interesse al Festival di Cannes viene accolta da una lunghissima standing ovation e il film si aggiudica il Gran Premio della Giuria; è il primo di una serie di riconoscimenti culminanti con i Premi Oscar 2024 per il Miglior Film Internazionale e per il Miglior Sonoro, in una cerimonia dove era candidato anche come Miglior Film, Migliore Regia e Migliore Sceneggiatura non Originale. 

 

Jonathan Glazer rende chiaro l'obiettivo del suo film nel discorso di ringraziamento, in cui invita a "Non guardare a quello che è stato fatto in passato, ma a quello che sta accadendo ora", con chiaro riferimento alla situazione in Israele e Palestina, affermazione potente sia per il pulpito da cui è lanciata sia per il fatto che lo stesso Glazer è ebreo.

 

[La premiazione de La zona di interesse come Miglior Film Internazionale ai Premi Oscar 2024, con l'appassionato appello di Jonathan Glazer a evitare di ripetere gli orrori del passato]

 

 

Forte di un Premio Oscar e del riconoscimento unanime a un'opera che già si candida a pietra miliare del Cinema di tutti i tempi, la curiosità sui prossimi progetti di Jonathan Glazer non può che essere elevata.

 

Ci augureremmo un ritorno rapido dietro alla macchina da presa, ma la realtà è che questa "kubrickiana pazienza" sta regalando al Cinema mondiale un corpus d'autore senza uguali.

Jonathan Glazer ha bisogno di tempo per lavorare, per lasciare sedimentare le proprie riflessioni, in un'epoca in cui la pazienza è un bene prezioso; abbiamo seguito negli anni il regista londinese, assistendo a un passaggio dalla pura ricerca formale all'approdo a un radicale matrimonio tra forma e contenuto, immagine e messaggio, il cui risultato è la creazione di un punto di vista totale, estraneo ai nostri corpi e al contempo radicato intimamente alla nostra coscienza.

 

Prenditi pure il tuo tempo, Jonathan: aspettiamo con ansia di poterci nuovamente riconoscere sempre più umani nel tuo sguardo alieno.

 

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