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Addio mia concubina e l'inno al potere salvifico dell'Arte

Un inno all'arte e alla vita, da riscoprire al momento giusto

Se c'è una cosa che abbiamo imparato nel corso dell'ultimo anno è che l'Arte può salvare delle vite.

 

Non ci è, fortunatamente, dato sapere cosa sarebbe stato delle nostre vite senza la possibilità leggere dei libri, di godere liberamente del Cinema e della Musica, senza le tante iniziative che ci hanno permesso di entrare gratuitamente e online nei musei, senza la possibilità di fruire, anche se solo in streaming, degli spettacoli teatrali portati in scena da compagnie di tutto il mondo.

 

Ciò che possiamo sapere è che l'Arte ha sulla nostra vita un peso determinante e non è vero che è possibile rinunciarvi.

 

 

 

 

Se abbiamo accolto con grande gioia la notizia della riapertura dei cinema e dei teatri, è perché siamo ben consci del legame inscindibile tra l'arte e le nostre vite, perché amiamo che siano queste stesse arti a riflettere sulle sfumature dell'esistenza.

 

Nel corso delle vostre più o meno lunghe vite da cinefili vi sarà capitato più volte di imbattervi in opere che riflettono sul legame tra le arti da prospettive differenti.

 

Se scegliamo di soffermarci su uno dei legami tra le arti più indagate, ovverosia quello tra Cinema e Teatro, ci renderemo conto dell'enorme quantità di prospettive che si possono selezionare per raccontare una relazione complessa ed eterna.

 

 

[Tra i tanti meriti di Birdman c'è quello di aggiornare la dialettica Cinema-Teatro alla luce del nuovo fenomeno dei cinecomic. Ma non è questa la sede per parlarne]

 

 

Dalle opere più recenti, passando per le pluripremiate, dai classici indimenticabili europei e americani passando per i film più controversi e scabrosi, il Cinema ha spesso scelto il teatro come suo specchio deformante, in grado di stigmatizzare o sublimare le caratteristiche degli artisti che animano i palchi di tutto il mondo con le loro vive passioni e i loro vizi atavici.

 

C'è stata, però, una sola occasione nella mia vita da cinefilo in cui ho percepito, da parte di un film, la volontà di stringere un patto solido e indissolubile con il Teatro al fine di intonare un inno alla vita che trascendesse qualsiasi confronto tra le due forme d'arte e qualsiasi riflessione sulla vita degli artisti.

Un'occasione in cui il Cinema e il Teatro sono andati oltre, unendo le forze per intonare un'ode alla forza salvifica dell'Arte.

 

Per questo oggi voglio parlarvi di Addio mia concubina: perché non smetteremo mai di avere bisogno di farci salvare dall'Arte.

 

[Trailer internazionale di Addio mia concubina]

 

 

Per portare a termine questa complessa operazione di fusione tra arti provenienti da mondi diversi c'è stato, però, bisogno di un'altra Arte ancora: la letteratura.

 

La sceneggiatura dell'opera è infatti tratta da un romanzo omonimo, pubblicato da Lilian Lee in Cina nel 1985.

 

Il suo Addio mia concubina narra la storia di Douzi, il figlio di una prostituta.

La vita di questo bambino sarebbe, per tragico destino dalla nascita, destinata alle privazioni e il suo futuro è incerto.

Per questo sua madre sceglie di affidarlo alla scuola di recitazione dell’Opera di Pechino, sotto la guida del Maestro Guan. 

 

Sotto il rigore quasi marziale della formazione teatrale in grado di plasmarlo come uomo, nasce il suo indissolubile legame di amicizia con Shitou, il ragazzo che più di tutti lo affiancherà nella sua crescita e sul palcoscenico, diventando suo compagno nell’eterna rappresentazione di Addio mia concubina, lo spettacolo che li renderà delle celebrità.

 

Dieyi, ormai divenuto un cantante Dan e pronto a portare in scena ruoli femminili, interpreta la servile e devota concubina, mentre Xiaolou è il grande re che ne indirizza le azioni e le scelte.

 

 

[Addio mia concubina, Addio mia concubina, una scena]
 

Douzi e Shitou diventano noti con i nomi di Cheng Dieyi e Duan Xiaolou, due autentiche icone del teatro tradizionale cinese.

