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2001: Odissea nello Spazio - Il motivo per cui è nato il Cinema

New York, 22 aprile 1964. Lo scrittore Arthur Charles Clarke stava pranzando al Trader Vic’s, noto ristorante di Manhattan non molto distante da Washington Square Park; seduto di fronte a lui, allo stesso tavolo, c’era un uomo dall’aspetto trasandato, con capelli un po’ in disordine e barba incolta, che di lì a poco avrebbe cambiato la storia della sua vita, oltre che quella del cinema. 

 

Stanley Kubrick e Arthur Clarke si incontrarono dal vivo quel giorno di primavera inoltrata; il primo contatto vero e proprio era avvenuto in forma epistolare, tre settimane prima. Nessuno dei due, probabilmente, poteva immaginare che quello sarebbe stato il primo passo di un iter artistico che avrebbe portato alla luce l’opera più visionaria del XX secolo.

 

Kubrick all’epoca aveva 36 anni, era reduce dal successo de Il dottor Stranamore ed era ormai un regista affermato. Per il suo prossimo film aveva in mente una storia riguardante gli extra-terrestri; l’ipotesi che ci fosse vita al di fuori della terra l’aveva sempre affascinato.

 

Lo sapeva bene Roger Caras, pubblicitario della Columbia e amico di Stanley; fu lui il primo a nominargli Clarke, consigliandogli di contattarlo per una chiacchierata informale e, nel frattempo, di dare un’occhiata al racconto La sentinella, del 1948. 

 

Il regista e lo scrittore passavano giorni interi a parlare di fantascienza, della possibilità che esistessero degli alieni nell’Universo, dell’impatto che questo avrebbe avuto sulla nostra mente, dei problemi che l’uomo avrebbe incontrato nello spazio.

C’è da dire che l’interesse nei confronti di questi argomenti era aumentato anche grazie alle innovazioni scientifiche e tecnologiche di quegli anni, che avevano permesso alla NASA di oltrepassare la sfera gravitazionale terrestre e di portare astronauti americani nell’orbita lunare per la prima volta nella storia.

 

Alla fine del 1964, Kubrick e Clarke avevano già scritto un centinaio di pagine, che avrebbero costituito, rispettivamente, la base di partenza per la sceneggiatura di un film e la bozza di un romanzo.

 

Opera cinematografica e letteraria stavano crescendo in contemporanea: sarebbero uscite entrambe quattro anni dopo.

 

 

 

 [Stanley Kubrick e Arthur C. Clarke]

 

 

Il genere dello sci-fi nel cinema americano aveva sempre goduto di una cattiva nomea, fino a quel momento Era ritenuto come un genere minore, considerato alla stregua di un B-Movie, un qualcosa da cui i grandi registi del tempo si erano sempre tenuti alla larga.

 

I primi decenni di vita della settima arte videro sì la nascita di alcuni capisaldi del genere, come Metropolis di Fritz Lang e prima ancora Viaggio nella luna di Georges Méliès, ma la loro rivalutazione avvenne solo nel corso degli anni. Basti pensare che alla sua uscita, il famoso scrittore H. G. Wells definì l’opera di Lang come “il film più stupido mai fatto” (e pare che non fosse apprezzato nemmeno dallo stesso Kubrick).

 

Inoltre, visto che il cinema era nato da pochissimo tempo, c’era semplicemente la voglia di sperimentare tutte le possibilità che questo nuovo mezzo artistico era in grado di offrire, senza una precisa e sistematica classificazione in tipologie e generi (che sarebbe arrivata più tardi con il cinema narrativo classico).

 

La fantascienza, insomma, fu considerata per diversi decenni come un calderone di basso valore, destinato più che altro al popolo non erudito.

 

Un primo salto di qualità avvenne all’inizio degli anni ’60, grazie al contributo oltreoceano degli autori francesi della Nouvelle Vague e, in particolare, a titoli quali Missione Alphaville di Jean-Luc Godard e La jetée di Chris Marker, che incontrarono immediatamente il favore della critica europea; ma la svolta reale, soprattutto negli USA, avvenne proprio con il capolavoro di Kubrick, che ebbe quindi come primissimo merito quello di nobilitare un genere aborrito.

 

Quello stesso anno, tra l’altro, nei cinema americani uscì anche Il pianeta delle scimmie di Franklin J. Schaffner, che mescolava elementi fantascientifici al dramma sociologico e che divenne ben presto un classico del genere.

Da quel momento in poi la fantascienza sarebbe diventata uno dei generi più in voga in tutto il mondo occidentale, sia presso il pubblico che presso gli addetti ai lavori.

 

Ma cosa rende 2001: Odissea nello spazio un film diverso da tutti gli altri? Innanzitutto, il fatto che non si tratti di un semplice film.

 

Assume infatti una definizione diversa a seconda della prospettiva da cui lo si guardi: un saggio di filosofia per umanisti e atei, che si interroga sulle origini dell’uomo e sul suo ruolo all’interno del cosmo; un manuale di tecnica per i cineasti, grazie all’uso rivoluzionario delle inquadrature, al protagonismo della colonna sonora (attinta in toto dalla musica classica), al modo in cui furono realizzati gli effetti speciali.

 

Infine, esso costituisce anche la testimonianza visiva dell’impegno teorico di ingegneri e astrofisici del tempo; resta infatti ancora oggi lo sci-fi scientificamente più verosimile mai realizzato, al punto da far nascere la teoria complottistica secondo cui sarebbe stato Kubrick in persona, assoldato dalla NASA, a ricreare in studio un realistico allunaggio. 

 

Siamo di fronte a un’esperienza cinematografica a 360°, un capolavoro frutto dell’estro artistico umano al suo apice, paragonabile ad altri punti fermi dell’arte come la Nona di Beethoven o il David di Michelangelo.

 

Qualcosa di così grande e ambizioso, da incutere quasi timore, ma che sarebbe stato studiato da critici e appassionati di ogni epoca.

 

 

 


 

Omero, James Joyce, Stanley Kubrick.

 

Il mito di Ulisse è stato oggetto di diverse analisi e decodificazioni nel corso della storia; i tre sopracitati sono probabilmente i nomi che più di altri hanno contributo a rendere poetica la definizione di Odissea, raccontando, ognuno con un proprio stile, l’uomo in balia degli eventi, che affronta l’ignoto in solitaria, e che facendolo stigmatizza la propria ragion d’essere di Uomo, dotato di raziocino, coraggio e arguzia. 

 

Mar Egeo, 1240 a.c.; Dublino, 1904; Universo, 2001.

