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Malmkrog - Recensione: dialoghi sulle fondamenta del mondo

Neve, tantissima neve inonda le campagne di Malmkrog, piccolo villaggio della Romania centrale.

 

Una lenta ma inesorabile panoramica termina con una meravigliosa tenuta nobiliare che svetta nel bianco.

Ecco avvicinarsi un pastore con il suo gregge.

 

L'occhio si perde in una maestosa landa, gelida e ovattata.

 

[Il trailer di Malmkrog]

 

 

Già attraverso il suo primo establishing shot, Cristi Puiu, uno dei maggiori esponenti nella nuova e talentuosissima dinastia di autori romeni, è riuscito a trasmettere allo spettatore una serie di sensazioni che si espanderanno a dismisura nei 200 minuti successivi del suo Malmkrog, film vincitore del Premio per la Miglior Regia nella sezione Encounters del Festival del Cinema di Berlino, inserito dai Cahiers du Cinéma nella sua lista dei migliori film del 2020 e distribuito recentemente in Italia dalla piattaforma MUBI.

 

Il gelo trasmesso dalla sua prima inquadratura, il senso di sdegnosa e nobiliare lontananza dal mondo creato da quella tenuta immersa nel ghiaccio e la tensione attrattiva del silenzio saranno preponderanti per l'intera durata dell'opera.

 

 

 [Il gelo che avvolge Malmkrog]

 

 

A popolare quella meravigliosa casa a Malmkrog c'è un gruppo di nobili intellettuali dell'aristocrazia russa.

 

Intuiamo che la guerra russo-turca è appena cominciata: un ospite, un importante generale, lascia subito il ricevimento.

Deve raggiungere il fronte. Il vecchio padrone di casa è malato, accudito fedelmente dalla servitù nelle sue stanze. 

 

Siamo, però, alla vigilia di Natale e la nobiltà ha delle convenzioni da rispettare.

La loro giornata non può che snodarsi tra pasti e lunghe, articolate conversazioni.

 

Gli invitati parlano francese, a costo di scordare le parole corrette e faticare nell'esposizione. Disquisicono dei temi più rilevanti della loro epoca: guerra, politica e religione.

Su ciascuno dei temi, Nikolai, il giovane padrone di casa dispone di numerose chiavi di lettura. 

 

Ognuna delle tre macro-aree viene analizzata attraverso poderosi sfoggi di cultura ma finisce, inevitabilmente, per piegarsi a una dialettica viepiù manichea, che vede contrapposte le rappresentazioni assolute del bene e del male.

 

 

 [Il giovane Nikolai è forse il personaggio, tra i nobili avventori della casa, che più incarna lo spirito di Malmkrog]

 

 

A esplicitare il dualismo sempre più forte e arcigno tra vi è l'appendice dell'ultimo dialogo tra i convitati, incentrato sul "Regno della morte" e sulla figura dell'Anticristo, contrapposta inevitabilmente al Cristo.

 

I dialoghi dominano la pellicola, ma a differenza di quanto insegnatoci da Éric Rohmer - uno dei massimi esponenti di quel Cinema, anche in costume, che si sorregge su una massiccia struttura dialogica - non è l'esperienza personale a condurre a dialoghi su sistemi universali, ma lo studio e la contrapposizione intellettuale.

 

Lo spettatore non ha bisogno di molto tempo per comprendere come l'eloquenza della parola sia l'assoluta protagonista di questa torrenziale opera di Puiu, modellata su un sottotesto delicatissimo come I tre dialoghi e il racconto dell'anticristo a firma del filosofo e scrittore russo Vladimir Sergeevič Solov'ëv.  

 

 

 

 

Si dice che a muovere la penna dell'autore russo - che ha composto questa sua ultima opera crepuscolare esattamente tra il 1899 e il 1900 - fosse lo sdegno verso la fede, da lui considerata "monca", di Lev Tolstòj.

 

Si dice anche che Fëdor Dostoevskij si fosse ispirato proprio a Solov'ëv per la figura dell'arguto, orgoglioso e ideologista Ivan Karamazov

A muovere la macchina da presa di Puiu c'è, invece, una perfetta conoscenza del testo e del suo autore, oltre che una profondissima volontà di utilizzarlo per mettere a nudo le bestialità di una società moderna perfettamente sovrapponibile alle tremende profezie di Solov'ëv. 

