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8 Insoliti film disturbanti - Vol. III

Nelle due precedenti classifiche sui migliori (e insoliti) film disturbanti, avevo provato a ragionare insieme a voi su cosa sia effettivamente una pellicola che genera disagio, attraverso quali modalità può farlo e, soprattutto, perché sentiamo la necessità di somministrarci delle produzioni così scomode e ostiche.

 

 

Si è provato a razionalizzare, insomma. A capire.

 

Ma, in fondo, per quanto mi riguarda, c’è poco da capire.

Quindi getto la maschera: sono un cinico.

Come alcuni di voi, suppongo.

 

Questo non vuol dire che provi eccitazione nell’assistere il disfacimento socio-culturale attorno a noi e il marciume da esso derivato.

Solo, trovo più sincere e credibili quelle narrazioni che scavano nelle miserie dell’essere umano. Una bestia senziente dal pollice opponibile, ma pur sempre bestia.

 

Creatura brillante, intelligente, dotata di creatività e senso artistico che possono essere utilizzati per gli scopi più nobili e alti ma, in alcuni casi, anche per quelli più oscuri e terribili.  

 

 

[Cosa vuoi costruire, Jack?]

 

 

Il mondo che ci circonda è per lo più costruito su un’impalcatura capitalista poggiata su fondamenta di denaro e sul concetto di “lavoro fino alla morte”, come sottolineato da recenti produzioni come Sorry we missed you.

 

Film che raccontano un apparato sociale che, spesso e volentieri, non può far altro che condurre alla tensione, allo sfruttamento e all’odio. In un contesto simile l’happy ending è spesso fantascienza, se non adirittura utopia.

 

Un luogo dove la puttana resterà puttana e non ci sarà nessun milionario in limousine pronto ad arrampicarsi sulla scala antincendio per portarla via sulle note de La Traviata.

 

Il protagonista affetto da deficit mondiale, nel nostro mondo, quello vero, non diventa campione di ping pong, né tantomeno si trasforma in imprenditore di successo.

Non sposa la donna dei suoi sogni.

Se ha la fortuna di vivere in un contesto sociale illuminato, forse verrà aiutato.

 

Al contrario, se è nato sotto una stella infausta e si ritrova nel luogo/momento sbagliato… beh...

 

Può finire male, molto male (per informazioni chiedere a Bubby e a Rolf De Heer).

 

 

[Lama tagliente, 1996: scritto, diretto e interpretato da Billy Bob Thornton nei panni di un Forrest Gump senza magia e retoriche zuccherose]

 

 

La vita è una stronza irrispettosa e manesca.

 

Ti prende a calci in culo da mane a sera, ti sputa in testa facendoti credere che sia una spruzzatina di pioggia.

 

Ciò non significa che noi appassionati di pellicole “forti” non siamo in grado di goderci narrazioni più ottimiste, solari e votate a una visione del mondo positiva.

Il lieto fine non è necessariamente una parolaccia, non lo ripudiamo, ci mancherebbe.

 

È anche accettabile (ma senza esagerare, eh!), se raggiunto dopo un percorso che sia davvero difficoltoso e irto di ostacoli credibili.

 

Redenzione e trionfo sono premi rari nel mondo reale… proprio per questo motivo - se nell’affrontare la visione di un film utilizziamo sempre e comunque il filtro della razionalità - saremo più inclini ad accogliere con favore l’idea che un personaggio raggiunga tali traguardi solo dopo aver spalato quintali di guano.

 

Ammesso che riesca ad afferrarli. 

Se non condividete questa visione pessimista, di certo noi cinici-cinefili non vi biasimeremo.

 

Tutto il contrario: godrete dell’invidia di tutti noi, amanti di Harmony Korine e Shin'ya Tsukamoto, che continuiamo a ricercare il colpo d’occhio sopraffino nel disgustoso e la poesia nel degrado di una realtà farabutta, malata e violenta. 

 

 

[Armonia e caos, disgusto e bellezza: Gummo, di Harmony Korine]

 

 

Nel frattempo, fratelli del disagio, appassionati di assassini schizofrenici e case lerce simili a prigioni, vi lascio alla mia terza selezione di insoliti film disturbanti, nella speranza che vi turbino, meraviglino e sorprendano in maniera intelligente e impattante.

