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L'événement - Recensione: abortire nel 1963 - Venezia 2021

Ecco la prima, vera rivelazione di questa Mostra del Cinema di Venezia: con L'événement, il suo secondo lungometraggio, la quarantunenne francese Audrey Diwan fa decisamente centro, innovando forse in maniera contenuta ma donando vigore a un filone teorico-estetico che affonda gran parte delle proprie radici nel Neorealismo.

 

La linea evolutiva è quella che parte soprattutto - non senza ambiguità - dal "Cinema di Rossellini, Pasolini, Zavattini", come esplicitato dai Fratelli Dardenne, maggiori esponenti contemporanei di quella macro-tendenza di cui Diwan ha saputo cogliere lo spirito profondo, filtrandolo attraverso un sensibilità artistica attenta anche all'oggi.

 

Il film è un film di elevato rigore, che colpisce per la messinscena e che pone in rilievo soprattutto la progressione narrativa, essendo del resto tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Annie Ernaux e co-adattato dalla regista, già sceneggiatrice e scrittrice.

 

L'intreccio è semplice, riassumibile a grandi linee in poche parole, in quanto focalizzato sulla sola storia di Anne, studentessa ventitreenne che cerca di abortire nella Francia del 1963, scontrandosi con le limitazioni legali e lo stigma sociale.

 

 

 

Diwan cerca di superare il "contesto temporale della storia e le barriere di genere", di inscenare quello vuole essere (ed è) un duro spaccato della realtà e non un retorico pamphlet politico, nonostante la politica - in senso ampio - pervada ogni secondo della pellicola, ogni secondo della dimensione purtroppo quasi solo privata della protagonista.

 

Questa chiara direzione non va però verso il Cinema di un Ken Loach, verso quel tipo di documentarismo o filo-documentarismo, ma - come detto - impiega il linguaggio cinematografico in modo diverso, sfruttando con intelligenza una rosa di soluzioni stilistiche volte a potenziare il contenuto e l'esperienza fruitiva.

 

Innanzitutto, la cineasta d'origine libanese restringe l'aspect ratio, fa scorrere quelle tendine che in sala qui a Venezia, qualche secondo prima della visione, hanno potato l'orizzontalità dello schermo e anticipato l'avvento di un'estetica a misura d'uomo.

 

Predilige poi la macchina a mano richiamando alla mente, oltre ai Dardenne, alcuni aspetti di un altro grande film uscito di recente e collocabile nel macro-solco summenzionato, An Elephant Sitting Still: L'événement e il tragico esordio di Hu Bo - che pure sono accomunabili con prudenza - condividono infatti il ricorso al digitale, interessante dal punto di vista teorico e produttivo, e la volontà di reinterpretare quel concetto di pedinamento coniato da Cesare Zavattini.

 

Evitando la successione di long take e piani sequenza che componeva il mastodontico film cinese, Diwan e collaboratori usano con intelligenza il montaggio, inanellando una coerentissima sfilza di inquadrature segnate anche da un uso della profondità di campo e (soprattutto) di fuoco di probabile - e magari lontana - matrice indie, il tutto per seguire a stretto contatto la parabola di Anne, e il corpo di Anne.

 

Uno dei nodi che interessano la trasposizione del romanzo di Ernaux è infatti il cercare di "catturare la natura fisica dell'esperienza, […] tenere conto della dimensione corporea del percorso" verso l'aborto: tale impostazione genera molteplici ripercussioni sul piano del filmico e del profilmico che ricordano la matericità - qui però priva del suo afflato trascendente - di Robert Bresson e che, nel complesso, soddisfano l'obiettivo prefissato.

 

Tra queste ripercussioni, oltre alla regia, sono degne di particolare nota la gestione del sonoro, la fotografia di Laurent Tangy e le scelte scenografiche: gli ultimi due comparti disegnano delle immagini visivamente asciutte, naturalistiche e realistiche che ben si sposano con la crudezza della vicenda, il primo vede la presenza di un minimale commento in post e una valorizzazione della presa diretta centrale in fase fruitiva.

 

Tutto ciò è orchestrato con maturità da Diwan, che concepisce un approccio stilistico legato a doppio filo con la materia narrata e crea una "suspense intima che aumenta man mano che la storia va avanti" proprio grazie a questo accordo, già visto solo fino a un certo punto, tra forma e contenuto.

 

In un'opera così ideata, però, tutto quanto detto rischierebbe di passare in secondo piano nell'eventualità di una prova principale poco ispirata, ma per nostra fortuna Anamaria Vartolomei risulta convincente e diretta con efficacia, visto che concretizza quella bressoniana "semplicità dei gesti" inseguita dalla regista e che si trova a interpretare un personaggio ben scritto collocato in una sceneggiatura ben scritta.

 

A livello contenutistico, difatti, l'intreccio (che ricordo derivare da una storia vera) soffoca il melodramma in ogni sua possibile forma - tenta cioè di "sondare i sentimenti" (pur?) mantenendo un'asprezza in odore di oggettività - ed è accompagnato da dialoghi che funzionano in quanto misurati, plausibili e realistici.

 

Perizia tecnica, ragguardevole coerenza estetica e trattazione potente e antiretorica di un tema spinoso delineano così un quadro d'insieme notevole, che per chi scrive lancia a sorpresa Audrey Diwan e spinge L'événement in zona premi in un concorso principale ricco di nomi altisonanti.                  

 

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