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Malcolm & Marie: il film che ha offeso i critici convinti che un 1st AD sia il medikit di un videogame

Malcolm & Marie è un film che fa cascare gli asini, come si dice dalle mie parti. 

 

Cari lettori e lettrici di CineFacts.it, ormai sarete abituati alle mie personali cavalcate contro i mulini a vento.

 

Alcuni di voi, di tanto in tanto, mi fanno la cortesia di diventare scudieri sedendo sul dorso di un ciuchino, ma strizzandomi l’occhio consci di come nemmeno io mi stia prendendo troppo sul serio.

Insieme siamo protagonisti di chiacchierate il cui principio morale è certamente cavalleresco e romantico, ma la cui evoluzione è certamente satirica, strampalata e per certi versi disperata.

 

Ancora una volta carico il sacco pieno di carote sulla schiena del vostro fedele somaro e qualche mela su quella del mio ronzino, chiamando la carica verso un nuovo mulino.
Un mulino solo in apparenza, poiché al suo interno si nasconde una redazione invisibile come la Spectra, fatta di malsani e malvagi recensori e improvvisati critici, la cui levatura è tragicomicamente accostabile a quella di Michael Scott, l’improbabile, gretto, sgraziato, eroico, boss della versione USA di The Office.

 

Insieme andremo a combattere quest’organizzazione criminale sostenuta da uno spropositato ego infantile, il vero gigante di questa sfida, ora offeso dal rilascio di Malcolm & Marie, pellicola Netflix diretta e scritta da Sam Levinson e interpretata da Zendaya e John David Washington.

 

Gran parte della cosiddetta critica italiana e internazionale si è sentita presa d'assedio, e così è, da un film che gli ricorda tutte le piccole idiosincrasie che contraddistinguono la loro assenza di senso all’interno dell’universo artistico, ponendo l’accento su tutte le loro mancanze in quanto divulgatori di Cinema.

 

Cosa poteva andare storto?   

 

Malcolm & Marie Malcolm & Marie

 

Malcolm & Marie racconta la lunga e accesa notte di un regista e della propria compagna, al centro di una litigata il cui fulcro non è solo uno screzio di coppia, ma la frustrazione di un regista in ascesa verso la voce della critica.

 

Critica che, anche quando scrive recensioni positive, riesce a distruggere ogni intento artistico e poetico dell’arte cinematografica, infarcendo il giudizio con il proprio ego, con visioni politiche mal riposte e con una sequela di spiegazioni, date per universali, che vanno a uccidere l’opera.

 

Un contesto narrativo che rende la reazione negativa della stampa rispetto al film di Levinson ancora più poetica, considerando come nel film, al contrario, la critica osanna il regista Malcolm. 

 

La discussione tra Malcolm & Marie però, parla anche del ruolo della musa, di come l’ego di un autore gli renda impossibile vedere i propri limiti, di come quello degli attori impedisca a questi di trovare i confini del proprio ruolo, costruendo organicamente una discussione sul Cinema e sull’amore tra due individui.

 

Per chi scrive, il tizio che cavalca il ronzino spelacchiato, il film è meravigliosamente costruito e scritto.


Sam Levinson sceneggia una pellicola prima di tutto onesta nel riflettere la frustrazione provata da un filmmaker - così si apostrofa lo stesso protagonista - rispetto alle letture portate dal pensiero critico più diffuso che, contestualmente, è anche il peggiore.

 

L’ossessione del critico di doversi inserire nello sforzo artistico gettando su carta una parafrasi dell’opera, spiegando ogni soluzione lasciata volutamente inespressa dall’autore e cercando un’interpretazione universale, è ormai il pane quotidiano di chiunque parli di Cinema e la sola funzione è quella di far sentire l'autore del pezzo un fine intellettuale dalla penna sottile e dal cuore di un poeta, le cui vele sono spiegate verso una levatura umana sopraffina.

 

Sarebbe invece interessante veicolare al pubblico cosa rende, o meno, l’opera affascinante e successivamente come il critico interpreta e analizza il lavoro del regista, evitando di dare una definitiva lettura che lo spettatore può intascare e fare propria, andando al cinema o evitando di farlo, con la certezza di una forte verità supposta riguardo il film.