Cambiano lo spazio e il tempo dell’ambientazione, cambia il modo in cui i tre artisti rappresentano le fattezze del loro protagonista, ma il peso attribuito all’idea del viaggio resta il medesimo; il viaggio come esperienza e formazione.

 

Per dirla in breve, metafora della vita. 

 

L’Odissea di Omero non si auto-attribuiva i confini di una storia universale. Il poema aveva infatti a oggetto le vicissitudini di una persona specifica e ben definita: Ulisse di Itaca, figlio di Laerte, marito di Penelope, padre di Telemaco e ideatore del cavallo di Troia. Il racconto della sua storia, all’epoca, doveva avere come prima motivazione l’esigenza dell’intrattenimento, per catturare l'interesse dei partecipanti di feste sfarzose e cerimonie di un certo tenore.

 

Inoltre, nell’ambito della cosiddetta “Questione omerica”, cioè l’insieme delle teorie volte a confutare/dimostrare l’attendibilità di Iliade e Odissea, nonché l’esistenza di Omero stesso, uno dei dibattiti che avevano acquisito maggior rilievo era stato proprio quello legato all’improvvisazione degli aedi e dei rapsodi, cantori che narravano le gesta dei più valorosi eroi del tempo, di villaggio in villaggio.

 

Secondo tale corrente, un poema come l’Odissea non era frutto della mano di un singolo (il poeta), ma della estemporaneità oralistica di molti (i cantori).

 

Questo solo per sottolineare l’importanza dello spettacolo e dello svago nel mondo classico, l'elemento di ricreazione che doveva accompagnare i lunghi banchetti dei commensali tra un grappolo d’uva e un calice di vino, allietandone la serata. Il canto dell’eroe omerico era come nettare per le orecchie dei convitati.

 

L’Odissea di Ulisse era dunque esattamente questo: un bellissimo e coinvolgente susseguirsi di eventi (non entriamo qui nel merito della veridicità storica) raccontati con tono aulico e modulato.

 

L’importanza dell’opera sarebbe aumentata progressivamente nel corso dei secoli. Cantare le imprese di Ulisse (o di Achille, o di Aiace) voleva anche dire cantare un mondo intero, quello greco antico, fatto sì di guerre e morte, ma anche (e soprattutto) di arte, bellezza, magniloquenza, passione, sacrificio in nome di un ideale, e con essi tutta una schiera di personaggi, eroi, Dei, muse che al meglio ne incarnavano i valori.

 

La forza artistica del poema viene dunque accresciuta dall’aver offerto un completo quadro di vita del tempo, che potesse essere utilizzato da storici e letterati per ricostruire usanze, costumi, tradizioni e modi di pensare, che a lungo andare avrebbero costituito la base di tutte le civiltà occidentali venute dopo.

 

In Joyce, al contrario, il mito si trasforma in ragione e l’Odissea assume connotati metaforici. I dieci anni omerici diventano ventiquattro ore, l’epos lascia il posto all’ironia, la morte gloriosa in battaglia ai problemi quotidiani della vita.

 

L’Ulisse della sua opera è l’uomo qualunque, Leopold Bloom, il cui viaggio si risolve nell’assorbimento delle esperienze di vita altrui.

 

Ecco allora che quell’Odissea non si sostanzia semplicemente in un mero racconto tragico, ma diventa un’analisi accurata di una società intera, quella borghese di inizio ‘900, svolta attraverso quel celeberrimo flusso di coscienza che avrebbe consegnato lo scrittore irlandese alla storia della letteratura.

 

Nell’opera kubrickiana, infine, l’asticella si alza ancora di più.

La storia dell’astronauta David Bowman, che si perde nella propria odissea interstellare, funge solo da pretesto per poter porre l’accento su temi universali e far riflettere sui mille quesiti a cui l’uomo non ha ancora saputo rispondere con precisione.

 

Chi siamo? Da dove veniamo?

Qual è il nostro scopo?

 

Basterebbe esclusivamente questo aspetto a rendere il film di Kubrick un capolavoro senza tempo; solo per il suo carattere ambizioso, solo per il tentativo di affrontare argomenti di così difficile comprensione, se non proprio impossibili da traslare sul grande schermo. 

 

 

 

 

 

2001: Odissea nello spazio inizia all’alba.

 

Si nota subito la doppia accezione: è l’alba di un giorno che sembra come tanti, con il sole che sorge illuminando le vaste distese dell’Africa centrale, ed è l’alba dell’uomo, da intendersi come preludio di un nuovo tempo.

 

Proviamo a immaginare quello che successe milioni di anni fa: una forza misteriosa e sovrannaturale, che ha le sembianze di un nero parallelepipedo, entra nel sistema solare e si dirige verso la Terra, oltrepassando tutti gli altri pianeti. Il monolito è stato piazzato deliberatamente; ma da chi?

E perchè?

 

Facciamo caso sia stata una qualche civiltà extra-terrestre a lasciare il monolito per noi (o meglio, per le scimmie darwiniane).

 

Kubrick non spiega il suo significato, ma esso essenzialmente rappresenta una sfida.

L’abitante del pianeta, testimone dell’evento, è un Australopithecus, animale (tra gli altri) vissuto nel continente africano in un periodo compreso tra i 4 e i 2,9 milioni di anni fa; è un essere impaurito, privo di una qualsiasi forma di conoscenza avanzata, ma ha una peculiarità, che costituirà la base di partenza di tutto il nostro percorso evolutivo e che è, ancora oggi, il tratto distintivo ed essenziale dell’essere umano, ancora prima dell’intelligenza in senso stretto: la curiosità. 

 

Facendo una similitudine, dobbiamo immaginarci la scimmia come un terreno fertile, su cui coltivare i frutti del sapere.

L’influenza del monolito è stata efficace perché, prima di tutto, la scimmia era ben disposta al successivo passo evolutivo: possedeva i giusti connotati, l’interesse unito a un pizzico di incoscienza (altra caratteristica fondamentale dello sviluppo umano), che l’hanno spinta ad avvicinarsi al monolito, che ha a sua volta percepito una corretta predisposizione mentale.

 

Se il monolito sia stato posizionato lì come sentinella a misurare il progresso umano, quindi da spettatore, piuttosto che come acceleratore di intelligenza, quindi come parte attiva e partecipativa di quella evoluzione, a Kubrick pare importare poco; e giustamente, aggiungo io.

 

Quello che gli preme è mostrare il momento esatto in cui la scimmia diventa altro, fa il balzo decisivo verso il primo cambiamento evolutivo.

 

Per come la vedo io, il monolito ha il ruolo di guida: indica il percorso, offre la possibilità di cambiamento, ma lascia poi a terzi la facoltà di fare il passo risolutivo in quella direzione. Il monolito rappresenta la possibilità; decidere se afferrarla o meno, spetta alla scimmia (prima) e all’uomo (poi).