 

Il cinismo con cui la nobile Ingrida decanta l'assoluta bontà della guerra e l'utilità della pace solo ai fini della ragion di Stato, il palesemente fallace oltranzismo religioso che guida la giovane Olga, il perbenismo sprezzante di Madeleine sono sentimenti assoluti, senza tempo.

 

  

[La pungente Madeleine è il personaggio di Malmkrog più avvezzo in assoluto a destabilizzare il resto dei suoi compagni di conversazione]

 

Ciascuno dei protagonisti di Malmkrog è il riflesso deviato delle teorie che espone, ma tutti sono accomunati da un fallace senso di centralità nei confronti del mondo.

 

Si sentono elitari, sdegnosi verso il popolo, e per questo imprescindibili per la società stessa.

Pretendono di poter indirizzare con le parole degli eventi regolati dalla forza bruta.

 

La loro posizione umana e politica non è per nulla scalfita dal loro ritrovarsi in una magione sperduta alla periferia dell'Europa, nell'allora Principato di Romania, equidistanti dagli epicentri dei mondi contrapposti di cui parlano e più vicini che mai a quella guerra e a quel male assoluto che si ritrovano a teorizzare.

  

Puiu sembra condividere e rielaborare quanto rilevato da un altro grande autore, Nuri Bilge Ceylan, nel suo capolavoro, C'era una volta in Anatolia.

 

Agli occhi di questi grandi registi, nati e cresciuti in nazioni ai margini del continente, l'idea stessa di cultura europea è polarizzante: l'Europa, con la sua spinta creatrice e la sua egemonia culturale, sembra esercitare una forza di gravità irresistibile per chi si trova ai confini della stessa, che inevitabilmente ne è attratto al punto di sognare di esserne parte, di venirne contaminato.

In questo modo, anche il più efferato degli Stati cercherà di mascherare la propria vera natura nel tentativo di cucirsi addosso quell'etichetta di "civiltà" che corrisponde all'apparentenza all'Europa.
Una sorta di passaporto morale che da solo sembra mondare ogni genere di peccato.

 

Una critica tutt'altro che velata al sogno europeista e alle sue degenerazioni, che in Malmkrog si personifica in Edouard, funzionario dell'impero russo che mentre si fa messaggero della forza contaminatrice della cultura europea si ritrova a provare repulsione alla sola idea di sorseggiare del tè turco.

 

 

[Fuori dalla casa, i personaggi di Malmkrog sembrano seguire regole diverse]

 

 

L'universalità e l'eterna attualità dei temi trattati dai nobili personaggi che si confrontano all'interno di quest'opera risucchiano lo spettatore.

 

La grande mole di parole spese, però, mai impedisce di apprezzare i momenti di silenzio, cogliere i movimenti impercettibili, di lasciarci travolgere da un climax fulmineo quando sembrava ormai inatteso.

 

La casa di Malmkrog è permeata da un nobiliare sdegno della realtà, una separazione dal mondo che si fa ancor più tangibile nelle rarissime incursioni al di fuori della stessa, laddove chi aveva parlato secondo i dettami più rigido del moralismo fino a pochi istanti prima, cessa di rispondere al proprio interlocutore.

La casa stessa sembra essere un non luogo distante dalla realtà comune, capace di rende i suoi abitanti membri una piccola società mossa da regole a sé stanti, come affermato anche dallo stesso Edouard. 

 

Proprio ciò che avviene anche ne L'angelo sterminatore di Luis Buñuel, modello richiamato già dalla prima inquadratura, con quel gregge di pecore che non rivedremo più da quel momento in poi.  

 

 

 

 

I concetti filosofici nietzschiani di superomismo, hybris e volontà di potenza permeano le mura, raggiungono anche la servitù, fino a farsi vivi e pulsanti nelle membra del maggiordomo István, in maniera ancor più tangibile che negli aristocratici membri del banchetto.

 

La struttura di Malmkrog, che si dipana in sei sezioni narrativamente non perfettamente consecutive, dedicate a ciascuno dei personaggi principali, sublima l'attenzione dello spettatore nei confronti dei dettagli che minano la continuità dell'opera.

Come riuscito a pochissimi registi, tra i quali il compianto Andrzej Żuławski con il suo epitaffio aristico Cosmos, Puiu riesce in un adattamento di un romanzo nel quale gli errori, le incertezze, le discontinuità nei costumi e nei props svolgono un ruolo fondamentale.