 

Non sono però qui a definire cosa dovrebbe fare un critico, bensì vorrei sottolineare cosa abbia sbagliato in questo frangente.

 

 

Malcolm & Marie Malcolm & Marie

 

"Ma la cosa interessante è che si può notare che, poiché sono nero e sono il regista e poiché la protagonista è una donna di colore, lei sta già cercando di inquadrarlo attraverso una lente politica, quando la realtà è che il film parla di una ragazza che sta cercando di ripulirsi.

 

Ci sono degli ostacoli perché è una donna di colore? Cazzo, sì!

È la realtà, ma non è un film sulla razza, no.

Riguarda la vergogna, il senso di colpa e di come quella merda sia inevitabile...

Ed è fastidioso che così tanti di questi giornalisti non possano fare a meno di sottolineare la loro fottuta istruzione universitaria (...) 

Non sono elitario con quello che faccio. Non sto cercando di fare un film per le tre persone del mio corso di studi sui media che rispetto.

Sono un filmmaker."

____________

Malcolm & Marie Malcolm & Marie

 

Soprattutto nel clima contemporaneo, inoltre, il critico tende sempre più a proiettare l’ambiente e le idee politiche del presente e del proprio pensare sulle scelte dell’autore anche quando queste, nel film, non esistono.

 

In questo modo, come vediamo ogni giorno, abbiamo schiere di commentatori polarizzati da perbenismi, politically correct, buonismi, anche dove non vi è alcuna connessione con questi messaggi.

La cosa porta avanti quell’odioso discorso dell’invadenza di un pensiero terzo su qualcosa di molto più semplice e genuino, spesso spinto verso una ricerca morale e umana ben diversa, non gretta e superficiale come il pensiero pseudo-progressista che il critico di turno cerca di imporre, il cui utile da generare è sempre quello che pompa le casse della propria superiorità morale, illuminando i popoli mano nella mano con l'autore cinematografico. 

 

Il critico aliena, polarizza e nutre mostri morali e di dibattito pubblico avulsi da quello che è l’opera, sviando l’attenzione sul suo pensiero e sul suo argomento di discussione, rendendo impossibile la libera creazione e fruizione delle opere.

 

Malcolm & Marie parla di Cinema nella sua componente più pura, fatta di registi messi a nudo dalle proprie opere e schiacciati da un sistema che, per nutrire il Cinema stesso, ha trovato rifugio quasi per osmosi nel proliferare di un meccanismo che dà importanza a una serie di personaggi totalmente estranei alle sue meccaniche.

 

La pellicola parla anche di amore e del rapporto tra due protagonisti dal carattere scomposto, tendente a una dilagante egomania, dominato dalla visceralità del proprio percepito rispetto all’arte attraverso la quale si esprimono.


I confronti di amore, così come di risentimento, sono accesi e genuini nel riuscire a mettere in scena quelle discussioni che vanno avanti per ore, spaziando dall’amore alla rabbia cieca, che non sono certamente simili alle teatrali litigate “di pancia”, dove si grida istericamente e si piange simulando i versi di uno yak incastrato in una gola rocciosa.

 

 

Malcolm & Marie Malcolm & Marie

 

"Un tour de force cinematografico che prende di mira gli orrori gemelli dell'assistenza sanitaria e del razzismo, nel debutto alla regia ribelle e jazz di Malcolm Ellis.

 

La odio, cazzo. Chi vuol vedere un film del genere?

"Come l'inquadratura iniziale della steadicam" È un dolly, fottuta imbecille. 

L'unico motivo per cui sai che è un 35mm doppia perforazione è perché l'ho detto all'anteprima."

____________

Malcolm & Marie Malcolm & Marie

 

In tutto questo, la critica viene annientata dal discorso portato avanti da Malcolm tanto quanto da Marie, poiché il ruolo del critico del Los Angeles Times, all’interno del Cinema, è di puro terrorismo.


Il critico non si avvicina nemmeno per sbaglio a François Truffaut o a Peter Bogdanovich, penne della critica e studiosi del Cinema diventati a loro volta protagonisti del mezzo poiché il loro interesse e il loro amore era tale da spingerli a diventare Cinema.