 

La curiosità porta l’animale a entrare in contatto con l’oggetto misterioso, che non ha quindi i poteri di una bacchetta magica, ma ha “semplicemente” il carattere di chiave di volta; la scintilla che, unita alla curiosità della scimmia, fa scaturire l’inizio del lungo percorso evolutivo del primate e della razza umana.

 

Il monolito non è lo scopo, dunque, ma il mezzo attraverso cui la scimmia viene liberata dal suo tratto bestiale, per diventare qualcosa di nuovo, di diverso, di migliore, di più evoluto. È la goccia che fa esplodere il suo potenziale, fino a quel momento sopito o nascosto in profondità, innescando il primo livello di consapevolezza. 

 

La consapevolezza che l’utensile, cioè l’osso, possa essere utilizzato come arma, per difendersi dai nemici o per procacciarsi il cibo, identifica lo stadio originale della prima forma di intelligenza umana; le lance fatte di legno, le case in pietra e la ruota saranno gli step successivi di quello stesso processo evolutivo. 

 

Siamo di fronte dunque al grado zero, al Big Bang della potenzialità del cervello umano. E non è una coincidenza che uno dei modi con cui il cambiamento si manifesta si esplichi in un atto di violenza, da sempre parte integrante della storia dell’uomo.

Dall’assassinio di Giulio Cesare fino al pericolo imminente di una guerra nucleare tra Stati Uniti e Corea del Nord, la violenza è sempre stata una costante della società in cui viviamo.

 

Cambia lo strumento, l’osso, la lancia, la catapulta, la pistola, il fucile, il carro armato, l’ordigno atomico; ma non cambiano gli esiti, di volta in volta più disastrosi e tragici con lo scorrere dei secoli.

 

Come sarà il domani? Siamo davvero condannati ad autodistruggerci?

La risposta è "sì", ma su questo punto tornerò più avanti.

 

Quello che ora mi preme ribadire è che Kubrick ci sta dicendo una prima verità, sacrosanta e inappellabile: la consapevolezza e l’ingegno viaggiano a braccetto con la violenza.

L’uomo è un essere cosciente, ergo l’uomo è un essere violento.

 

E il grado di violenza che un uomo è capace di sprigionare, in modo più o meno diretto, è il più delle volte correlato alla sua capacità intellettiva. Lasciando un attimo da parte un piano di giudizio strettamente morale e ignorando casi di malattie mentali, è pacifico che, sulla carta, un uomo intelligente sia più pericoloso di un uomo stupido; perché lo stupido si fa guidare dagli impulsi, l’intelligente dalla consapevolezza.

 

Molti dei crimini più efferati di sempre sono avvenuti dietro un attento piano di studio e di azione. Un individuo dotato di coscienza, intesa come capacità di analisi e valutazione, è colui che più di tutti ha il potenziale di fare ugualmente del bene e del male, per questo può affascinare e spaventare alla stessa maniera; ed è per questo che le due caratteristiche sono interconnesse.

 

Pensiamo al caso dei serial killer: la storia e la letteratura sono piene zeppe di figure così controverse, che allo stesso tempo fossero dotate di un elevato quoziente intellettivo, al di sopra della media.

 

A tal riguardo, Bertold Bretch nella poesia Generale, con cui denunciava le assurdità della seconda guerra mondiale, scriveva una frase tanto sintetica quanto incisiva, che riassume di fatto il concetto da me espresso poco sopra:

“L’uomo ha un difetto: può pensare”.

 

 

 

 

 

Passano i secoli.

 

La scimmia australopiteca, dopo aver preso atto delle proprie capacità e acquisito una prima cognizione delle cose, si è evoluta nel corso del tempo nell’Homo Sapiens: essere civilizzato, razionale, scientifico.

Con la più straordinaria ellissi cinematografica di tutti i tempi, Kubrick fa un immane salto temporale e ci porta dritti nel futuro.

 

A proposito di futuro, il "2001" del titolo non va preso alla lettera; è una mera indicazione temporale che sta a indicare il nuovo millennio, in termini più generici.

Quel 2001 potrebbe essere il nostro 2010 o 2018, poco importa; è solo un numero che rappresenta in generale l’avvenire, che ha visto un’impennata dell’evoluzione tecnologica come mai era successo prima d’ora.

 

Con in sottofondo le note dello splendido Sul bel Danubio blu di Johann Strauss, allo spettatore viene mostrato come i progressi scientifici abbiano avuto un grosso impatto anche sull’esplorazione spaziale: nel 1999 l’uomo ha già aggirato da tempo le leggi della fisica e superato la volta celeste.

 

L’uomo è tra le stelle.

 

All’apparenza sembra che vada davvero tutto bene, ma prestando maggiore attenzione, ci si rende conto che qualcosa non torna… 

 

La storia dell’uomo è una storia di rinnovamento e di invenzioni: dalla scoperta del fuoco a quella dello spazio, dalla costruzione della ruota a quella della macchina a vapore; ma all’alba del nuovo millennio, dopo secoli e secoli di sviluppo, l’essere umano è come se perdesse il controllo delle proprie invenzioni. L’uomo smette di essere tale, autosufficiente (come invece lo era la scimmia) e diviene dipendente dalla macchina.

 

Che la macchina in questione sia un’astronave, un computer portatile o un cellulare, poco importa.

Quello che ci viene mostrato, in particolare, è che l’uomo, all’apice del proprio avanzamento tecnologico, è come pregresso allo stato primordiale.

 

È il sublime paradosso kubrickiano. 

 

L’uomo nello spazio non ha più padronanza dei propri mezzi, non ha più potere, non ha più il controllo a cui era abituato.

La penna fluttua nell’aria a causa dell’assenza di gravità. Per lo stesso motivo, le persone a bordo dei moderni mezzi spaziali devono ri-imparare a camminare e a usare nuovi servizi igienici (con tanto di cartello esplicativo di istruzioni); tutti quanti consumano alimenti preconfezionati su degli appositi vassoi, come i bambini; i passeggeri normali e gli inservienti sono vestiti di indumenti buffi e scomodi, e gli astronauti sono costretti a tenere in testa un gigantesco casco, che di fatto li mantiene in vita.

 

Quel vetro spesso è tutto ciò che li separa dalla morte certa. 

 

Tutti questi elementi costituiscono la prova definitiva di come l’uomo, lontano da casa sua, sia costretto a vivere in condizioni di precarietà, in equilibrio su un filo sottile. 

L’Homo Sapiens governa la Terra, ma nello spazio è un bambino impaurito e sperduto. 

