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Jojo Rabbit: ridicolizzare il nazismo è sempre un bene - Recensione - TFF37

Jojo Rabbit, film d'apertura del 37° Torino Film Festival, è il sesto lungometraggio del regista neozelandese Taika Waititi, che segue il suo approdo al cinema mainstream con Thor: Ragnarok dopo il grandissimo successo ottenuto con What We Do in the Shadows nel 2014, film che lo aveva consacrato con la presentazione al Sundance Film Festival e la candidatura a Berlino e che gli era valso il premio alla Miglior Sceneggiatura proprio al Torino Film Festival. 

 

Jojo (Roman Griffin Davis) - diminutivo per Johannes - è un bambino di dieci anni che vive da solo con la madre Rosie nella Germania nazista e ha un amico immaginario: Adolf Hitler.

 

Le premesse dicono già molto sul film di Waititi: Jojo Rabbit è un film grottesco e caricaturale sul Terzo Reich, ma anche racconto di un momento fondamentale della crescita di un bambino orfano del padre in un mondo in cui tutti cercano di prendere quel posto autoritario. 

 

[Il trailer internazionale di Jojo Rabbit]

 

 

Il giovane nazista è sfigurato e cammina male perché durante un campeggio della gioventù hitleriana - comandato dal capitano Klenzendorf (Sam Rockwell) - gli è esplosa una granata accanto, perciò invece di andare in guerra, perché nell'esagerazione del film tutti gli amichetti di Jojo vanno al fronte, è dovuto restare a casa con la madre.

 

Qui ben presto scoprirà che Rosie (Scarlett Johansson) tiene nascosta una ragazza ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie, presente al festival anche con True History of the Kelly Gang di Justin Kurzel): tutte le sue convinzioni sul nazismo e sugli ebrei vengono dunque messe in dubbio dalla nuova, e unica, amica.

 

 

[Sam Rockwell, Scarlett Johansson e Roman Griffin Davis in Jojo Rabbit]

 

Jojo cerca di indagare sugli ebrei per scrivere un libro su questi mostri, ma ben presto tra i due bambini soli si instaurerà un rapporto rafforzato dall'irruzione della guerra nelle loro vite: prima la Gestapo in casa, poi l'esecuzione di Rosie per la sua propaganda contro la dittatura e infine la guerriglia urbana.

 

Waititi costruisce un film grossolano, esagerato, caricaturale e a tratti anche demenziale, ma che parte da precisione di scrittura e perfetta costruzione visiva.

 

Il regista neozelandese, autore anche dello script di Jojo Rabbit, scrive un film dalla struttura ferrea in cui tanto sono fantasiose le gag e carnevaleschi i personaggi secondari quanto ogni passaggio strutturale, ogni plot point, ogni gancio necessario alla costruzione di elementi successivi è costruito scientificamente.

 

Se si sezionasse il film ci si accorgerebbe che tutti i tempi sembrano quasi cronometrati, tanta è la precisione di Waititi in Jojo Rabbit.

 

 

 

 

Questo perché Waititi ha ben chiari quali siano gli intenti del suo film e li ritiene talmente alti da non voler sbagliare una virgola.

 

Proprio questo è secondo me causa di uno dei problemi di questo film: talvolta gli intenti di Jojo Rabbit prevaricano l'economia del film.

Bisogna ridicolizzare il nazismo e Hitler e quindi facciamo correre il Führer nel bosco mentre fa le faccette. 

 

Questo porta Waititi a centrare delle soluzioni comiche e visive che lasciano davvero a bocca aperta, ma talvolta la ciambella non riesce con il buco e se comunque se ne capisce e apprezza l'intento purtroppo il film ogni tanto scivola un pochino.

La cosa è chiaramente accentuata sul personaggio di Adolf - interpretato da Waititi stesso - come nell'esempio precedente che è lo snodo del film su cui la scommessa era chiaramente più rischiosa, ma vale anche per altri passaggi della storia d'amore/amicizia tra Jojo ed Elsa o della costruzione del mondo attorno al piccolo protagonista.

 

Tolta questa piccola porzione di scommesse non vinte Jojo Rabbit è costellato di scelte davvero felici, che si concentrano nella costruzione dei rapporti tra Jojo e le due donne della sua vita: Rosie ed Elsa.

 

 

 

 

Il fil rouge che Waititi costruisce con le scarpe è davvero una finezza: il modo in cui le scarpe di Rosie prima siano la rappresentazione del ballo, e quindi della libertà, poi della cura che la madre ha per il suo bambino e infine il suo addio è già di per sé perfetto ma, nel momento in cui Jojo allaccia le scarpe di ElsaWaititi mette a segno davvero un gran bel colpo.

 

Jojo Rabbit è un film sul prendersi cura degli altri e questo vale chiaramente tra moltissime coppie di personaggi, ma è interessante il modo in cui il vero centro del film - ovvero il rapporto con Adolf - all'inizio sembri fatto di questa sostanza, ma poco a poco palesi l'abbandono del solipsismo di Jojo: il personaggio di Waititi non esiste e Jojo sta cercando di prendersi cura di se stesso da solo alimentando i suoi desideri e le sue convinzioni, e proprio nel momento in cui si abbandona agli altri trova la sua vera dimensione e inizia la sua crescita.

