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Saint Omer - Recensione: il mistero d'essere madre (e film) - Venezia 2022

Assieme a The eternal daughter di Johanna Hogg, Saint Omer è finora senza grossi dubbi il film più ardito presentato nel concorso principale di questa 79ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. 

 

Lo è soprattutto perché non suggerisce univocamente quali strumenti interpretativi impiegare dinnanzi a una complessità invidiabile.

 

Alice Diop fa ingresso nel mondo della fiction dopo essersi dedicata per un decennio al solo documentario e prende subito le distanze da quelle esperienze (non inganni la superficiale prossimità compositiva rispetto a La permanence), pur muovendo da uno spunto reale.

 

[Il trailer di Saint Omer]

 

 

Ispirato a un caso di cronaca nera e giudiziaria, Saint Omer racconta del processo per infanticidio condotto nei confronti di una donna d'origine senegalese che ha ucciso - lo ammette candidamente - la giovanissima figlia affidandola all'alta marea; la protagonista però non è l'imputata, Laurence, che ha probabilmente lo screen time più consistente e sicuramente il maggior numero di battute.

 

È infatti (lo sguardo di) Rama, scrittrice e donna di Cinema - la qualifica non è chiara, potrebbe essere una regista come una professoressa/esperta: ad accomunare le due attività è comunque il riferimento alla dimensione artistica - che lo spettatore è costretto a rincorrere, ad occupare: la porzione di diegesi inquadrata dipende quasi sempre dal suo collocamento spaziotemporale, e significativamente la successione di sequenze ambientate in aula è preceduta e seguita da scene a lei consacrate.

 

Proprio il riferimento all'aspetto artistico, nodale anche in quanto Rama funge da proiezione della stessa Diop (che interseca comunque al dato autobiografico una spinta etero-riferita), fornisce uno spunto interpretativo rilevante: nei primi minuti, nell'unico momento direttamente autoriflessivo del film, la donna dedica una lezione a Marguerite Duras, al suo lavoro da soggettista e sceneggiatrice per Hiroshima mon amour.

 

Nel capolavoro di Alain Resnais imperniato su un'ambigua dialettica documentario/fiction, la scrittrice e regista transalpina persegue - assieme al regista: il passaggio estetico è ovviamente centrale - ciò che Rama individua usando una formula non univoca come "sublimazione del reale": dopo Notte e nebbia Resnais dichiara infatti di non poter più fare "un documentario su un soggetto simile" e adotta un approccio differente, appoggiandosi alla visione trasfigurante di Duras.

 

Alice Diop si muove nello stesso solco ideale, rileggendo sottilmente diversi assunti e stilemi della non-fiction per edificare, su un caso di cronaca, un potente discorso sulla maternità, su quella "catena infinita" che lega madri e figlie e che, parlando di finzione, trova un referente immediato nella mitologia greca, nella Weltanschauung classica.

 

 

[Un frame da Saint Omer]

 

 

Nella storia di Laurence, che per difendersi scarica - più o meno strumentalmente - le proprie colpe sulla stregoneria, si scorge difatti quella di Medea, infanticida per eccellenza: se ne rende conto Diop assistendo effettivamente al processo e se ne rende conto conseguentemente Rama, che segue la vicende con l'intento di rielaborarla in un'opera intitolata Medea naufragata.

 

Dal mito e dalla tragedia, termini-concetti sulle cui differenze e sovrapposizioni conviene riflettere, Diop non trae solo il rimando narrativo e la mera coincidenza fattuale. 

In primo luogo, il tema chimerico - relativo cioè al reciproco scambio di materiale organico tra madre e figlio/a durante la gravidanza (si noti l'ascendenza dell'aggettivo) - chiama in causa delle nozioni di destino e di ereditarietà della colpa che, peraltro, stanno trovando non poco spazio in questa kermesse lagunare (si pensi a Bones and All e a Blonde).

 

In secondo luogo il discorso sul malocchio convoca la questione che l'accademico Claudio Magris ha definito della "difficoltà o impossibilità di intendersi fra civiltà diverse": la patria di Medea è la Colchide, regione ora georgiana culturalmente bollata, in epoca classica, come barbara e letta in tal maniera dai tragediografi, che hanno sovente sfruttato tale elemento simbolicamente e drammaturgicamente, anche visto il rinvio alla natura stregonesca. 