 

Avviene quindi una sorta di involuzione, che ci porta a riflettere prima di tutto su un punto, da sempre noto ma qui sottolineato ancora di più: l’uomo non è al centro dell’Universo. Se abbandonata la propria abitazione, ha bisogno di nuovi addestramenti, nuove capacità, nuovi mezzi di adattamento, significa che quella umana non è una razza dotata in senso assoluto, ma solo nella misura in cui le condizioni attorno a essa glielo permettono.

 

Per millenni, l’uomo si è sempre confrontato e messo alla prova sulla Terra, il suo habitat naturale; una volta lasciatolo alle spalle, anche temporaneamente, è come se si rendesse conto (a proposito, se ne rende conto davvero?) dei propri limiti, dinanzi alla vastità del cosmo.

 

Questo significa forse che il fattore determinante nell’evoluzione di una civiltà non sia dato dalle capacità assolute che quella certa specie possiede, sviluppa e mette in atto, ma risieda nell’ambiente all’interno del quale nasce e cresce?

 

Sicuramente uno come Darwin avrebbe risposto di sì.

E Kubrick pare seguire quelle stesse orme.

 

Conclusione: il padrone della Terra è un infante nello spazio. 

 

 

 

 

 

Sulla spinta del proprio ego conquistatore, nel futuro l’uomo cammina stabilmente sulla Luna; ma ha un nuovo mistero da risolvere…

 

Nei pressi del cratere Clavius, infatti, si riscontra un’intensa e singolare attività elettromagnetica. È di nuovo il monolito.

Che si tratti di un secondo blocco atterrato sulla superficie lunare nello stesso momento in cui l’altro era arrivato sulla Terra, quindi quattro milioni di anni fa, oppure che sia il medesimo che si è semplicemente “spostato”, anche questo non è dato sapere.

 

In ogni caso, è affascinante l’idea che tutti i momenti in cui compare il monolito sullo schermo rappresentino gli step dell’evoluzione umana: sono le prove, le bandierine che delineano i confini tra uno stadio evolutivo e l’altro. Si parte dalla Terra, poi la Luna (in mezzo avviene il primo salto evolutivo), poi Giove e Saturno (secondo stadio), poi l’Infinito (stadio finale), con un nuovo inizio; è il cerchio che si chiude, secondo una delle migliori tradizioni del tempo extra-terrestre visto come una linea circolare chiusa.

 

Ogni volta che supera uno step, l’uomo è pronto a dirigersi sia fisicamente che metaforicamente verso il successivo, ovviamente più arduo del precedente; è l’essere umano che viene messo alla prova.

 

Fino a dove può spingersi?

E soprattutto, quali sono le condizioni accettate?

 

È un gioco che implica delle regole, la più importante delle quali è l’isolamento: la scimmia era da sola sulla Terra, decine di ere fa, dunque lo deve essere anche l’uomo moderno nello spazio.

Cosa significa essere soli? Significa poter contare in modo esclusivo sulle proprie capacità (coraggio e spirito di curiosità), appartenenti anche alla sua antenata, e senza l’apporto di agenti esterni (cioè le intelligenze artificiali).

 

È il riaffermarsi della filosofia dell’eroe greco: Ulisse ha intrapreso il suo lungo tragitto insieme al suo equipaggio, per poi vederlo sempre più ridotto man mano che i pericoli aumentavano lungo il cammino e la rotta si faceva più impervia.

 

Come conseguenza di ciò, Ulisse portò a compimento il suo viaggio da solo, in quanto unico superstite della spedizione; e l’astronauta David Bowman, come vedremo, dovrà affrontare il medesimo destino…

 

Ma concentriamoci per il momento sul monolito lunare.

Qui si inserisce un altro geniale spunto di riflessione: come si comportano gli astronauti una volta davanti al monolito?

Ho detto che non sono mossi da quelle stesse caratteristiche che animavano la scimmia; essi appaiono quasi svogliati, come inconsapevoli dell’importanza di quel momento e del fascino del mistero.

 

E cosa fanno?

Si mettono in posa per farsi fare una foto, voltando le spalle al monolito.

 

Questo potrebbe essere un dettaglio insignificante, ma chi un minimo conosce Kubrick sa bene che non esiste nulla messo a caso nelle sue pellicole.

In una semplice e brevissima sequenza, Kubrick fa un salto temporale di circa mezzo secolo e mette in scena uno dei poteri che sottende la realtà virtuale degli anni 2000: il potere dell’esibizione.

 

L’uomo medio del XXI secolo non è impegnato ad ammirare la meraviglia della natura, la bellezza di un paesaggio, la grandezza di un monumento, ma a immortalarla; non si gode la realtà dal vivo, ma la mitizza su uno schermo, per poterla esibire come un premio.

 

È il trionfo della vanità e della virtualità, oggi testimoniato sempre di più dalla nascita di numerosi social network e dallo sfruttamento di tutti i mezzi possibili per tenere la nostra mente occupata, immersa in un mondo, quello virtuale, che ci crea un’inequivocabile dipendenza.

 

E come si manifesta la gravosità di tale dipendenza?

Nel modo in cui se da domani dovessero scomparire tutti i cellulari e tutti i computer, ognuno di noi si ritroverebbe come perduto, spoglio, inerme, tale è il rapporto che oggigiorno ci lega all’oggetto, all’utensile del futuro.

 

Non so se Kubrick fosse preveggente a tal punto da volerci comunicare tutto questo, ma in ogni caso, ci ha preso in pieno.

Con cinquant'anni di anticipo.

 

È indubbio, qualcosa è andato storto nell’evoluzione: in quel momento, l’uomo non è nella giusta predisposizione mentale per progredire. Il monolito lo “sa”, lo percepisce, come se lo leggesse dentro.

L’uomo, a differenza della scimmia, non è ancora pronto per andare avanti.

 

Quando l’australopiteco gli si era avvicinato, il monolito aveva sentito il suo bisogno (inconscio o meno) e la necessità di comprendere l’incomprensibile. Non si può dire la stessa cosa per l’essere del futuro; è il suo approccio a essere sbagliato, prima di ogni altra cosa. 

 

In quel momento, dinanzi a un enigma da risolvere, l'uomo è più concentrato su se stesso che sulla sua scoperta.

 

Curioso come il progresso raggiunto dalla specie umana non sia comunque sufficiente a giustificare il successivo passo evolutivo; ha inquadrato e decifrato molti dei misteri che la vita terrestre le ha posto davanti, ma non è ancora preparata ad affrontare gli enigmi essenziali dell’Universo. Ecco che allora si pone uno step intermedio: il monolito invia un segnale radio nei pressi del pianeta Giove.

