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L'atto di uccidere - Il racconto di un genocida

Quando ho terminato la visione di L’Atto di Uccidere - The Act of Killing mi sono sentito completamente rintronato.

 

 

Dopo due ore e quaranta minuti di film ero davvero provato.

 

Sicuramente la febbre e il mal di testa non avranno aiutato, ma temo che la causa primaria non fosse da ricercare nelle mie condizioni di salute.

 

L’Atto di Uccidere è un documentario del 2012 girato in compartecipazione da Joshua Oppenheimer, Christine Cynn e da un regista indonesiano rimasto anonimo. 

Già questo piccolo dettaglio basterebbe ad incuriosire il cinefilo medio, ma andiamo per gradi, così oltre ad aumentare la vostra curiosità, vi farete la vostra idea sul perché di questo mancato accredito.

 

Io ho la mia, ma non insinuo.

 

 

[Joshua Oppenheimer, regista de L'Atto di Uccidere e The Look Of Silence]

 

 

Inoltre, tra i produttori esecutivi abbiamo due personaggi di poco conto.

 

Il primo è Errol Morris, Oscar al Miglior Documentario nel 2004 per The Fog of War.

Il secondo è un certo Werner Herzog.

 

Invece di introdurvelo (ce n’è davvero bisogno?), vi racconto della scommessa del regista bavarese col giovane Morris, all’epoca studente.

Scommise che se Morris fosse mai riuscito a realizzare un film, si sarebbe mangiato una delle sue scarpe.

 

Se la mangiò.

 

[Diretto dall’amico Les Blank, al minuto 11 potete effettivamente vedere Herzog mangiare la sua scarpa]

 

 

Ma torniamo a L’Atto di Uccidere e ai motivi per cui chiunque dovrebbe vederlo.

 

Il protagonista del film è Anwar Congo.

Se non vi dice niente, non preoccupatevi: non siete i soli.

 

Anwar Congo, deceduto di recente, è stato un membro di spicco di un’organizzazione paramilitare indonesiana, la Pancasila Youth, diventata il vero e proprio braccio armato del governo di Giacarta durante la purga anticomunista avvenuta tra il ’65 e il ’66, costata la vita a circa due milioni di persone, tra oppositori politici e cinesi.

 

Un argomento storico tanto importante quanto poco conosciuto sarebbe già un motivo valido per sedersi davanti alla TV e premere 'play'.

Ad oggi se si pensa agli anni ’60 e al sud-est asiatico la Guerra del Vietnam fagocita tutto il resto non rendendo onore ad altre situazioni altrettanto tragiche e meritevoli di racconto.

 

Fino a qui appare tutto nella norma, per quanto terribile.

Ma fin dalla prima scena la vicenda prende una piega grottesca, surreale.

 

La pellicola si apre con ballerine sorridenti, appena uscite da un enorme pesce, dirette da una voce fuori campo durante l’esecuzione di una coreografia.

 

 

[La surreale sequenza iniziale di L'Atto di Uccidere]

 

Oppenheimer e compagnia, infatti, non sono i classici documentaristi alla ricerca di parenti delle vittime, carnefici e politici da intervistare.

 

Non sono reporter d’assalto alla ricerca di tracce da seguire e vecchie immagini di repertorio da recuperare clandestinamente.

Joshua, Christine e gli altri sono lì per filmare la produzione del film di Anwar Congo a commemorazione della purga.

 

Anwar Congo all’inizio ci appare come un arzillo vecchietto che, tra un passo di ballo e un sorrisone, ricorda i bei tempi andati insieme al compare Herman.

Di quando lui e gli altri preman (dall’inglese “free man”, col significato di gangster) gestivano il racket dei biglietti per il cinema. Ma i bei tempi si rivelano ben presto molto meno raggianti della sua espressione nel raccontarli.

 

Da lì inizia una vera propria discesa agli inferi in cui, a differenza delle visioni medievali, è l’accompagnatore a subire un processo di trasformazione.

 

 

[Anwar Congo alla regia del suo film]

 

 

Durante le due ore a quaranta minuti di L’Atto di Uccidere osserviamo Anwar Congo realizzare il suo film propagandistico e nel mentre conosciamo la storia, rivelata con dovizia di particolari dallo stesso Congo, e il giro di personalità, dalla politica alla stampa, gravitante attorno ad Anwar e alla Pancasila Youth.

 

Congo ci mostra le modalità di esecuzione dei prigionieri come se stesse raccontando una vecchia storia ai suoi nipotini.

La messa in scena degli atti è davvero agghiacciante se si osserva la pace dei sensi con cui il protagonista spiega passaggio per passaggio gli omicidi, talvolta ispirati a quelli dei gangster nei film hollywoodiani, e i processi mentali che lo hanno portato ad affinare le sue tecniche.

 

[Una delle tante ricostruzioni degli omicidi mostrateci durante il film]

 

 

Oppenheimer riesce perfettamente a immergerci, lentamente, come una tortura, dentro una società corrotta fino al midollo, a partire dagli abitanti delle baraccopoli totalmente a loro agio nel pretendere regalie in cambio di voti.

 

Tutto viene mostrato con naturalezza, come se quello fosse il mondo ideale.

Quasi senza la coscienza che dall’altra parte del globo esistano grandi oasi dove non si seguono le loro stesse regole.

 

L’esistenza di organizzazioni paramilitari potentissime e perfettamente integrate nel tessuto sociale (la Pancasila Youth conta tre milioni di iscritti), il direttore del giornale apertamente colluso col potere, la corruzione come unica modalità per far “funzionare” il paese, tutto questo per loro non è neanche da discutere.

 

 

[Congo e Zulkadry con un altro membro della Pancasila Youth]

 

 

Come vi dicevo, l’occasione di dirigere il suo film rappresenta per Anwar una possibilità di rivivere il passato.