 

L'offerta, come sempre, è piuttosto varia: andiamo dall'horror al fantastico, passando per il crime e addirittura il documentario.
Avete di che sbizzarrirvi.

 

Che il disturbo sia con voi, lunga vita e gloria alla nuova carne, morte a Videodrome.



Posizione 8

Marebito

Takashi Shimizu, 2004

 

Quello diretto da Takashi Shimizu nel 2004 - dopo il grande successo di Ju-on e del suo remake americano The Grudge - resta una delle sue opere più controverse e discusse, sia a livello di critica che di apprezzamento del pubblico.

 

Il film - girato in soli otto giorni di riprese - racconta le vicende di Masuoka (Shin’ya Tsukamoto), fotografo freelance il quale, durante una giornata di lavoro, si ritrova ad assistere al suicidio di un uomo nelle gallerie sotterranee della metropolitana.

Il suicida, dopo aver manifestato un terrore incontrollabile, si uccide pugnalandosi una cavità oculare.

 

Masuoka resta affascinato, anzi “magneticamente attratto”, dall’orrore negli occhi dell’uomo che ha ripreso nell’estremo gesto e decide di comprenderne la natura, impossessandosene e cercando una sorta di trasfigurazione nella paura.

Inizierà quindi un viaggio, insieme alla sua fedele telecamera, nelle misteriose profondità di Tokyo e negli abissi della follia che i suoi abitanti possono generare nell’animo dell’essere umano.

 

Shimizu non si risparmia nel citare i suoi modelli di riferimento letterari e cinematografici: in Marebito c’è la narrativa di H.P. Lovecraft, i postriboli videodromici da snuff movie di David Cronenberg, l’occhio ballerino della handycam che ricorda l’estetica di Shin'ya Tsukamoto (qui nelle vesti di attore protagonista) e le verticalità metropolitane del suo Tokyo Fist.

 

Marebito, in molte delle sue componenti, risulta essere un film datato, invecchiato non nel migliore dei modi, ma che conserva un’ottima interpretazione del suo attore protagonista, alcune idee visive di livello e atmosfere orrorifiche atipiche, tanto da far diventare questo film un instant classic per gli appassionati del J-horror dell'epoca.

 

Le dinamiche che si instaurano fra Masuoka e i personaggi comprimari (uno in particolare, ma non vi dico di più), oltre ai toni della sua lenta e lugubre discesa nel terrore sono elementi disturbanti, capaci di generare tensione e sensazioni scomode nell’animo dello spettatore.

 

Resta solo da capire come Shimizu, partendo da Ju-on e Marebito, si sia ridotto a dirigere roba come Volo 7500

Le strade del Cinema sono misteriose.

 

 

Posizione 7

L’atto di uccidere

Joshua Oppenheimer, Christine Cynn e Regista Anonimo, 2012

 

Nella parte introduttiva dell’articolo si accennava di come, spesso, le storie più grottesche e disturbanti siano quelle che vantano un solido legame con la realtà del nostro mondo.

E, rispetto questo pensiero, The act of killing è una sorta di manifesto.

 

Giacarta, 1965/66.

Nell’arco di due anni, il governo indonesiano dà il via a una gigantesca purga anticomunista che porta alla morte circa due milioni di persone fra cinesi e oppositori politici.

A eseguire materialmente la mattanza c’è la Pancasilia Youth, un gruppo paramilitare formato dai preman: sbandati, mitomani ed ex criminali (in certi casi addirittura la combinazione delle tre tipologie) con licenza d’uccidere.

 

Nel corso del film, i registi intervistano due dei massimi esponenti della Pancasilia dell’epoca: Anwar Congo e Adi Zulkadry.

La coppia viene lasciata libera non solo di raccontare la realtà terribile e violenta della purga, ma addirittura di interpretare alcuni degli omicidi compiuti all’epoca.

 

“L’atto di uccidere” mostrato dai due davanti alla macchina da presa è assolutamente un gesto naturale, da esibire con fierezza fra una battuta e una risata, mostrando allo spettatore il proprio talento di torturatori e assassini.

 

A fine proiezione il cuore non può che essere gonfio di sensazioni contrastanti… rabbia, pietà, tristezza, turbamento, disagio.