 

È un invito offerto all’uomo, che ora deve decidere se accettare la missione, la più importante, la più difficile, che definirà una volta per tutte il suo grado di sviluppo antropologico.

 

 

 

 

 

L’uomo si inoltra allora nella profondità della galassia, mai così lontano da casa sua. Ha governato la Terra, toccato la Luna, e ora si dirige verso Giove, per la primissima volta nella storia.

 

Ed è in questo capitolo, il capitolo chiave dell’intera opera, che entra in scena uno dei personaggi cinematografici più grandiosi mai partoriti da mente umana: il calcolatore HAL 9000, cervello e sistema nervoso dell’astronave su cui viaggiano i cinque individui scelti per la dura missione (tre dei quali in stato di ibernazione). La sostituzione macchina-uomo, di fatto, è già avvenuta.

 

Il rischio del venir rimpiazzati e dell’aver perso il controllo delle proprie invenzioni, paventato da Kubrick già nel capitolo precedente, è ora diventato realtà.

 

A cosa serve l’uomo?

Passa il tempo a giocare a scacchi con un computer (perdendo), a mangiare il suo pasto riscaldato, a prendere del sole artificiale, a fare dei disegni.

Ma cosa fa nella pratica, per permettere la buona riuscita di quella missione?

Nulla.

 

Di fatto, la sua attività si riduce a mera supervisione.

 

L’uomo è diventato l’essere passivo, la macchina (HAL) ha preso il suo posto; e cosa più straordinaria di tutte, ai fini della nostra analisi, è che il cambio di testimone è avvenuto per sua unica volontà.

L’uomo ha consegnato se stesso nelle mani del calcolatore; non c’è stato alcun sradicamento di potere. Le storie e la Storia ci hanno spesso mostrato come le guerre tra i sudditi e il sovrano, o tra il popolo affamato e le istituzioni, portassero poi a dei veri e propri ribaltamenti di ruoli.

Ma qui è diverso.

 

L’uomo, di sua sponte, si è fatto spettatore della propria esistenza, cessando di esserne il protagonista.

Se ci pensate, è la stessa cosa che sta accadendo oggi, nel nostro mondo.

 

Alcuni esperti dicono che tra meno di quarant’anni ognuno di noi sarà dotato di un proprio algoritmo, che ci sostituirà “fisicamente” in diversi ambiti lavorativi; o che i nipoti dei nostri nipoti nasceranno con il pollice allungato, a causa dell’uso sconsiderato ed esagerato di iPhone e smartphone, perpetuato dagli avi (cioè la nostra generazione) nel corso del tempo.

 

Questi appena citati sono solo due dei tanti esempi che testimoniano la futura supremazia della tecnologia e come l’uomo si sia lasciato persuadere.

 

David Bowman e gli altri membri dell’equipaggio dipendono da HAL, esattamente come noi oggi dipendiamo da cellulari, Internet e computer; abbiamo perso la nostra indipendenza come razza umana, le nostre invenzioni stanno prendendo il sopravvento in maniera sottile, quasi impercettibile.

 

Conviviamo quotidianamente con l’idea che una macchina possa fare un lavoro migliore dell’uomo e siamo consapevoli di poter contare in ogni occasione su un agente esterno, identificato come più idoneo, tra i due, a eseguire una certa attività nel minor tempo possibile e senza alcuno sforzo mentale e/o fisico.

Basti pensare alle vastissime possibilità che offrono le app e gli altri strumenti digitali, che ci facilitano in tutto e per tutto.

 

Tra robotica e informatica, siamo forse destinati a perdere gran parte delle nostre capacità intellettive e ad auto-limitarci? Può sembrare un’innaturale contraddizione, ma che sta trovando sempre maggior consenso.

 

Mi viene in mente una bella battuta dal film Contact di Robert Zemeckis, quando il personaggio interpretato da Jodie Foster, astrofisica di professione, alla domanda su quale sia la prima cosa che lei chiederebbe a un essere alieno avanzato, se lo trovasse davanti e avesse la possibilità di dialogarci, risponde:

“Come siete sopravvissuti all’adolescenza tecnologica senza autodistruggervi?”.

Come a dire che le due cose non possono convivere.

 

Il destino della razza umana è già segnato.

Ed è tutta colpa nostra.

 

Tutto dunque procede per inerzia, anche dentro la stessa nave spaziale; ci vorrebbe un qualche evento improvviso, in grado di sovvertire la situazione, risvegliare l’uomo dal suo torpore psicologico e costringerlo a riacquisire la propria prerogativa di essere superiore, perso ormai a scapito della macchina. Il futuro errore di HAL sarà l’inizio della vera odissea kubrickiana.

 

E solo attraverso essa che l’uomo potrà riappropriarsi della propria posizione di superiorità intellettiva.

 

L’Odissea del titolo è la condizione necessaria affinché ciò avvenga.

 

Così come l’uomo di Omero dovette affrontare Scilla e Cariddi per ritornare nel suo regno e riottenere i propri privilegi, di re e padre di famiglia, l’uomo di Kubrick, identificato nell’astronauta Bowman, deve prepararsi a proseguire il suo pericoloso viaggio, facendo però a meno della sua guida, HAL, lo strumento che ha commesso un errore e sul quale, quindi, non si può più fare pieno affidamento.

 

Ulisse era solo, Bowman diventerà solo.

 

Ma che errore commette HAL?

Il calcolatore segnala l’avaria di un’antenna di comunicazione dell’astronave, che permette di mantenere il collegamento con la Terra.

Perchè questo accade? La risposta risiede nella natura mendace dell’essere umano.

 

HAL era l’unico componente dell’equipaggio a essere realmente informato del vero scopo della missione: non l’esplorazione scientifica di un pianeta o dei suoi satelliti, ma l’inseguimento di un segnale radio, inviato mesi prima dal monolito.

 

L’uomo era diventato così poco importante, da venirgli negata anche la verità.

HAL non fungeva dunque solo da cervello dell’astronave, ma anche da custode dei segreti umani. Il punto fondamentale, però, è che il calcolatore non crede alla natura ingannevole dell’uomo, perchè non essendo umano, non riesce nemmeno a concepirla; è questo che lo porta alla follia, al desiderio inconscio di porre fine alle comunicazioni con la Terra, al primo errore della serie 9000.

 

Ecco che allora la soluzione del mistero, ai suoi occhi – anzi, al suo occhio – è molto semplice: ci deve essere un errore nella trasmissione del messaggio, l’antenna è/andrà certamente in avaria.

 

L’effetto che questo inatteso evento provocherà sarà naturalmente più rilevante rispetto alla sua causa (che Kubrick in effetti non specifica nemmeno). 