 

Ogni voluta crepa dell'opera, dai lapsus lessicali alle incongruenze di continuità, fino a giungere alle peculiari scelte di montaggio, rappresenta una finestra che si spalanca volutamente sulla sostanza stessa di Malmkrog, sul caos sotteso l'apparente perfezione di quella casa.

 

  

[Puiu impartisce direttive al magnifico cast di Malmkrog]

 

 

Nel complesso Puiu, oltre che a modelli sedimentati del Cinema in costume, sembra voler richiamare attraverso diversi punti di contatto con un'altra e più recente torrenziale opera in costume diretta (anche) in lingua francese da un grande regista, Raúl RuizI misteri di Lisbona.

 

Come nell'opera di Ruiz, anche in Malmkrog sotto la compostezza superficiale di una società nobiliare regolata da vacue regole e apparenze, a cui corrisponde la perfezione visiva dell'opera, si nasconde un mondo di tensioni.

 

Il richiamo sicuramente più lampante all'interno dell'opus magnum del regista romeno è, però, senza alcun dubbio quello a Partitura incompiuta per pianola meccanica di Nikita Sergeevič Michalkov, con cui condivide la diretta ispirazione a un'opera di un autore russo, la ricerca maniacale nei costumi, nella scenografia e nella fotografia, l'ambientazione esclusivamente casalinga dentro la quale costruire quadri all'interno dei quadri e, infine, la tendenza all'analisi delle dinamiche della borghesia e dei suoi complessi, anche mediante la disserzione su temi di fondante importanza.

 

 

 [Il Nikolai di Malmkrog assomiglia davvero molto da vicino, a livello estetico, al giovane Nikolaj Ivanovic Triliezki di Partitura incompiuta per pianola meccanica, interpretato dallo stesso Nikita Michalkov]

 

 

Per non perdere mai le briglie della sua creatura, Puiu calibra ogni scelta registica, soppesa ogni stacco di montaggio. 

I long take caratterizzano una gran parte dell'opera, permettendo di cogliere ogni leggerissimo cambio nella prospettiva privilegiata e lasciando che il senso di compostezza della casa penetri nell'immaginario dello spettatore.

Quando è necessario, però, Puiu è in grado di serrare il ritmo quel tanto che basta, fissando la macchina e prediligendo i volti dei protagonisti rispetto all'ambiente. In questo modo possiamo comprendere l'essenza dei personaggi di Malmkrog.

 

Solo così possono essere colti degli sguardi di sottecchi, dei sorrisi di scherno a mala pena soffocati. E nel mentre, la percezione dell'ambiente si sfuma, lasciando lo scenario aperto a ogni sorpresa.

 

Il lavoro di Tudor Vladimir Panduru risulta, pertanto, mirabile in ogni suo aspetto.

 

Il direttore della fotografia che già aveva messo in mostra la sua grandezza nel pluripremiato Un padre, una figlia di Cristian Mungiu, predilige l'uso di luci diegetiche, colori desaturati e ricche composizioni plastiche in interni, incorniciando le tante parole spese nel corso dell'opera con eleganza invidiabile. 

 

 

[Il grande lavoro di ricostruzione storica e di ricerca fotografica è uno dei motivi della grandezza di Malmkrog]

 

Il finale, che risulta quasi tronco malgardo la mole dell'opera proprio a causa delle scelte di montaggio effettuate, lascia che lo spettatore possa assaporare il tanto ricercato silenzio man mano che questo cala, donando una nuova prospettiva a ciascuno dei rarissimi momenti in cui lo stesso ha preso il controllo della scena.

 

Si perfeziona così l'ennesimo dualismo su cui si regge l'opera. 

Prende definitivamente forma,mentre ci si interroga sulla natura dell'Anticristo, l'assoluta grandezza di Malmkrog, acclamato da moltissimi critici come una delle opere più importanti presenti alla Berlinale 2020.

 

Lo spessore dell'opera, però, trascende le limitazioni legate a un bacino chiuso rappresentato dalla presenza al Festival e si espande fino a toccare le radici stesse della società moderna. 

 

Malmkrog affronta con profonda serietà i radicati mali della società occidentale e si candida con grande forza a essere considerato, già nel prossimo futuro, come una delle opere simbolo del Cinema d'autore Europeo in questi anni '20 del XXI secolo.

 

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