Stiamo parlando invece di scribacchini che non distinguono un dolly da una steadicam, impegnati a fare critica come si aggiornano gli status di Facebook, influenzando le masse con un pensiero che non è tale, in quanto privo del supporto di una qualsiasi forma di approfondimento perché, per citare Fran Lebowitz:

“Pensa prima di parlare.

Leggi prima di pensare.”


Un consiglio prezioso al fine di evitare, come spesso capita, di sentire blaterare istericamente e superficialmente di qualcosa la cui attenzione deve andare oltre l’esplodere compulsivo delle scenografie.

 

Come qualsiasi regista che non sia spinto nella professione dalla noia, dal patrimonio di famiglia o dalla mestieranza più gretta, Sam Levinson è conscio di questo meccanismo: probabilmente vorrebbe saltare sul ronzino più spelacchiato della Mancha per combattere questi giganti della speculazione artistica e distruggere così la malsana influenza del loro impero parassitario rispetto all’arte, privato di ogni intento formativo, culturale e divulgativo.

 

L’opinione politica e sociale di un redattore di qualche testata rispetto al lavoro di Spike Lee, l’ardore passionale artistico di un altro verso gli intenti evocativi del framing di Terrence Malick, o la buffa e scomposta destrutturazione di un critico over 50 alcolizzato non ci interessa.

Discutetelo all’aperitivo a Malibu o sulla terrazza del Duomo.

 

State uccidendo il Cinema, state devastando un patrimonio culturale enorme.

 

Risulta anche ironico come il dissenso del critico sia più che altro causato dalla violenza dell’esplosione di Levinson.

Woody Allen in Stardust Memories sceglie di prendere il suo rapporto con il ruolo affibbiatogli dai critici e cresciuto con l’evoluzione del suo lavoro - attraverso un tratto più intimista e delicato - e pur ricevendo inizialmente una fredda accoglienza non ha subìto lo stesso trattamento riservato a Malcolm & Marie, molto più sfacciato e violento, andando sì a coprire la personalità dello stesso artista, ma riservando un brutale trattamento alla figura del critico.

 

Malcolm & Marie Malcolm & Marie

 

Malcolm urla frustrato, impreca, insulta, dà libero sfogo a quello che tutti pensano proprio mentre lo scribacchino di turno lo loda, gongolante del proprio ruolo, durante l'after party della proiezione di presentazione.

 

Malcolm & Marie, nel suo entrare tra le pieghe della costruzione di un’opera, vuole invece ricordare il principio basilare per il quale un regista cerca ogni soluzione possibile al fine di trovare un linguaggio visivo che sia utile a rendere poetica e fruibile al pubblico una storia che sia autentica.

 

In questo senso il film stesso e lo sforzo di Levinson sono specchio di tale intento: la cosa è piuttosto chiara a chiunque sia un filmmaker come a chiunque dedichi il proprio tempo allo studio del Cinema, dando un senso alla grammatica di un linguaggio complesso come quello cinematografico, composto da molte variabili e poche certezze.

 

Se vogliamo infatti trovare qualcosa da dire su Malcolm & Marie è che il film vive per queste persone.

Non è una storia d’amore intesa nel suo senso più ampio, non cerca il consenso universale di tutto il pubblico, poiché l’amore tra i due, per quanto appassionato e ben strutturato nel loro confronto, è in primis dedicato al Cinema, al sudore, al sangue e alle nevrosi che si riversano nello sforzo artistico di un autore, tanto quanto di un interprete o di chi rende il Cinema possibile.


La sceneggiatura entra nelle pieghe di una serie di critiche ai critici e ai come del mezzo filmico, in modo non tecnico a livello di terminologie e linguaggi, ma ideologico e conoscitivo.


Malcolm & Marie è più vicino a BoJack Horseman di quanto si possa immaginare, perché gli intenti satirici dello show Netflix si basano largamente sul mondo di Hollywoo(d) e un certo pubblico ha sicuramente trovato distrazione nelle dinamiche tra i personaggi e il dramma del protagonista.