 

Insieme al fido Herman e all’ex braccio destro Adi Zulkadry, con il quale avrà da confrontarsi, si catapulta nuovamente nel ’65 per prendere parte alle violenze del suo gruppo paramilitare.

Ovviamente il tutto rimane al di qua della linea che separa finzione e realtà ma senza lasciarsi scappare qualche microscopica e inquietante invasione.

 

L’Atto di Uccidere è sicuramente un film anti-regime, anti-violenza, un film grottesco che passa da scene barbare a scene imbarazzanti, dalla tragedia a una punta di involontaria comicità.

Un film sulla situazione politico/sociale surreale in Indonesia. Un film su un enorme crimine di guerra ancora impunito.

 

Il tutto raccontato in maniera solo  apparentemente asettica dai registi, un po’ come il vecchio Maestro Werner.

 

Ma il vero messaggio del film, a mio modesto parere, è da ricercarsi nel finale di cui vi parlerò nella prossima sezione.

Se non lo avete ancora visto abbandonate l’articolo e tornate a visione ultimata.

 

SPOILER da qui.

 

 

[Herman in costume decapita Anwar Congo]

 

Se Anwar è il protagonista della storia e Herman la sua spalla, Adi Zulkadry è, a mio parere, il vero villain de L’Atto di Uccidere. 

 

Zulkadry è stato compagno di Anwar durante la purga perciò non si può certo affermare che uno dei due sia meno colpevole dell’altro.

Da un punto di vista della Storia (con la S maiuscola) vanno a braccetto.

 

Nel film però spesso ho notato una contrapposizione tra i due.

Contrapposizione sicuramente non sentita dalla coppia di amici ma, sono pronto a scommetterci, più che evidente ai registi.

 

 

[Congo e Zulkadry al trucco e parrucco]

 

 

I discorsi tra Anwar e Adi difficilmente esulano dal ricordo degli avvenimenti.

 

Se Anwar prova a scavare all’interno della propria anima, condividendo con l’amico gli incubi che lo svegliano durante la notte, Adi cerca sempre di indurlo a rimuovere ogni ricordo e ogni senso di colpa.

 

A differenza di Congo, Zulkadry è cauto nel raccontare il passato ed è apparentemente incapace di provare pentimento e per questo pronto a scagliarsi contro l’ipocrisia di un occidente (in particolare degli USA) troppo spesso connivente o addirittura mandante di tali atrocità.

 

Nella sua visione loro hanno vinto e la storia la scrivono i vincitori.

 

Più ci si avvicina alla fine più la forbice che li divide si amplia, fino a raggiungere la massima distanza nel finale catartico realizzato da Oppenheimer.

 

L’ultima parte inizia con immagini di Zulkadry al centro commerciale con la famiglia.

La sua voce fuori campo ci racconta, senza l’ombra di un rimpianto, le terribili atrocità compiute. La giustificazione trovata da Adi risiede nella “licenza di uccidere” ottenuta dal governo.

 

Come dice lui “La prova è che abbiamo ucciso gente e non siamo stati puniti”.

 

 

[Anwar recita il ruolo della vittima nel suo film]

 

 

Quindi vediamo Anwar durante la messa in scena delle sevizie da inserire nel suo film.

 

Recita per la prima volta il ruolo della vittima in un interrogatorio. La realizzazione è talmente realistica da lasciare lo stesso Anwar sbigottito.

Al termine di una di queste scene vediamo Congo decisamente provato e bisognoso di riposo e di acqua.

 

Dopo qualche tempo decide di riguardare la scena in TV con i nipoti (scelta di dubbio gusto, ma ormai conoscendo il personaggio non mi stupisco più).

 

Questo è il momento in cui avviene finalmente la metamorfosi. Anwar comincia a prendere coscienza delle sue azioni.

La natura animale di Congo viene crepata dal suo spirito umano e quando finalmente compie il passaggio a un livello di coscienza superiore, crolla.

 

Anwar condivide le sue emozioni con Joshua. La sua mortificazione e il suo terrore durante le riprese.

 

Anwar afferma di aver compreso cosa provassero le sue vittime.

Joshua però gli ricorda che lui sapeva fosse finzione mentre le vittime sapevano di morire e questo rende la condizione delle sue vittime molto peggiore.

 

In quel momento il volto di Anwar non necessita spiegazioni.

 

 

 

 

Nella scena seguente, separata dal volto inespressivo di Zulkadry e da uno spezzone nonsense di Herman alla batteria, Anwar tenta nuovamente di raccontare i metodi di esecuzione, proprio nel luogo in cui ha ucciso tanti innocenti.

 

Tenta ma non ci riesce, interrotto dai conati di vomito.

 

In quel momento ho provato pena per la sofferenza di un omicida di massa.

 

Per la prima volta nella sua vita, mentre Zulkadry continuava a scaricare ad altri la responsabilità morale delle sue azioni, Anwar era tornato ad essere un essere umano, a farsi carico di tutto il dolore causato quasi cinquant’anni prima.

 

In questo finale, per quel che mi riguarda, sta il reale significato del film.

 

La presa di coscienza da parte di un assassino ci mostra che non è mai troppo tardi per nutrire ed elevare il nostro spirito e, di riflesso, quanto per noi esseri umani possa essere facile trovare una scusa per trasformarci in bestie.  

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2 commenti

Maurizio Suraci

6 mesi fa

Da vedere anche il “seguito”: “The look of silence”, dove Joshua Oppenhaimer accompagna il figlio di una delle vittime alla resa dei conti con i carnefici. Tremendo.

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Maurizio Suraci
Grazie della dritta! Guarderò sicuramente

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