Un film assolutamente da non perdere.

 

Qui una presentazione più “generosa”, scritta dall’amico e collega Yorgos Papanicolaou.

 

 

Posizione 6

IZO

Takashi Miike, 2004  

 

“Il film più allucinato di Takashi Miike”

 

Per chi abbia anche solo una modesta conoscenza della sterminata opera cinematografica del regista giapponese, un’affermazione del genere potrebbe risultare piuttosto azzardata.

Specialmente se si pensa a lavori come Audition, Gozu, Visitor Q, Big Bang Love, Juvanile A, The happiness of the Katakuris (e tanti altri), immaginare un titolo da posizionare in cima alla piramide del disagio eretta da Miike sembra follia.

 

Quindi, sì, rispondo alla follia con altra follia e ribadisco: IZO è molto probabilmente la produzione più assurda di Takashi Miike.  

 

“Dopo il Cinema c’è IZO”

Enrico Ghezzi  

 

La storia del film trae spunto da una figura realmente esistita, quella di Izō Okada, samurai del tardo Periodo Edo (1838-1865) caduto in disgrazia, torturato e condannato a morte per crocifissione.

 

Nell’attimo della trasmigrazione dell’anima del guerriero fra la vita e la morte, Izo cade vittima di una maledizione che lo condannerà a vagare nello spazio e nel tempo dilaniando con la katana chiunque gli si pari davanti: yakuza, donne, bambini, anziani.

 

Nel percorso del samurai avverrà la sua progressiva trasformazione in demone - preda di una rabbia cieca e assetato di sangue - il cui obiettivo ultimo sarà quello di uccidere l’imperatore del Giappone.

 

Raccontato senza soluzione di continuità spazio-temporale, il percorso di Izo si manifesta in maniera anticonformista rispetto alle strutture narrative classiche di sceneggiatura, presentandoci – attraverso la figura del samurai dannato – la visione di Miike rispetto alla natura intrinsecamente violenta dell’essere umano.

 

Miike, nel suo film più anarchico, parla di vendetta, rabbia e rancore indirizzati verso tutti e nessuno: la spada di Izo trancia di netto ogni sorta di ipocrisia, sia essa politica, sociale o sessuale.

Nel farlo il regista rimanda a Stanley Kubrick, porta davanti alla macchina da presa il mostro sacro Takeshi Kitano e si fa accompagnare dalla musica prepotente e bellissima di Kazuki Tomokawa.

 

Come spesso accade in molte delle produzioni Miikiane, al pari di quelle del “collega” statunitense David Lynch (figura spesso accostata al regista nativo di Yao), cercare di interpretare compulsivamente il montato che ci scorre davanti agli occhi può risultare dannoso oltre che difficile.

Per il semplice fatto che sono sì pellicole meritevoli di analisi e destrutturazioni ma che, alla fine dei conti, è forse meglio interiorizzare piuttosto che razionalizzare ad ogni costo.

 

Presentato nella sezione “Orizzonti” alla Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia del 2004, IZO lasciò il pubblico in sala sbigottito e in silenzio.

Solo Quentin Tarantino, grande fan di Miike, tributò al film una standing ovation con tanto di caloroso applauso.

 

Il mio consiglio per voi è quello di tentare un approccio a quest’opera destabilizzante al limite del disturbo. Che lo portiate a termine o meno ne sarà valsa la pena.

Sicuramente avrete visto qualcosa di "insolito".

 

“Personalmente amo molto IZO, perché ha rappresentato una grande valvola di sfogo. Per qualche anno farò film “normali”, poi, forse, ci sarà un altro IZO”

Takashi Miike

 

 

Posizione 5

Allucinazione perversa

Adrian Lyne, 1990

 

Se Il Cacciatore, Taxi Driver e Apocalypse Now avevano raccontato gli orrori della Guerra del Vietnam e le ripercussioni insanabili subite dai soldati americani con modalità differenti fra loro, ma comunque caratteristiche della “New Hollywood”, il successivo Jacob’s Ladder (questo il titolo originale del film) affronta - in parte - lo stesso tema, ma con toni e atmosfere decisamente più cupe e angoscianti.