 

In Saint Omer - film il cui titolo riprende il nome dell'omonima cittadina francese evocando, al contempo, il mondo antico - il contrasto tra culture si esprime attraverso le diverse possibilità di trattamento simbolico dell'infanticidio contemplate da due cosmologie, quella occidentale e quella comune (almeno nei tratti macro) a numerose popolazioni africane.

 

Appellandosi alla stregoneria (o alla fattucchieria: come scrive l'antropologo Michael Herzfeld la differenza risiede nella presenza di un "atto volontario di malvagità") Laurence tenta di rilocare il discorso in un orizzonte culturale alternativo a quello che ha invece determinato, invero, lo stesso assetto delle istituzioni (e dei funzionari) che la stanno giudicando. 

In questo modo, passando per il rimando a Medea, la riflessione sulla maternità, da parametrare rispetto ad apparati ideologici difformi, sfiora nodi di assoluto rilievo e si riallaccia all'idea di sublimazione della realtà, su cui gettano peraltro una luce ulteriore tanto la citazione della Medea pasoliniana, specie considerando la poetica del suo autore, quanto il possibile rinvio, anche traslatissimo, a Omero.

 

Rinvio che, nello specifico, pare intendibile sfruttando un'efficace e apparente opposizione (cara a Marco Bellocchio) tra questi, poeta, e lo storico greco Erodoto proprio per ribadire il potere interpretativo - dunque non solamente finzionale, se intendiamo la finzione come una menzogna - dell'arte, del Cinema.

 

 

[La regista Alice Diop]

 

 

Vediamo allora più da vicino qual è la proposta estetica di Saint Omer.

 

Sul versante narrativo, Diop supera ogni linearità per incorporare tempi, spazi e fonti eterogenei: nel percorso di Rama, che ingloba quello di Laurence, interviene una soggettività, quella della protagonista, che altera una disposizione altrimenti non marcata.

 

Se in aula possiamo osservare Laurence e sua madre e se tra il pubblico possiamo riconoscere Rama e la sua pancia gonfia, sullo schermo - magia del Cinema - possiamo scrutare immagini che indubbiamente appartengono a un passato: sono parecchi i brevi flashback che squarciano la visione senza recare delle chiare indicazioni interpretative, incentrati probabilmente sul rapporto tra Rama e la madre, con la regista che aggiunge inoltre frammenti di home movies che potrebbero addirittura vederla coinvolta in prima persona (è una lettura, da verificare, ispirata dalla relazione tra flashback e frammenti e dall'ambiguo finale). 

 

Proseguendo nel discorso sulla soggettività, notiamo poi come nei segmenti drammaturgicamente più tradizionali Alice Diop operi sul video e sull'audio assecondando il sentire della protagonista; è un rigore che tuttavia potrebbe ricordare l'ultimo Robert Bresson, a contraddistinguere Saint Omer sul piano estetico.

 

A un'iniziale medietà turbata solo dalle menzionate spinte sentimentali si sostituisce infatti, in tribunale, un gusto che va oltre il Teatro - dominio evocato da uno degli avvocati - e che vede imporsi inquadrature fisse talvolta lunghissime e quadri caratterizzati da una pulizia compositiva in grado di trascendere il piano della verosimiglianza per generare una depurazione capace di far emergere limpidamente dialoghi, emozioni, concetti.

 

Proprio la stimolante combinazione tra il sentire di Rama e questa impostazione radicale guida l'opera fino all'arringa (quasi) conclusiva, che riafferma con il miglior didascalismo il discorso del film e corona una struttura singolare dialogando ancora una volta, ma in maniera diversa, con lo spettatore e rivolgendosi allo stesso oggetto Saint Omer

 

L'intero film, nonostante sia piuttosto chiuso dal punto di vista testuale, è allora permeato da un senso di sfasamento, di differimento continuo, che supporta quel tentativo di intercettare "l'indicibile mistero di essere madre", problematizzandolo: non male per un esordio nella fiction che sarà, almeno per chi scrive, un serio contendente per uno dei premi maggiori alla Mostra di Venezia 2022.

 

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