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Ad Astra, di James Gray: il vuoto cosmico - Recensione - Venezia 76

Sono 10 anni almeno che la fantascienza ha imboccato una china che si può tranquillamente definire esistenzialista. Non è certo insolito definire in questi termini il genere in questione, che nella sua deriva letteraria ha da sempre confrontato l'essenza di ciò che è umano con ciò che è alieno.

 

Film come Moon, InterstellarArrival hanno donato vero lustro al genere dimostrando come si possa intrecciare passionalità e rigore scientifico.

 

Assieme a First Man la maggior parte di questi seguono una direzione precisa, forse un monito - siamo nell'anno delle nuove missioni lunari - e cioè che ciò che sulla Terra si sta perdendo e incrinando potrà essere ritrovato grazie a un'operazione di riflessione - etimologicamente "un passo indietro per vedere meglio" - e quindi nello spazio. 

 

Tutte opere al passo con i tempi che per molti anni continueranno a parlarci.

Ciò che al termine di una singola giornata già non fa più Ad Astra, forse la più consistente delusione finora per chi scrive, qui alla Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia.

 

 

 

Brad Pitt è Roy, astronauta incaricato di raggiungere la base spaziale marziana per inviare un messaggio in direzione di Nettuno.

 

L'intero Sistema Solare è squassato da non meglio precisati picchi energetici che mietono già vittime sul nostro pianeta.

L'epicentro sembra essere il pianeta blu degli anelli, là dove 30 anni prima una missione guidata dal più blasonato degli astronauti starebbe cercando indizi su forme di vita extraterrestre.

 

Roy ha un ruolo chiave in questo tentativo disperato di contattare la base, e questo perchè il pioniere in questione è suo padre.

 

È così che si dipana il viaggio interiore di Roy in Ad Astra e un insistente voice over, che Terrence Malick avrebbe però sostenuto con immagini edeniche e non di certo con silhouette e spalle di Brad Pitt, ci racconta di fatto di un unico nodo irrisolto: l'abbandono del padre in giovane età, dedito com'era solo e soltanto al raggiungimento di un risultato nella sua professione e cieco alla ricchezza di ciò che già possedeva con sé nella sua vita, possiamo dire, terrena. 

 

 

 

 

L'abnegazione a un ruolo di ordine superiore (scoprire se l'umanità fosse sola) e la fissazione sui risultati negativi di tale operazione, contrapposte alla sua svalutazione di tutto ciò che, seppur positivo, fosse solo e soltanto ordinario.

 

Non costituisce certo spoiler anticipare che il ricongiungimento fra i due astronauti avverrà, francamente secondo dinamiche che mettono a durissima prova la più ferrea volontà di sospendere l'incredulità).

Un incontro che ha più le sembianze di un MacGuffin, se non fosse che Ad Astra non prosegue ulteriormente. 

 

Il regista firma così due ore di opera che non aggiungono di fatto nulla né alla filmografia di genere - nemmeno per quanto riguarda il comparto visivo, dove già dal trailer si potevano osservare una regressione nella qualità del fotorealismo di fondali e coreografie; vale la pena ricordare l'anno di produzione di Gravity, il 2013 - né tantomeno alla vocazione come già detto involontariamente esistenzialista di tali tematiche.

 

 



Non siamo certi di quanto sia importante il flebile messaggio di Ad Astra, certo possiamo scegliere invece di ammirare la quantità di input che in solo mezz'ora di girato in più ci avevano dato i film di Christopher Nolan e di Denis Villeneuve.

 

Il ruolo inesistente di Liv Tyler, per concludere, non giustifica la sua pur sempre gradita presenza al Lido.

 

Rimane il rammarico per uno dei film più attesi in concorso, del quale resisterà forse solo la poeticità del titolo. 

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1 commento

Benito Sgarlato

16 giorni fa

Peccato... già il trailer non mi aveva convinto granché, mi sembrava qualcosa di già visto.
Prima di andarlo a vedere recupererò gli unici due che non ho visto tra i film citati nell'articolo, Gravity e First Man; è un genere che mi ha sempre affascinato

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