 

 

 

 

 

HAL 9000 è stato definito dall’American Film Institute come il sesto miglior villain cinematografico di sempre.

 

Se bisogna parlare del fascino del personaggio in generale, per quanto mi riguarda potrebbe benissimo inserirsi in una ipotetica Top 3, in compagnia di Darth Vader e Alex DeLarge, o di Hannibal Lecter e Don Vito Corleone; ma siamo così sicuri si tratti di un cattivo a tutti gli effetti?

Qui si apre un’altra discussione.

 

Nel momento in cui David e Frank, gli unici due astronauti non ibernati, decidono di escluderlo, in quanto non più calcolatore attendibile, HAL matura l’intenzione di far fuori tutti membri dell’equipaggio, cosa che, in effetti, non lo renderebbe un individuo che fa del bene in senso stretto; ma da dove viene questa improvvisa aggressività?

È un qualcosa insito nella sua indole? Assolutamente no.

 

Il cambio di natura dell’intelligenza artificiale è stata provocata dalla natura confusionaria dell’uomo stesso. Come già specificato prima, è l’uomo che induce HAL all’errore e allo squilibrio interiore; quello che succede dopo, dall’omicidio dei quattro astronauti in poi, è semplicemente la naturale conseguenza di quel gesto iniziale.

 

Prima dell’avvento dei Lumi, nel XVIII secolo, il pensiero giuridico comune era che alcuni uomini nascessero per principio buoni, e altri cattivi; c’era una manichea distinzione sociologica.

Per dare giustificazione al compimento di illeciti penali, quali l’omicidio o lo stupro, tutti i giuristi erano portati a risolvere la questione nel modo più semplicistico e superficiale possibile, senza andare a fondo e indagare la natura di quei criminali.

 

Solo successivamente, con la nascita delle scienze psicologiche e antropologiche, e con l’approfondimento di una nuova filosofia del diritto, ci si rese conto che nessun uomo nasce malvagio in senso assoluto; non esiste alcuna ghiandola pineale del male, presente o assente nel cervello umano, a seconda dei casi.

La verità è che nasciamo uguali sul pianeta; esiste poi tutta una serie di altri fattori che entrano in gioco, a influenzare l’azione e la vita delle persone.

 

Per HAL il discorso è il medesimo. Egli non è cattivo, è solo l’esito dell’azione umana, nel bene e nel male.

 

Nel momento esatto in cui David e Frank confabulano per decidere se toglierlo di mezzo o meno, ecco che si tocca l’apice dell’eterno scontro tra uomo e macchina. In quel preciso istante, il calcolatore crede di essere vivo.

E qual è il primordiale istinto di un qualunque essere vivente dotato di coscienza?

La sopravvivenza.

 

HAL non è malvagio, è solo umanizzato, e vuole continuare a esistere.

 

Da lì, l’inizio della spirale di morte, che toccherà quasi tutti i componenti della missione e alla fine della quale a farne le spese sarà anche lo stesso HAL.

 

 

 

 

 

È stato già ribadito come nello spazio l’uomo abbia perso il controllo dei propri utensili, ma cosa succede se uno di quegli utensili si ritorce contro di te?

 

In principio, lo scontro sembra impari; l’uomo si è affidato in toto al controllo e alla supervisione di HAL, il quale, all’interno dell’astronave, ha poteri quasi illimitati.

Dopo aver assistito impotente ai quattro omicidi, per mano del calcolatore impazzito, l’essere umano sembra aver perso la sua battaglia.

 

Rimane un unico superstite della missione, il comandante Bowman, che però è intrappolato nella sua capsula di perlustrazione, essendo rimasto fuori dalla saracinesca esterna dell’astronave.

 

Tutto sembra perduto per lui, ma è esattamente in quel momento, dinanzi al pericolo e al rischio di una morte certa, che l’uomo rivendica il proprio orgoglio e la propria supremazia intellettuale, facendo affidamento su quell’unica caratteristica che in caso di pericolo imminente e improvviso, è propria dell’uomo e oscura alla macchina: l’avventatezza, il coraggio spregiudicato; dell’eroe dell’epica classica ieri, dell’astronauta oggi.

 

È il fattore dell’imprevedibilità, quello che HAL non può appunto prevedere.

Ecco che si sostanzia dunque un ritorno alle origini: rimasto isolato, senza supporti esterni, l’uomo ritorna scimmia, e in questa sublime regressione egli riesce a trovare la via della salvezza.

 

Bowman sa benissimo che con il tipo di manovra che sta per compiere – l’avvicinarsi il più possibile a un portellone aperto e farsi lanciare dentro l’astronave tramite una piccola esplosione, il tutto senza l’ausilio del casco – il rischio di morte è elevatissimo; sa bene che è un gesto estremo e disperato, che implica basse probabilità di riuscita.

 

Ma è esattamente questo il punto cruciale.

Bowman fa la scelta che la macchina, l’intelligenza artificiale perfetta, non avrebbe mai tenuto in considerazione, perché troppo esposta a un rischio, troppo irrazionale, troppo imperfetta.

Ed è nella sua imperfezione che l’uomo riesce a vincere la propria battaglia personale.

 

L’operazione successiva al rientro è palese: mettere fuori gioco HAL 9000.

L’uomo l’ha creato, l’uomo lo può distruggere; e nel farlo, egli è come se ammettesse i propri peccati, legati a quel concetto di “ubris" (la tracotanza, il volersi spingere oltre le proprie capacità) tanto caro ai greci antichi.

 

Come l’uomo del passato sfidava gli Dei dell’Olimpo, così quello del futuro ha sfidato la natura, diventando egli stesso un dio (cioè un creatore), per poi tornare sui suoi passi, una volta resosi conto dei suoi sbagli e del crescendo di violenza da lui stesso provocata in quella circostanza.

 

Ecco perchè è assolutamente pertinente l’ipotesi che HAL impazzisca per colpa dell’uomo e della sua natura instabile, perché vorrebbe dire che quest’ultimo, nel bene e nel male, mantiene sempre un ruolo centrale, nello sviluppo così come nell’autodistruzione.

È anche per questo che il protagonista del film non può essere un calcolatore, ma l’essere umano, nella sua accezione più generica.

 

Escludendo HAL, si mette così un punto alla storica alleanza uomo-macchina.

 

Bowman è sopravvissuto e da adesso in poi, abbandonato nello spazio e senza una guida, dovrà fare affidamento esclusivo sulle proprie forze e, soprattutto, sul proprio ingegno.

È l’esame decisivo da superare, quello che lo porterà all’ultimo step, oltre le stelle, oltre l’Infinito.