 

Jacob Singer (Tim Robbins) è un reduce della Guerra del Vietnam che lavora alle poste di New York, nonostante abbia una laurea in filosofia e le capacità per ambire a qualcosa di più.

Dopo essere stato testimone oculare degli orrori del conflitto bellico e aver patito una grande tragedia familiare - che lo ha portato alla separazione dalla moglie - si è dichiarato sconfitto, decidendo di regredire fino allo status di “essere non pensante”.

 

I flashback continui sugli orrori patiti in Vietnam incominceranno a mescolarsi nella mente di Jacob con visioni di esseri mostruosi, demoniaci, che lo tormentano senza dargli tregua.

Da questa condizione angosciante avranno luogo una serie di misteriosi avvenimenti che lo porteranno a indagare su una possibile cospirazione ai suoi danni e dei suoi ex commilitoni.

 

Dominato da una fotografia oscura, sporca e contenente il primo effetto speciale che velocizza - in maniera particolarmente inquietante - i movimenti della testa degli attori (tecnica in seguito ripresa più volte anche in Matrix, The Ring, La morte ti fa bella: la troverete incredibilmente familiare), Allucinazione Perversa si è imposto nel corso degli anni successivi alla sua uscita come cult del cinema underground.

 

La prospettiva utilizzata rispetto la condizione dell’essere umano e il suo rapporto con la violenza e l’orrore della guerra, in tutti i suoi aspetti allegorici, lo rende tutt’ora un film interessante e, sotto molti punti di vista, innovativo.

L’idea di utilizzare il filtro del genere horror per raccontare i temi sopracitati, che in precedenza erano stati contestualizzati quasi sempre nel drammatico, è assolutamente brillante e convincente.

 

Allucinazione perversa vanta una buona regia di Lyne, un Tim Robbins in quella che - secondo il parere di chi scrive - è la migliore interpretazione della sua carriera (sì, anche meglio de Le ali della lib… scusate… Howard e il destino del mondo) e atmosfere a dir poco disturbanti.

 

Esiste un omonimo remake del 2019 demolito dalla critica e affossato dal box office che parrebbe non vedremo mai nelle nostre sale.

Ma non diciamolo troppo forte: qualcuno potrebbe farci il dispetto.

 

 

Posizione 4

Two Sisters

Kim Ji-woon, 2003

 

Se c’è un genere che può risvegliare il disagio nel cuore dello spettatore, quello è sicuramente l’horror.

 

Dopo essere state dimesse da un centro per malattie mentali, le sorelle Soo-mi e Soo-yeon ritornano a casa, dove ad attenderle c’è il padre Moo-hyeon con la giovane e bella Eun-joo, sua nuova compagna.

Inizialmente, la donna si dimostra ben intenzionata rispetto le figlie dell’uomo ma, nel giro di poco tempo, l’aria della casa si fa pesante e carica di tensione.

 

Sotto la maschera da ghost story, la produzione sudcoreana di Two Sisters racconta un dramma familiare armato di dinamiche thriller e vestito con atmosfere horror.

Il film di Kim Ji-woon riesce nell'intento di parlare di famiglia, lutto e malattia in maniera diversa, supportato da un’ottima regia e una sceneggiatura intelligente, capaci di tenere lo spettatore incollato alla sedia e destabilizzarlo con repentini cambi di direzione.

 

I punti di forza del film - oltre alla bravura dei suoi interpreti e un buon montaggio - sono le scenografie, il sound design e l’utilizzo delle luci (ma soprattutto delle ombre), che possono garantire uno stato di tensione semi-costante.

 

 

Posizione 3

Border - Creature di confine

Ali Abbasi, 2018

 

Tina (Eva Melander) è un’impiegata addetta ai controlli di sicurezza della dogana.

Il suo aspetto è tutt’altro che gradevole, e l’occhio indagatore dello spettatore, già dalle prime inquadrature, si rende conto che la protagonista ha un che di non umano.

 

Proprio come è inumano il suo olfatto, in grado di carpire non solo le sostanze o i materiali illeciti che non dovrebbero entrare nel paese, ma anche i sentimenti e le emozioni dei passeggeri che stanno per varcare i confini svedesi.

Tina, al di fuori del lavoro in dogana, conduce una vita abbastanza monotona e - per certi versi - inusuale: il suo compagno è un fannullone alcolizzato che alleva e addestra cani di grossa taglia e il padre mostra i primi segni di demenza senile.