 

È però un fatto che molto dello show viva di una conoscenza dei fatti e delle dinamiche di Hollywood che il pubblico può ravvisare oppure no.     


Se BoJack Horseman è molto più pop e quindi più facile da assimilare, nonostante trovi molto pubblico confuso rispetto a certa sua satira, Malcolm & Marie è invece molto più dedicato a tale aspetto, rendendolo primario.

 

 

Malcolm & Marie Malcolm & Marie


L’ampio pubblico difficilmente troverà un appiglio nella sceneggiatura di Malcolm & Marie e probabilmente non consiglierei il film a uno spettatore estraneo al mondo del Cinema, soprattutto quello statunitense. 


Sia chiaro anche di come il film non sia mai citazionistico come quello di Quentin Tarantino, altro autore pop e molto più fruibile per il grande pubblico, e non lo è nemmeno verso alti intenti cinefili enciclopedici.

 

Levinson ha scritto un film per registi, per cineasti e per chi vive di Cinema.   

In tutto questo il critico dovrebbe, in linea del tutto teorica, inserirsi.

Invece non ha alcun punto di riferimento e si trova attaccato e messo alla berlina dal film, finendo col piangere come un bimbo petulante, un Michael Scott che non trovando nessuno con cui giocare e sentendo l’aria ostile, rinnega ogni intento amichevole per trincerarsi dietro il proprio frignare ferito, chiedendo ai Dwight sparsi tra i lettori di seguirlo nella sua folle denigrazione di un’opera che in teoria dovrebbe amare.

 

Se siete tra questi, sappiate che vi sta usando come scudo e vi getterà via appena possibile.

 

Il critico si sente tagliato fuori, si sente escluso da un discorso sul Cinema e dimostra con ogni fibra della propria critica la sua gretta ignoranza a riguardo.


Attacca quindi la scelta del bianco e nero, poiché "pretestuoso" e da Cinema "spocchioso indipendente", lo stesso che tra qualche articolo loderà denigrando il pubblico ignorante rispetto agli intenti di quest’altro nuovo autore.


Critica ovviamente buttata nella caciara più assoluta, poiché qualsiasi regista sa come che per dare movimento a un film così dialogato e verboso, parlando quindi anche attraverso le immagini, i movimenti di macchina, i carrelli, la macchina a mano e i quadri costruiti su cavalletto quando serve, è necessario avere alle spalle un impianto di tutto rispetto.

 

Soprattutto se si gira in pellicola 35mm e non in digitale.

 

Soprattutto se ci si trova in piena pandemia e il proprio reparto di fotografia è ridotto a 8 persone, quando anche in una commedia questo reparto di persone ne ha 15.  

Carnage di Roman Polanski ne ha 18, The Hateful Eight di Quentin Tarantino, ampiamente ambientato in un'unica location, ne ha poco meno di 60.

 

Il critico dovrebbe essere conscio di quale sia il ruolo di un focus puller, sapere che un 1st AD non è il kit medico di un videogame e avere la minima idea di cosa significhi girare in pellicola dando una buona qualità d’immagine e una fotografia coerente lungo tutto il racconto.

Girare in bianco e nero non è un semplice processo di desaturazione a fine riprese, ma uno studio dell'illuminazione e della composizione da ideare appositamente a tale scopo.

 

Il critico dovrebbe anche sapere quanto sia stato laborioso il processo di studio della fotografia cinematografica con lo storico passaggio alla pellicola a colori.

 

Malcolm & Marie Malcolm & Marie

 

Eppure, miei cari scudieri, noi sappiamo benissimo che questi critici non lo sanno.

 

Non lo sanno perché lodano i lavori di fotografia fatti su certi set dove la post-produzione sulle immagini e il color grading trasforma tutto in un circo di alterazioni del colore che sembrano applicate da un dilettante assoluto alla sua prima avventura con DaVinci Resolve.

 

Non lo sanno perché non sanno che il bianco e nero di Clerks non fu una scelta artistica di linguaggio, ma una mera necessità di budget e di praticità.