 

È il suo destino affrontare in solitaria i confini della sua Galassia, esattamente come l’Ulisse omerico aveva affrontato quelli del mondo geografico allora conosciuto.

 

 

 

 

 

Con l’ignoto ad attenderlo, Bowman intraprende quindi il viaggio conclusivo.

 

La sua duplice valenza è cristallina, il cammino di Bowman rappresenta anche il cammino ultimo dell’umanità, prima di entrare nei confini del non scibile. Nessuno, prima di allora, era mai arrivato a quel punto.

 

La prova finale si divide in due atti: il viaggio verso l’infinito, attraverso nuove e spaventose dimensioni, e l'isolamento forzato (durato decenni), in quella quinta dimensione asettica, che altro non è che la raffigurazione concreta e “a misura d’uomo” di un mondo astratto. 

 

L'appartamento in cui giunge Bowman, dopo aver vagato attraverso uno psichedelico percorso tra i diversi mondi, è il materializzarsi di un’idea. Non deve essere quindi considerato all’apparenza; è il modo con cui Kubrick immagina la quinta dimensione, oltre quelle di nostra comprensione.

 

Che abbia l’aspetto di una comune stanza, con dei tavoli, delle sedie e un letto, per offrire all’uomo la possibilità di adattarsi al meglio a quel nuovo luogo?

È una sorta di aiuto voluto che è stato fornito dalla stessa specie/razza/divinità che ha posto il monolito?

E se, meglio ancora, quella stanza non esistesse, non avesse nemmeno una forma, ma fosse semplicemente la maniera in cui essa appare agli occhi dell’uomo?

 

Mi piace pensare sia così.

 

La stanza, per come ci viene mostrata, ha un senso solamente sulla base della nostra percezione e conoscibilità del reale tangibile.

Chi può dire se quell’ambiente avrebbe avuto lo stesso aspetto esteriore, nel caso in cui, invece che l’uomo, fosse giunto in quel punto un calamaro gigante?

Questo è uno dei topic a cui la scienza cerca da sempre di fornire una risposta: cosa è di fatto il reale? Noi sappiamo dire con esattezza cos’è il tempo, ad esempio, perché siamo cresciuti con la percezione del tempo come linea retta, con un passato, un presente e un futuro.

 

Siamo noi ad aver fornito al tempo quell’accezione e quel significato.

Medesimo discorso vale per lo spazio.

È sempre stato l’uomo ad attribuire un senso alla realtà, non è la realtà a esserselo attribuito da sola.

Sulla base di tale ragionamento, sembra ovvio a tutti che la realtà non possa avere un significato univoco.

 

Chi decide cosa è reale e cosa no, alla fine?

È tutta una questione di relativismo e prospettiva. 

 

Bowman passa il resto della propria esistenza (umana) dentro la stanza; Kubrick ci mostra il momento in cui egli si prepara alla morte, sdraiato sul letto.

La prova a cui si faceva riferimento qualche riga sopra è stata superata?

Il regista suggerisce di sì, già da un particolare dettaglio: durante l’ultima cena, un bicchiere di vino cade dal tavolo, rompendosi in tanti pezzi; si è rotto il vetro (il contenitore, metafora del corpo dell’uomo), ma il liquido esiste ancora, è solamente fuoriuscito dal quel corpo (il liquido, metafora dell’anima).

 

E in punto di esalare il suo ultimo respiro, l’uomo ha finalmente imparato la lezione: il gesto finale, con la mano destra che si alza in direzione del monolito apparso di nuovo sulla scena, riassume quattro milioni di anni di storia.

 

È tutto quello che resta all’uomo, ormai anziano, privo di forze, orfano di guide, utensili, armi, macchine: la curiosità.

Eccola nuovamente, la tentazione di entrare in contatto con qualcosa a noi sconosciuto.

 

Quella stessa curiosità da cui era animata la scimmia, a inizio film.

E il cerchio dunque si chiude, nel modo più armonioso possibile.

 

 

 

 

 

Il corpo di Bowman non esiste più; ciò che ne resta, lo spirito, rinasce sotto forma di feto spaziale: “The Childstar", il bambino delle stelle.

 

È un nuovo primo assaggio di un ulteriore stadio psicoevolutivo, che porterà (forse?) a una nuova progenie, una nuova razza umana.

 

Qui si fa dichiarato il riferimento al superuomo nietzschiano, presente sottotraccia lungo tutta la pellicola e suggeritorici già dal theme musicale di Richard Strauss, il solenne Also Sprach Zarathustra, che ha accompagnato i momenti salienti della narrazione.

 

Tra i temi centrali dell’opera del filosofo tedesco, fonte di ispirazione di Kubrick, c’era l’avvento del Superuomo, l’essere superiore in grado di costruire da sé il proprio destino; il suo avvento si pone in concomitanza con il superamento dell’uomo comune e la morte di Dio.

 

Un concetto, questo, che incontrerà a sua volta ulteriori decrittazioni, anche nella letteratura italiana. Come non citare ad esempio Gabriele D’Annunzio, per il quale il superomismo si poneva in un’ottica diversa, per non dire opposta, in quanto comportava la manipolazione dei valori e non la sua distruzione.

 

Ma se nella dottrina del filosofo tedesco il punto di partenza (la morte di Dio) era un dato certo da cui partire, Kubrick al contrario non offre soluzioni e salta questo passaggio: nel film non si fa menzione esplicita di Dio/entità aliene o di qualunque cosa abbia mosso il monolito; non perché non gli interessi, ma semplicemente perché il suo intento ultimo è di lasciare alla mente dello spettatore la possibilità di vedere ciò che desidera vedere.

 

Quando un anno fa uscì Arrival al cinema, scrissi che era un film che mostrava e sussurrava, senza perdersi in spiegoni superflui; in tal senso, fu proprio 2001: Odissea nello Spazio il titolo che inaugurò questo fattore di voluta ignoranza, adoperato dal regista. In passato e fino agli anni ’60, salvo rarissime eccezioni, lo spettatore americano era abituato a essere onnisciente nella sala cinematografica e a comprendere ogni singolo aspetto della trama di un film; guai se fosse uscito dal cinema con qualche dubbio o con il bisogno di trovare una possibile interpretazione a quello che aveva appena visto.

 

L’opera di Kubrick aggiunge dunque una nuova tacca alla settima arte, anche sotto questo punto di vista.

 

Il bambino delle stelle è allora la figura nuova, capace di porsi al di sopra di qualunque legge morale, fisica e sociale, che rappresenta allo stesso tempo l’inizio e la fine, “archè" e “telos"; è il passaggio di testimone tra i due mondi, tra quello conosciuto (il passato, l’uomo) e quello tutto da scoprire (il futuro, il superuomo), nonchè punto di raccordo tra il determinato e l’illimitato.