 

La situazione cambia quando la donna incontra Vore (Eero Milonoff), un uomo con dei tratti somatici animaleschi - molto simili a quelli della protagonista - e un atteggiamento piuttosto ambiguo.

Fra i due, connessi da un intenso legame feromonale, nascerà un rapporto  insolito, straniante e - per alcune dinamiche - deeeeeecisamente disturbante (per chi l'avesse visto: you know what I mean).

Il film di Abbasi - che si incastra fra crime, dramma e fantasy - riprende una delle figure tradizionali del folklore scandinavo riadattandola in funzione delle tematiche esposte nella sua sceneggiatura.

Gli argomenti trattati (la natura abietta dell’essere umano, la figura del “diverso” come individuo da isolare, l’ambientalismo ecc.), infatti, per quanto noti e già visti sul grande schermo, vengono esaltati con freschezza dal sistema rappresentativo/narrativo del regista di origini iraniane.

 

Se nel primo atto la sceneggiatura fatica ad acquisire mordente, nella parte centrale e quella conclusiva si divora il film: la messa in scena, le idee di regia, le interpretazioni dei due splendidi protagonisti (resi irriconoscibili da un trucco prostetico sbalorditivo) oltre a un’ottima fotografia, rendono Border un film per certi versi unico nel panorama cinematografico degli ultimi anni.

 

I due “mostri” (in questo caso penso al termine dalla sua più stretta derivazione latina, da ‘monstrum’: «prodigio, portento») che dialogano fra loro utilizzando i rispettivi apparati olfattivi, versi gutturali e strane dinamiche sessuali, riescono nell’impresa di immergere lo spettatore in situazioni assurde, cariche di tensione e dotate della giusta dose di straniamento.

 

Il film si è aggiudicato il premio Un Certain Regard al Festival del Cinema di Cannes 2018 e una nomination agli Oscar 2019 per il trucco.

 

 

Posizione 2

Il figlio di Saul

László Nemes, 2015  

 

Il figlio di Saul è una lenta catabasi, un viaggio all'inferno che - già dalla manciata di minuti antecedenti alla comparsa del titolo del film - ci fa sospirare un sommesso “non so se ce la farò”.

 

La storia è quella di Saul Auslander (Géza Röhrig), ebreo prigioniero di un Lager nazista e membro del Sonderkommando (la forza di polizia carceraria – composta per lo più da ebrei – costretta a vessare i propri fratelli e sorelle).


Saul è un inserviente che chiude le porte delle camere a gas e le spinge, opponendo resistenza a chi cerca disperatamente di uscire urlando con quanto fiato ha in corpo; Saul raccoglie i corpi, li ammucchia come bambole di pezza, strofina via il sangue, rastrella gli oggetti di valore dai vestiti abbandonati per il tempo di una doccia eterna.

Dopo aver assistito all’ennesimo omicidio di un bambino, impensabilmente sopravvissuto all’inalazione dello Zyklon B e poi “soppresso” dai medici nazisti, Saul deciderà di salvare il corpo del bimbo, impedendo che venga bruciato nei forni o abbandonato in una fossa comune, per fargli avere invece il rito che potrà dargli la pace.

Nemes, per l’intera durata del film ci fa stare attaccati alla giacchetta di Saul, aggrappandosi con la macchina da presa al suo protagonista e trascinandoci di conseguenza nell’orrore di un contesto così immondo da sembrare irreale, troppo mostruoso per essere mai esistito.


E invece ci entriamo, nei campi, per la prima volta in maniera efferatamente realistica, quasi documentaristica (in una "poco frequentata" aspect ratio 1,37:1), con tutto il dolore che ne consegue.

Arrivati a metà film il cervello realizza - con enorme disagio - che ci siamo ormai abituati alle botte, alle grida, al sangue, alle lacrime.

Che sono costanti, tragiche protagoniste insieme all’orrore in una messa in scena certosina e brutale, violenta e devastante.

Al termine dalla visione di questo splendido, orribile film di László Nemes (vincitore di Grand Prix della Giuria a Cannes 2015, Oscar, Golden Globe e David di Donatello al miglior film straniero nel 2016) mi sono sentito violentato.