 

Concepire come in Malcolm & Marie tutto il processo di blocking scene e quindi tutti i movimenti di macchina, la gestione della scena e degli attori rispetto alla sceneggiatura, l'intero lavoro di traduzione in linguaggio per immagini rendendo il tutto dinamico e coerente, con una troupe limitata, è un lavoro folle, insensato e ambizioso, tenendo ben presente come non ci sia fermati al povero framing da camera fissa e girando in pellicola.

 

Da notare anche l'importanza della musica in scena e come questa sia funzionale nello scandire i tempi, come influisca sui movimenti di macchina, dei personaggi, di quello che fanno e come tutto sia organico e presente in scena e non solo messo in post come accompagnamento.

 

Un critico conscio di ciò che si muove dietro le quinte di un film e di come si gira una scena, dovrebbe capire che con 8 persone e 35mm il bianco e nero diventa una scelta di stile tanto quanto una praticità: la pellicola a colori ha un costo ben maggiore e se butti via del materiale, come è capitato, la produzione non ti vuole molto bene.

È il motivo per il quale The Eddy, serie Netflix di Damien Chazelle, è stata girata in pellicola solo per i due episodi diretti dal regista Premio Oscar per La La Land. 

 

Sia chiaro: chi scrive, sempre il tizio sul ronzino, non è sempre felice del risultato di questo bianco e nero e questa potrebbe essere una critica, piuttosto che la petulanza del chiamare il tutto pretestuoso.

 

A mio modesto parere alcuni shot di Malcolm & Marie non hanno la migliore fotografia possibile - senza entrare troppo nella questione e basandomi su un'analisi a prima visione.

 

 

Malcolm & Marie Malcolm & Marie

 

"Il Cinema non ha bisogno di avere un cazzo di messaggio, ha bisogno di avere un cuore, un'elettricità.

Gli idioti come questa privano il mondo del suo mistero, vogliono che tutto sia enunciato con dei cazzo di blocchi A-B-C. 

 

E sono terrorizzati all'idea di abbracciare qualcosa di potenzialmente pericoloso, perché cercano costantemente di prevedere la fottuta cultura.

Questa fottuta pupazza non dovrebbe scrivere per il fottuto Los Angeles Times.

Dovrebbe tenere in mano dei cartelli con i soli sorridenti per i notiziari locali, perché è soltanto un fottuto meteorologo.

O una meteorologa."

____________

Malcolm & Marie Malcolm & Marie


Con Malcolm & Marie la critica ha aperto una guerra verso il film e verso la voce del regista, scendendo a bassezze che contraddistinguono il valore di una masnada di pescivendoli e giornalai la cui levatura professionale è accomunabile a quella del lacchè alla ricerca di un po’ di luce riflessa, del paparazzo alla disperata rincorsa di uno scatto da vendere a qualche giornale di gossip per incassare un ricco assegno.

 

Tutto ciò oggi si traduce nella creazione di un pubblico al quale vendere le proprie paccottiglie, i propri corsi su Come si discute del Cinema, su Come si scrive un Film o quei patetici libri nei quali ammucchiano il loro fanatismo verso qualcosa che ammirano senza capire il perché, veicolando la propria insipienza totale al pubblico.

 

Un pubblico da accumulare al fine di poter andare alle conferenze stampa per intrattenere gli attori e i registi amati con un circo di complimenti ammiranti e domande totalmente vuote di ogni spunto di discussione, per postare sui social il selfie con la star di turno.   


Più che una professione pare una televendita di popolarità riciclata, dove il prodotto è l’illusione di riscatto sociale e importanza, quando invece dovrebbe essere palese come di pregiato, in vendita, non ci sia nulla.

 

Come ho scritto in apertura, dunque, Malcolm & Marie è un film che fa cascare gli asini e che svela il vero volto di tutte quelle penne spese a pontificare su quanto sia meravigliosa la serialità e il Cinema già venduto, ma che scompaiono ogni volta che all’orizzonte si staglia qualcosa che richieda un miglio in più.

 

Qualcosa che sia scomodo, onesto e possibilmente difficile da piazzare tra i consensi del pubblico generalista.

Qualcosa da disprezzare solo quando lo suggerisce il manuale del perfetto cinefilo.

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