 

 

 

 

Al Torino Film Festival piacciono molto i film in cui si proietta lo sguardo dei bambini, questo è abbastanza lampante, e Jojo Rabbit riesce a farlo incredibilmente bene - come era già capitato con The Florida Project due anni fa. 

 

Jojo Rabbit è un film in cui Watiti riesce a costruire perfettamente lo sguardo di un bambino che vede gli adulti offrirsi sigarette e che quindi proietta su Adolf questo gesto - con anche forse la prima messa in dubbio del "prendersi cura" del Führer nei confronti di Jojo - e che vede tutto in maniera più colorata, più esagerata e del tutto non realistica.

 

Il film è pieno di cliché di genere, ma non perché siano una facile scorciatoia, ma perché cosa rappresenta meglio agli occhi di un bambino la paura di una mano che spunta dalla porta o l'amore delle mitiche farfalle nello stomaco o infine la guerra del fumo e dei ralenti?

 

 

[Taika Waititi dirige Roman Griffin Davis sul set di Jojo Rabbit]

 

 

È proprio quando abbandona questo filtro che si capisce la potenza della scelta di Waititi, quando anche per un bambino il mondo attorno diventa grigio e triste e perde quei colori sgargianti, quei momenti che nessun bambino dovrebbe mai vivere.

 

Sempre attraverso questo filtro si capisce come Jojo cambi durante il film, attraverso la mutazione del rapporto e del personaggio dell'amico immaginario Waititi ci suggerisce come anche un bambino riconosca, nonostante una sorta di "lavaggio del cervello" (parole di Roman Griffin Davis durante la presentazione del film) il male e poco a poco lo rifugga.

 

 

"You're not a Nazi, Jojo.
You're a ten-year-old kid who likes dressing up in a funny uniform and wants to be part of a club."

 

 

"Non sei un nazista, Jojo.

Sei solo un bambino di dieci anni a cui piacciono le svastiche e che vuole far parte di un club"

 

Lo dice Elsa a Jojo, e questo ci mostra come il film parli chiaramente anche dell'ascesa dei nazionalismi al giorno d'oggi - fare una commedia grottesca con Hitler amico immaginario non dice già abbastanza sul pensiero di Waititi? - e su come sia ancora attuale l'idea di persone che cercano solo un gruppo a cui appartenere e in questo il regista è bravissimo: sin da subito vediamo Jojo cercare negli bambini intorno cosa fare per non essere diverso. 

 

L'umanità della scena in cui Rosie - che attacca volantini contro la dittatura e protegge un'ebrea - è quasi spaventata da cosa stia diventando Jojo è probabilmente il momento più alto del rapporto tra una madre sola e il figlio, costruito perfettamente e che regala alcuni tra i passaggi più emozionanti di Jojo Rabbit. 

 

"Il padre è in guerra", ci viene detto all'inizio, ma ben presto intuiamo e infine scopriamo che sta combattendo con la resistenza: anche le brave persone nei tempi bui lasciano spazi vuoti che vengono colmati dal male.  

 

[Il trailer italiano di Jojo Rabbit]

 

 

L'idealizzazione contrapposta alla realtà, la perfezione di un amico immaginario a un viso sfigurato da una granata, ed è proprio quando Jojo accetta se stesso e la sua condizione che può accettare Elsa e quella che ritiene essere la sua razza: un messaggio non da poco al giorno d'oggi.

 

Pur con qualche difetto Jojo Rabbit non solo diverte e intrattiene come ogni commedia grottesca ed esagerata deve fare, ma è un film denso di significati e dettagli ben costruiti che merita di essere visto.

 

Il 16 gennaio 2020 sarà distribuito in sala in Italia, e anche se potrà non incontrare il gusto di qualcuno toccherà qualche tasto che ogni tanto è bene toccare.

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7 commenti

Antonio Petta

3 mesi fa

Solo chi è capace di ironia si salverà, davvero bello

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Mike

3 mesi fa

davvero emozionante! Ridi e un momento dopo ti arriva un pugno nello stomaco! Bellissima recensione!
Se non ti disturbo potrei farti delle domande sul corso di ingegneria del cinema? Grazie mille in anticipo!

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Mike

3 mesi fa

non ho ben capito quali sono per te le scommesse non riuscite nel film, a cosa in particolare ti riferisci?

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Sara Pastura

4 mesi fa

Visto qualche giorno fa, mi fa fatta ridere con un’ironia delicata quanto un pugno nello stomaco.
Ho riso, ho pianto e mi sono emozionata come non facevo da un po’ per un film! Davvero bello!

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Daniele Farina

4 mesi fa

Visto due sere fa e mi è piaciuto tantissimo. Una satira fatta al punto giusto ma che ti colpisce nei momenti drammatici che si presentano in modo inaspettato.

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Gabriele Rovello

4 mesi fa

Visto ieri sera.
Davvero un bellissimo film.
Fa ridere moltissimo ed è proprio per questo che risaltano molto i momenti in cui il film ti assesta dei pugni allo stomaco micidiali.
Consigliatissimo

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Claudio Bertelle

6 mesi fa

Non vedo un solo motivo per non vedere questo film 😍

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