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C'è una scena di Kontinental '25 in cui un’amica della protagonista cita Perfect Days.
È un momento breve ma significativo, perché suona come una strizzatina d'occhio al pubblico dei festival, uno di quei segnali che sembrano dire: "sappiamo tutti di essere qui" ed è curioso, perché nei suoi film migliori Radu Jude avrebbe probabilmente fatto a pezzi proprio quel tipo di ammiccamento.
In fondo, è un dettaglio che contiene gran parte della natura di Kontinental '25: un'opera più morbida, più accessibile e sorprendentemente convenzionale per un autore che si è imposto come una delle voci più imprevedibili e corrosive del Cinema europeo.
[Trailer ufficiale di Kontinental '25]
Girato interamente con iPhone e realizzato con la stessa troupe di Dracula, il film segue Orsolya (una straordinaria Eszter Tompa), ufficiale giudiziaria di Cluj-Napoca appartenente alla minoranza ungherese della Transilvania.
Durante l'esecuzione di uno sfratto ai danni di un uomo senza fissa dimora, la donna si ritrova indirettamente coinvolta in una tragedia.
Dopo pochi minuti Kontinental '25 smette di essere una cronaca e diventa un'elaborazione della colpa.
Orsolya attraversa la città parlando: con la polizia, con il marito, con amici, colleghi, uno studente universitario romeno con cui finirà a letto e infine con un sacerdote.
Ogni incontro aggiunge una prospettiva diversa sull'accaduto e trasforma il film in una lunga catena di conversazioni che accumula interpretazioni, giustificazioni, alibi e contraddizioni senza mai arrivare a una verità definitiva.
La struttura è semplice, ma efficace.
Come già in Sesso sfortunato o follie porno e in Do Not Expect Too Much from the End of the World, Jude utilizza il racconto per radiografare il presente, solo che stavolta rinuncia alla frammentazione, alle esplosioni metacinematografiche e agli eccessi provocatori.
Se prima urlava, qui sussurra.
[La protagonista Eszter Tompa in una scena di Kontinental '25]
Sotto la superficie apparentemente pacata continuano a muoversi tutte le sue ossessioni: il disagio abitativo, le disuguaglianze del capitalismo post-socialista, il nazionalismo strisciante, la religione come sistema di autoassoluzione morale e le tensioni etniche che attraversano l'Europa dell'est.
Orsolya stessa incarna una di queste fratture: ungherese in Romania, sospesa tra due identità che convivono senza amarsi davvero.
Anche la relazione con il suo giovane ex-studente romeno assume una valenza che supera quella erotica, diventando il punto d'incontro tra tensioni storiche, identità nazionali e differenze generazionali.
Jude non insiste mai sul simbolismo della situazione: lo lascia lavorare sottotraccia.
In mezzo a tutto questo all'inizio e a metà film compaiono alcuni dinosauri di plastica, presenze enigmatiche che la trama non spiega mai. Sono tra i pochi momenti in cui Kontinental '25 sembra aprirsi a qualcosa di più grande della propria struttura narrativa, lasciando spazio a un'ambiguità che arricchisce il racconto invece di chiarirlo, perché il vero centro del film non è tanto la morte che ne innesca gli eventi, quanto la colpa che le sopravvive.
Orsolya passa quasi due ore a cercare spiegazioni, assoluzioni e responsabilità.
Ogni conversazione rappresenta una possibile chiave interpretativa e ogni chiave si rivela insufficiente.
È qui che Jude colpisce più nel profondo: nella rappresentazione di quella che si potrebbe definire una burocrazia emotiva della tragedia, il modo in cui individui e istituzioni trasformano il dolore in linguaggio, opinione e ideologia.
La circolarità del film nasce proprio da questo movimento.
Ogni dialogo sembra avvicinare a una comprensione definitiva salvo poi riportare la protagonista allo stesso identico vuoto.
È una scelta coerente con il soggetto, ma anche il principale limite dell'opera. Alcuni dialoghi, soprattutto verso la fine, sfiorano infatti una dimensione più teorica che drammatica.
Il confronto con il sacerdote si avvicina a quella forma di didascalismo filosofico che il Cinema di Jude aveva spesso evitato grazie alla propria cattiveria satirica.
È qui che riaffiora quella sensazione di festival gaze che occasionalmente accompagna certa New Wave romena: film pensati più per essere discussi che vissuti.
Anche in una forma minore, però, Jude rimane Jude.
[Un frame da Kontinental '25]
Rimane la sua capacità di osservare il corpo sociale senza cercare scorciatoie emotive, il rifiuto di consolare lo spettatore e la volontà di mettere in scena contraddizioni invece di risolverle.
Per chi non conoscesse il regista, Kontinental '25 rappresenta probabilmente il punto d'ingresso ideale nella sua filmografia.
Per chi lo segue da Aferim! in avanti, assomiglia invece a un passo laterale più che a un'evoluzione.
Manca la furia iconoclasta di Sesso sfortunato o follie porno, manca l'energia anarchica di Do Not Expect Too Much from the End of the World e manca quella sensazione costante che il film possa esplodere da un momento all'altro.
Kontinental '25 è un film sulla difficoltà di comprendere ciò che non si riesce ad accettare.
Meno aggressivo, meno radicale e meno sorprendente del solito, ma comunque attraversato da quella lucidità politica e morale che continua a rendere Radu Jude uno degli autori più importanti del Cinema contemporaneo.
Non è a mio avviso il suo film migliore, anzi, ma è forse il primo in cui sembra più interessato ad ascoltare che ad accusare. Detto di Radu Jude, è già una piccola rivoluzione.
[articolo a cura di Shyla N.]
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