 

Finché nelle loro vite non compare Juxian, una bellissima prostituta di cui Shitou si innamora, compromettendo gli equilibri con il suo compagno di vita.

Sullo sfondo della storia c'è la Storia della Cina stessa, le sue evoluzioni più dolorose, la Grande Rivoluzione Culturale Cinese.

Già all'interno del romanzo, il teatro e il rapporto con questa magnifica arte diventano, dunque, vere e proprie metafore che inquadrano approcci differenti alla vita stessa. 

 

Chen Kaige, regista dell'opera, nel 1988 lesse per la prima volta il romanzo e rimase stregato dal mix unico di sentimenti e Storia intrecciato dall'autrice.

 

Per questo decise di portare in scena quello che, di lì a poco, sarebbe divenuto un autentico caso critico in tutto il mondo, riuscendo vincere la Palma d'oro al Festival del Cinema di Cannes 1993, ex aequo con Lezioni di Piano di Jane Campion.

 

 

[Addio mia concubina, Addio mia concubina, una scena]

 

Malgrado non fosse convinto di alcuni aspetti del romanzo, come il finale, l'inquadramento della relazione tra i protagonisti e la centralità di Juxian - dettagli che infatti verranno cambiati - scelse la stessa Lilian LeeLu Wei, per l'adattamento cinematografico dell'opera.

 

Per riuscire nell'impresa di trasporre il romanzo sul grande schermo, però, era necessario trovare il cast giusto per interpretare i tre personaggi principali: Shitou, Douzi e Juxian.

Anche questo passo è stato compiuto con grande grazia dall'autore cinese: per interpretare Shiutou era nessario trovare un uomo in grado di restituire l'idea di serietà del personaggio e per questo fu scelto il già esperto Zhang Fengyi, mentre per gli altri due ruoli siamo dinnanzi a due delle scelte di casting più azzeccate di cui io abbia memoria.

 

Per dar vita a Juxian venne scelta la madrina del "periodo d’oro” della Settima Arte cinese, quel momento della Storia del Cinema in cui i grandi Maestri provenienti dalla Cina, guidati da Zhang Yimou, tornavano ad affacciarsi sul panorama occidentale vincendo premi, facendo innamorare critici e appassionati di tutto il mondo e aprendo una finestra su una terra che, da quel momento in poi, non ha mai smesso di donarci capolavori senza tempo. 

 

Gong Li era un volto noto in tutto il mondo essendo già stata protagonista di Sorgo rosso, Orso d'oro a Berlino nel 1988, di Ju Dou, candidato all'Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera nel 1990, di Lanterne rosse, Miglior Regia a Venezia nel 1990 e candidato agli Oscar nel 1991 e di La storia di Qiu Ju, film vincitore del Leone d'oro a Venezia 1992 e della Coppa Volpi per la stessa attrice. 

 

 

[Addio mia concubina, Addio mia concubina, una scena]

 

La fama di Gong Li era così grande che si decise di ampliare e potenziare il personaggio di Juxian, cambiandone il peso specifico all'interno della storia. 

 

Per il ruolo dell'etereo, sensibile e fedele Douzi venne infine scelto il talento cristallino di Leslie Cheung, già icona del cantopop e reduce dai successi ottenuti con John Woo nei primi due capitoli della saga di A Better Tomorrow e in Once a Thief, da Storia di fantasmi cinesi e, soprattutto, da Days of Being Wild, del regista che più di tutti ne ha modellato il talento, Wong Kar-wai.

 

In quegli anni Cheung si caratterizzò non solo per la sua sensibilità artistica, ma anche per il coraggio con cui interpretava la propria professione: era infatti tra i pochissimi attori cinesi disposti a portare in scena ruoli dichiaratamente omosessuali.

 

La triste parabola della sua vita sembra viaggiare parallela rispetto a quella del fragile Douzi e, forse proprio per questo, nel mio cuore questo film e la sua interpretazione conserveranno per sempre un posto speciale.

 

[Se non conoscete la storia di Leslie Cheung vi consiglio di approfondirla attraverso questo approfondimento che la affianca alla trama di Addio mia concubina]

 

 

Una volta messi a posto tutti i tasselli, il grande autore può dar vita alla magia.

