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The Golden Glove, di Fatih Akin [RECENSIONE] - Festival di Berlino 2019

È una freddissima e piovosa serata berlinese. 

 

Come ogni giorno, le varie sezioni del Festival offrono la possibilità di vedere titoli di ogni genere.

Ma, come già accaduto, la priorità va a un film in competizione che quel pomeriggio aveva registrato il tutto esaurito in due sale contemporaneamente, costringendo l’organizzazione a improvvisare una proiezione extra. 

Quale miglior auspicio?   

 

Il regista Fatih Akin non è certo nuovo a titoli importanti in palcoscenici di qualità: già Orso d’oro nel 2004 con Head-On, miglior sceneggiatura al Festival del Cinema di Cannes nel 2007 per The Edge of the Heaven e Golden Globe per il miglior film straniero nel 2017 per In the Fade.

 

Con The Golden Glove, la storia può ripetersi. 

 

 

[© Gordon Timpen / 2018 bombero int./Warner Bros. Ent.]

 

 

L’appoggio di uno studio del calibro della Warner Bros. è un’occasione che il pluripremiato regista amburghese non si è lasciato scappare, realizzando un thriller come se ne vedono veramente pochi in questi anni, capace di scandalizzare, inorridire, intrattenere e mantenere gli spettatori con gli occhi incollati allo schermo, sempre in bilico tra l’angoscia, una suspense di hitchcockiana memoria e quella morbosa attrazione che storie come quelle del serial killer Fritz Honka sono sempre state in grado di esercitare sulle nostre menti.   

 

 

Per dirla alla Cormac McCarty, le tragedie hanno sempre esercitato un grande fascino nel pubblico, specialmente quando accompagnate da una sana dose di follia. 

 

Con il grande esempio di Psycho ad illuminare la via, molti registi si sono cimentati del tentativo di dare forma alle menti criminali che hanno lasciato dietro di sé scie di sangue e corpi mutilati, ricordandoci ciò che può essere capace di compiere un essere umano e cosa può annidarsi nelle ombre più oscure della sua mente.    

 

La storia di Fritz Honka sembra ricalcare, tristemente, quella dei più famosi serial killer che le cronache e i giornali hanno dato in pasto ai lettori famelici di tragedie: una famiglia numerosa e poverissima della classe operaia tedesca, una vita infelice fatta di un alcolismo mai tenuto a bada, un matrimonio violento e turbolento, la solitudine combattuta chiudendosi in uno dei bar più malfamati del quartiere di luci rosse di Amburgo e un bersaglio prediletto: le prostitute.   

 

 

[© Gordon Timpen / 2018 bombero int./Warner Bros. Ent.]

 

 

Der Goldene Handschuh è il nome del piccolo universo in cui i relitti abbandonati dalla società si rinchiudono per dimenticare di esistere e svuotare più bicchieri possibile, nella penombra delle tende tenute saggiamente chiuse perché “la luce del sole fa passare la voglia di bere”. 

 

È proprio lì che Fritz sceglie le proprie vittime, donne sole, abbruttite, spesso anziane e sgradevoli d’aspetto, che farebbero di tutto per una bottiglia.

Gentilmente, il nostro uomo si offre per comprare loro un drink, per poi accompagnarle a casa con la promessa di una credenza colma di liquori. 

 

Lo squallore del suo piccolo appartamento, che sembra quasi investire la sala con un odore nauseabondo, rispecchia perfettamente aspetto e carattere del suo padrone.

Il suo volto deformato, i radi capelli untissimi, il fisico gracile e ricurvo e la voce incerta nascondono una folle brutalità che viene ogni volta riversata con fragore nei corpi delle povere vittime, squartate e goffamente nascoste dietro un antro segreto. 

 

La storia è molto fedele alle cronache, i personaggi somigliano spaventosamente ai loro corrispettivi della realtà e l’atmosfera degli squallidi quartieri dell’Amburgo degli anni ’70 è ricreata con estrema cura e grande attenzione ai particolari. 

 

Akin seleziona brani della musica leggera tedesca di stampo romantico, dalle voci angeliche e i toni spensierati, che creano un contrasto spaesante con la crudezza delle scene: un utilizzo delle musiche che ci ha ricordato l’effetto ottenuto da David Lynch con In dreams di Roy Orbison nel suo Blue Velvet

 

Il racconto delle vicende segue in principio il punto di vista di due giovanissimi liceali, per poi essere abbandonato e ripreso per il gran finale, con una scelta narrativa funzionale al coinvolgimento emotivo dello spettatore, che ben conosce gli orribili segreti celati dal killer e si ritrova in uno stato costante di impotenza disarmante.    

 

 

 

[© Boris Laewen / 2018 bombero int./Warner Bros. Ent.]

 

 

Ed è qui che The Golden Glove realizza il suo intento: riuscire ad intrattenere partendo da una storia disgustosa e orribile, impedendo allo spettatore di staccare, anche per solo un secondo, gli occhi dallo schermo. 

 

Non sono molti i film capaci di arrivare a tanto. 

 

Rientrare di notte, a piedi, con la visione di tanto orrore ben fresca in mente, non è stato facilissimo.

Decidiamo poco saggiamente di fermarci a un affollato baracchino che vende i tipici currywurst a un branco affamato di giovani di ritorno dalle celebri serate della capitale tedesca.

 

L’impressione di avere intorno i frequentanti del Goldene Handschuh è forte, ma fortunatamente siamo riusciti a tornare a casa sani e salvi, senza incontri sfortunati. 

Vedere il volto di Fritz Honka ovunque, lasciandoci un senso di inquietudine che neanche una buona Pils è riuscita ad attenuare ci ha fatto capire che, dopotutto, abbiamo visto davvero un gran film.             

 

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2 commenti

Benito Sgarlato

3 mesi fa

Interessantissimo, mi stuzzica non poco! Già solo vedere queste 4 foto mi ha un po' inquietato

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Simone Braca

3 mesi fa

Benito Sgarlato
speriamo lo distribuiscano anche qui in Italia, perché è probabilmente il miglior film che abbiamo visto in questa edizione del festival (insieme ad ondog)

personalmente in realtà è proprio il miglior film che abbia visto in sala nel 2019, per ora

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