 

Curioso il fatto che si assista a un procedimento inverso: se a inizio film l’uomo della Terra, da padrone, si dirige verso lo spazio tornando bambino, adesso invece egli appare come un feto spaziale che proviene dalla vastità dell’Universo, dirigendosi verso la Terra; è destinato a diventare un padrone terrestre migliore di quanto non fosse prima.

 

Perché ci sarà un’epoca più evoluta?

Perché si pone alla fine del viaggio più importante mai intrapreso dall’uomo; viaggio che ha in sé un valore formativo.

 

La destinazione dello Starchild non è una stella di una galassia remota, ma il pianeta Terra, il posto migliore per l’uomo, proprio perchè quello dal quale era partito in principio. È il ritorno dell’uguale, ma con una consapevolezza nuova. 

 

Che cosa questo significhi in concreto e che conseguenze abbia per la storia, non è dato sapere; è lo stesso Kubrick che si ferma, conscio di aver già fatto quello che era in suo potere: fornire quesiti, offrire spunti di riflessione, senza mai fortunatamente elargire delle risposte esplicite.

 

Immaginate se tutti i nodi fossero stati sciolti nel corso della narrazione; non avremmo avuto 2001: Odissea nello spazio, ma un altro film. 

 

Il primo piano finale, con gli occhi del feto che incrociano i nostri, come per stabilire il primo contatto della nuova era, suggella un capolavoro dell’arte di rara potenza espressiva e rappresenta il più sublime abbattimento della quarta parete che sia mai avvenuto nel cinema; quello sguardo empatizza con lo spettatore, incute timore e fiducia contemporaneamente.

 

Kubrick non poteva che terminare con un primo piano così ambiguo, in sintonia con l’impostazione e il tono adottati lungo i 159 minuti precedenti.

 

 

 

 

 

Il regista è stato per il pubblico ciò che il monolito è stato per la scimmia: ci ha aperto gli occhi e insegnato a metterci in piedi, a sostenerci per non cadere.

 

Kubrick ha fornito allo spettatore gli strumenti per imparare a camminare; a tutti gli spettatori, senza distinzioni di sorta.

 

È lasciato a ognuno di noi, poi, il compito di impegnarci per imparare le giuste mosse e riuscire a muoverci in autonomia, per accettare il suo messaggio.

Attenzione: ho scritto volutamente accettare, invece che comprendere; un artista non deve essere necessariamente compreso.

 

Apprezzare quest’opera, parlarne fino alla nausea, dedicarle post e articoli, è il nostro modo (minuscolo) per ringraziare il regista e riconoscere la necessità di spalancare la mente.

 

“Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio”.

 

Kubrick lascia a noi la responsabilità (e l’onore, aggiungo io) di completare il mosaico; o quanto meno di provarci.

 

Il film uscì nelle sale nel 1968, un anno prima dello sbarco sulla Luna.

Non esiste nessun altro titolo della storia del cinema ad aver retto alla prova del tempo in maniera così clamorosa. Anzi, la sensazione è che acquisisca valore di anno in anno, di decennio in decennio; per farne un’analisi dettagliata e accurata servirebbe scrivere un libro apposito di duecento pagine.

 

E forse non basterebbe nemmeno.

 

E come se a Kubrick, all’epoca, fosse apparsa in sogno un’istantanea del futuro; ma definire visionaria la sua opera sarebbe comunque eufemistico.

Non c’era mai stato nulla di simile fino a quel momento, né ci sarà mai da qui a cento anni.

 

Il cinema è semplicemente nato per poter dare alla luce questo film.

 

Se è vero che la Cappella Sistina non viene studiata solo nelle facoltà di storia dell’arte, ma anche nella maggior parte degli istituti superiori, verrà il giorno in cui anche Kubrick e la sua estetica finiranno sui banchi di scuola, e non solo nelle università specializzate di cinema.

 

Alla fine cosa significa parlare di opera d’arte immortale, se non di qualcosa che rivendichi il diritto di essere divulgato a più persone possibili, fino alla fine dei tempi?

È proprio il potere dell’arte, che è universale e non fa distinzione nella massa di destinatari; giusto per restare in tema Kubrick, è lo stesso principio per cui anche un assassino violentatore come Alex DeLarge merita di ascoltare la musica più bella del mondo. 

 

2001: Odissea nello spazio non è rivolto solo a noi cinefili, ma a tutti.

Quello che cambia è il livello di ricezione, che dipende dalla singola capacità e sensibilità di ciascuno di carpire e fare suo un certo messaggio. 

 

Tutti coloro che non hanno compreso appieno l’intento di Stanley Kubrick o che, pur avendolo accettato, non sono mai riusciti ad apprezzarlo fino in fondo, non sono meno intelligenti degli altri, né più superficiali.

 

Molto semplicemente, hanno bisogno di più tempo per imparare a camminare…

 

 

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73 commenti

Giacomo Simoni

7 mesi fa

Non mi stancherò mai di dirlo, questo film è il racconto dei racconti.

Complimenti per l'articolo!

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Antonio Petta

8 mesi fa

Nel 1968 Kubrick ci aveva visto lungo

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Simone Maggiani

9 mesi fa

Un articolo che mi ha veramente emozionato, complimenti per la passione che hai messo nel scriverlo.
Mi hai fatto venire voglia di riguardarlo immediatamente!

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Mike

1 anno fa

Bellissimo articolo, complimenti per l'analisi!

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HAL 9000

1 anno fa

Un opera d'arte come 2001,aveva bisogno di un articolo del genere. Complimenti.

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Teo Youssoufian

1 anno fa

...mi è andato qualcosa nell'occhio. 
non mi sono commosso, giuro. 
❤️

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Matteo Mazzuto

1 anno fa

Miglior recensione letta fin’ora. Complimenti

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matsod

2 anni fa

Non è un semplice film, ma un'esperienza. Consiglio vivamente a chiunque di vederlo in sala se possibile: io ho avuto questa fortuna quest'anno, ed è stato come se non lo avessi mai visto. Ero praticamente in adorazione. Un film che tutti dovrebbero vedere, un film da capire, in quanto lascia tante cose non dette. Un'immensa filosofia dietro, di cui questo articolo parla in maniera magistrale. Da vedere, e rivedere.

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Benito Sgarlato

2 anni fa

Bellissimo articolo! Nonostante abbia vistio il film tante volte lo riguarderò presto con delle risposte in più, e con altrettante nuove domande! È questo che amo del cinema

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Ottimo articolo!

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