 

Nella sua versione di Addio mia concubina Chen Kaige trasforma la gradazione differente del sentimento di amore dei protagonisti - mai a pieno ricambiato anche a causa del matrimonio tra Shitou e Juxian - nella concretizzazione delle differenti modulazioni del sentimento d’amore verso un’arte che affonda le sue radici nella Storia stessa dell’umanità.

 

Il piccolo Douzi è sfuggito a una vita di sofferenze grazie al teatro: in quella nobile e antica arte ha dunque riversato la sua passione e il suo amore totalizzante.

Mai come nel suo caso l'arte e la vita si sovrappongono. 

 

Il suo destino pertanto non può che essere quello di innamorarsi in maniera tacita del suo eterno compagno di palcoscenico, del ragazzino che per primo lo ha preso per mano e lo ha guidato nel mondo della recitazione e di infliggersi ciascuna delle pene che il suo personaggio, la concubina, subisce durante i suoi spettacoli.

Per Douzi arte e amore sono due parole interscambiabili, due sinonimi.

 

Due facce del suo stesso destino.

  

 

[Addio mia concubina, Addio mia concubina, una scena]

 

Shitou, invece, non è investito dallo stesso fervore.

 

Pur approcciando l'arte con estrema serietà, non può a pieno specchiarsi nella logica provando un profondo affetto per il suo compagno di recitazione.

Per questo l'ingresso in scena di Juxian è così destabilizzante.

 

Il grande Maestro cinese riesce, con grazia impareggiabile, a tenere salde le redini di un’epopea che sfiora le tre ore di durata ma coinvolge pienamente lo spettatore con la potenza che caratterizza il Cinema più puro.

 

Lo sfarzo dei costumi finemente lavorati, delle scenografie, delle coreografie con centinaia di comparse e della fotografia dell'opera conferiscono ad Addio mia concubina il fascino del grande colossal ma al centro dell'opera, in realtà, vi è l'intimità, la fragilità delle scelte di vita.

 

 

[Addio mia concubina, Addio mia concubina, una scena]

 

La dialettica presenza-assenza caratterizza tanto le parabole dei personaggi quanto il loro sentimento di amore, permettendo all’opera di assurgere a monumento in nome della forza salvifica e catartica del teatro.

 

Un quadro magnifico squarciato, di tanto in tanto, da rari e calibrati picchi lirici.

 

Com'è ovvio che sia, un'opera d'arte di questa portata non poteva che colpire profondamente il tessuto connettivo cinese che, infatti, dopo aver accolto con gran clamore Addio mia concubina nel luglio del 1993 si ritrovò a ritirarlo dalla circolazione solo un mese dopo, salvo riammetterne solo in seguito una versione pesantemente censurata, pare per non compromettere la candidatura cinese alle Olimpiadi del 2000.

 

Malgrado il film - a differenza di quanto avviene nel romanzo - dipinga l’amore omosessuale tra i protagonisti in maniera rarefatta, sospesa tra le reazioni dei due ai terribili eventi che si parano nella loro vita, l'intreccio di tematiche come l'omosessualità, il suicidio e la Grande Rivoluzione Culturale Cinese rendeva l'opera sin troppo scabrosa per la durissima censura del Paese.

 

 

[Addio mia concubina, Addio mia concubina, una scena]

 

A prescindere da qualsivoglia inquadramento critico o culturale si voglia conferire all'opera, a prescindere dalle credenze politiche, dalle arti che prediligiamo e dalle nostre differenti inclinazioni all'amore, Addio mia concubina presenta però a ciascuno di noi uno sguardo puro sulla vita, un'analisi profonda dell'animo umano e sulla sua capacità di sovrapporre il proprio destino a quello dell'arte.

 

Rappresenta ancora e resterà per sempre una delle più sublimi odi cinematografiche sull’amore in ogni sua sfaccettatura e sulla devozione verso l’arte.

Un grido dolente che, in realtà, nasconde un inno alla vita.

 

Un canto che vi consiglio fortemente di ascoltare e riascoltare, ora più che mai, per non scordare mai quanto centrale e imprescindibile l'arte sia all'interno delle nostre vite.

 

Perché, ormai lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, tanto quanto il povero Douzi: l'Arte salva le nostre vite, ogni giorno.

 

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