Ed è giusto così.

 

Il figlio di Saul è un film potente e orribile, la cui visione, almeno una volta nella vita, è strettamente necessaria per imprimersi a fuoco nella mente di cosa sia capace la belva umana.

Nel bene e nel male.

 

 

Posizione 1

Il mostro di St. Pauli

Fatih Akin, 2019  

 

Presentato in concorso alla Berlinale del 2019 (ce ne aveva parlato un entusiasta Simone Colistra durante la quarta puntata del Podcast di CineFacts), Der Goldene Handschuh è sicuramente uno dei film più angoscianti, scorbutici e disturbanti che abbia visto negli ultimi anni.

 

La narrazione, basata sull’omonimo romanzo di Heinz Strunk, racconta le nefandezze compiute dal serial killer psicopatico e alcoolista Fritz Honka che, ad Amburgo, tra il 1970 e il 1975, violentò e uccise quattro donne per poi farle a tocchi e conservarle in uno sgabuzzino dietro la sua cucina.

 

In una Germania postbellica divisa e disfatta, Akin ci guida in un’ambientazione curatissima: un sottobosco oscuro popolato da figure miserabili e tristi, fradice d’alcool, che affollano le strade e i locali di Amburgo.

La macchina da presa del regista di origini turche, supportata dalla strepitosa fotografia del DoP Rainer Klausmann, incoccia contro un contesto disgustoso e straniante, popolato da ubriaconi con acri ascelle pezzate, sguaiate donnacce dal trucco sbavato, battaglioni di bottiglie vuote e bicchieri riempiti a ciclo continuo.

 

Le scenografie e il make-up - oltre all'eccellente Jonas Dassler che dona vita al mostro Honka - sono i protagonisti indiscussi del film insieme alla regia di Akin che, dopo lavori come La sposa turca, Il padre e Oltre la notte, conferma di essere un autore dotato di classe e talento fuori dal comune.

 

La pregevolezza della sua idea di messa in scena, in questo caso, sta nel somministrare il disagio senza sbattercelo completamente davanti agli occhi: nelle scene più violente e turpi non vediamo quasi mai ciò che avviene in campo.

L’azione si svolge fuori fuoco, in un’altra stanza, o con una parete che impedisca la visione dell’orrore che si sta materializzando sullo schermo… quello che ci arriva è l’audio di una colluttazione o i movimenti meccanici del killer mentre smembra corpi.

 

I dettagli di volti sfatti, dei corpi flaccidi, sudati, sporchi e gli scuri della tana del mostro - colma di Arbre Magique utili a mascherare olezzi mortali - ci fanno percepire quasi fisicamente la puzza e il lordume dei contesti rappresentati.

 

Der Goldene Handschuh - qui da noi passato un po' in sordina - è un film orripilante e bellissimo.

Da non perdere per nulla al mondo.

 

O forse sì.

 

 



Chi lo ha scritto

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7 commenti

AlvySinger

7 mesi fa

Grande Border 👌

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Mattia Pellegrino

7 mesi fa

Mi manca l'atto di uccidere

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Andrea Ginanni

7 mesi fa

Con queste tre top 8 mi hai dato un sacco di titoli da recuperare!!
Visto che non è stato citato consiglio a tutti Moebius di Kim Ki-Duk, dramma familiare estremamente disturbante per come tratta la violenza e la sessualità dei protagonisti.

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Simone Colistra

7 mesi fa

Minchia Der Goldene Handschuh. Ricordo ancora il rientro alle 2 del mattino per le strade deserte di Berlino subito dopo averlo visto, traumi che ancora mi porto dentro ❤️

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Tati23

7 mesi fa

Io ho ancora i brividi per "Il figlio di Saul", devo  recuperare Border che ho in lista da un annetto.

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Claudio Bertelle

7 mesi fa

Ottimo lavoro come sempre, sei una fonte inesauribile di ispirazione ❤️
P.S. devo assolutamente recuperare IZO

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Adriano Meis

7 mesi fa

Claudio Bertelle
E io che pensavo di poter essere - al massimo - una fonte inesauribile di cazzate...
Grazie, Claudio, come sempre sei troppo gentile.
Buona fortuna per IZO

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