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I figli degli altri - Recensione: la quotidianità delle relazioni - Venezia 2022

I figli degli altri di Rebecca Zlotowski, per il tema che tratta, si sarebbe potuto benissimo trovare in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno.

 

Se infatti il fil rouge che lega molti film della Mostra di quest'anno è lo scontro generazionale da cui deriva poi la ricerca della propria identità, nell'edizione che vide trionfare La scelta di Anne la tematica portante riguardava l’essere o meno madre.

 

Con protagonisti Virginie Efira e Roschdy Zem, I figli degli altri vede al centro del racconto la vita della professoressa Rachel e la sua storia d’amore con il designer di automobili Alì.

 

[Il trailer de I figli degli altri]

 

 

Il film di Zlotowski inizia con la visione in classe de Le relazioni pericolose diretto da Roger Vadim, film che però gli studenti di Rachel non riescono a concludere a causa della campanella. 

 

“Come finisce?”

“Male, naturalmente”.

Un botta e risposta che preannuncia e indica una strada inevitabile e, per l’appunto, naturale.

 

I figli degli altri però non è un film drammatico come potrebbe lasciar presagire, ma una commedia agrodolce riguardante l’innamoramento, le relazioni umane - perciò pericolose - e il desiderio di essere madri.  

 

La struttura narrativa riprende ciò che può essere il "percorso standard" di un rapporto umano: l'inizio con la scoperta dell’altro e in seguito il dipanarsi delle varie tappe relazionali, che possono portare alla rottura del rapporto o al suo consolidamento.

Se i risvolti delle relazioni contenuti ne I figli degli altri sono privi di spunti interessanti - o comunque simili a quelli di molte altre produzioni - l’aspetto di maggiore rilievo risiede nella scrittura del personaggio interpretato da una sempre ottima Virginie Efira.

 

La sua Rachel rappresenta una generazione perennemente in affanno per il tempo precario a propria disposizione, condizione dettata dall’indipendenza economica arrivata tardi a differenza della generazione precedente. 

Sebbene questa mancanza di tempo - anche biologico - mette a disagio Rachel, d’altro canto ne rivela la natura benevola. 

 

Il titolo del film della regista francese perciò riguarda il prendersi cura “degli altri”, siano essi i figli del proprio compagno o studenti in difficoltà socio-economiche.

 

 

[Virginie Efira per la sua interpretazione ne I figli degli altri è una forte candidata per la Coppa Volpi]

 

Come dichiarato da Zlotowski, essendo il film parzialmente autobiografico, la sincerità del racconto de I figli degli altri traspare per tutta la sua durata, provocando genuini sorrisi per la rappresentazione di situazioni quotidiane perfettamente credibili, come il chatting frenetico delle prime fasi di una relazione. 

 

Oltre a ciò il linguaggio cinematografico adottato dalla regista omaggia il mondo della commedia francese, tra iris-eye e l'utilizzo di Parigi come parte integrante del parco dei personaggi.

 

Questo aspetto cinefilo si esprime anche attraverso il cameo di Frederick Wiseman, ginecologo della protagonista che regala agli spettatori uno dei dialoghi più commoventi della Mostra: 

“Quanto mi resta?” (chiede Rachel riferendosi al tempo per avere figli) 

“Me lo chiedo tutte le mattine”.

 

Come detto, "sincerità" è il concetto cardine alla base de I figli degli altri, un'idea di immediatezza e genuinità che conferma l’obiettivo essenziale della regista parigina: costruire un intreccio che guardi alle relazioni umane - e al loro disgregamento con lo scorrere del tempo - come in una sorta di campo e controcampo dal retrogusto dolceamaro.

 

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