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Negli anni '90 un bambino cresce circondato da profondi segreti: gli uomini della sua famiglia muoiono troppo giovani, ma lui non è ancora in grado di capire il motivo.
Quando scopre che il suo cognome è un marchio, ha l'impressione di rivedere la propria vita nei film di gangster e horror che tanto ama, lo specchio della violenza che gli ha cambiato la vita.
Abbiamo intervistato il regista e sceneggiatore Loris G. Nese e la produttrice e montatrice Chiara Marotta.
[Trailer ufficiale di Una cosa vicina]
Shyla N.
Inizio facendo una domanda a Loris: il film è un'autobiografia che parte dall'infanzia negli anni '90, quando scopri il peso del tuo cognome in città e come il Cinema diventò specchio di una violenza che ha cambiato la tua vita: da dove nasce l'idea di raccontare te stesso da bambino per esplorare un'eredità familiare ingombrante?
Loris G. Nese
Nasce da ragazzino, con Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Brian De Palma: un Cinema di gangster che non blindava i personaggi in schemi precostituiti, ma cercava ambiguità.
In Mean Streets o Toro scatenato rivedevo le mie riprese familiari. Dieci anni fa, quando ho iniziato a produrre, questo è stato il primo progetto che ho scritto.
C'era anche una spinta politica: dopo Gomorra è nato un racconto della periferia campana che andava verso l'eroismo shakespeariano dei criminali o l'appiattimento della cronaca.
A me interessava lasciare indietro i fatti, dare allo spettatore la back story e poi spazio al presente, a ciò che quelle azioni hanno determinato sulle persone che restano.
C'era il mio bisogno personale di rispondere a domande che mi portavo da sempre; questo processo, che mette insieme regista e figlio, mi ha permesso di scoprire cose su di me.
SN
Nel film alterni animazione, archivio, filmati familiari e riprese documentarie: quale linguaggio ti ha messo più in difficoltà e quale ti ha sorpreso di più?
Loris G. Nese
La parte di fiction è stata la più complessa.
Il film nasce dagli spazi di Salerno, città di stratificazioni tra Medioevo, barocco, edilizia popolare, con un centro storico da signoria decaduta e una periferia in cui sono cresciuto.
Volevo un film disteso, senza troppo dialogo, ma mi sono scontrato con la necessità della parola. L'animazione è stata invece uno strumento incredibile: trasforma le paure in mostri concreti, rende visibili le emozioni.
Il gioco era gestire tutto questo per essere personaggio del film nei momenti di Cinema diretto, ma mantenere lucidità e controllo. Così è nata questa forma ibrida.
SN
Francesco e Mario Di Leva prestano la voce al film: è una scelta narrativa per distanziarti dalla tua storia, o anche un ponte emotivo con il loro vissuto da uomini del Sud?
Loris G. Nese
Entrambe: con Francesco il rapporto nasce da Z.O., il corto in cui già raccontavo queste dinamiche dietro personaggi di fiction; mi piace il suo ricorrere al Teatro e al Cinema per generare qualcosa di positivo nel suo territorio, Francesco è molto attivo sul sociale.
Con lui e Mario, padre e figlio, ho potuto costruire lo stesso personaggio che cresce nel tempo: condividono tratti genetici evidenti ma punti di vista diversi, come fossero la stessa persona a distanza di anni.
Questo mi ha permesso di mantenere una posizione esterna e il controllo tecnico che avrei perso usando la mia voce diretta.
SN
Il titolo Una cosa vicina a cosa si riferisce nel tuo percorso personale? Al dolore, alla verità, al Cinema o a qualcos'altro?
Loris G. Nese
Il titolo è stato scelto durante la lavorazione: volevo trovare delle verità, ricostruire una figura mancata, ma più mi avvicinavo, più quella verità mi sfuggiva.
Il film non è un tentativo di interpretare il passato, ma di trovare un dialogo con le persone che restano, per capire chi siamo oggi in rapporto a quel passato e per chiederci: come saremmo stati se le cose fossero andate diversamente?
SN
Dopo Venezia e questi premi, le domande che il film pone sulla tua storia ti sembrano ancora aperte o il processo autobiografico ti ha dato qualche risposta?
Loris G. Nese
Più che risposte, mi ha dato altre domande.
Il processo autobiografico parte dai corti: quattro cortometraggi in cui raccontavo pezzi della mia biografia, elaborandoli e discutendone in giro.
Questo film mi ha permesso di parlare in maniera serena della mia storia, portarla in sale cinematografiche - qualcosa che non sarei riuscito a fare dieci anni fa.
E non si ferma qui: sto già sviluppando un lungometraggio di fiction su due fratelli che crescono con una consapevolezza sulla loro famiglia; è tutto un processo ancora in corso.
[Un'immagine della parte in animazione di Una cosa vicina]
SN
Mi rivolgo ora a Chiara: produrre un film così intimo e autobiografico, che tocca ferite familiari e memoria collettiva del regista: come si trova il confine tra sostegno produttivo e rispetto per la dimensione personale del materiale?
Chiara Marotta
È alla base della fondazione di Lapazio Film sin dal 2018 e dai primi corti che abbiamo prodotto.
Presentando il progetto in corso di sviluppo, spesso ci consigliavano di focalizzarci sui temi della mafia, sulla cronaca: molto lontano da come volevamo realizzare il film.
Il nostro obiettivo è stato cambiare punto di vista, raccontare storie con radici vicine alla criminalità organizzata ma che si sviluppano in maniera completamente diversa, allontanandoci dalla cronaca.
SN
Sei montatrice e montatrice del suono: con questi salti tra animazione e archivio, il suono come funziona da collante?
Chiara Marotta
Il suono ha dato vita a immagini che di per sé non l'avevano.
Con il montaggio del suono, archivi che mostravano Salerno diventavano horrorifici grazie al sound design: l'acqua, con il tema dell'alluvione che genera la rottura della città in due anime, è stata ricostruita con suoni ricreati da zero, glitch degli anni '90, rumori che congiungevano anche con la musica di Raffaele Caputo.
È un tutt'uno tra immagine, sound design e musica, con temi che si sviluppano nel corso del film.
SN
Hai curato la ricerca d'archivio: cercavi corrispondenze tematiche con il passato di Loris o più che altro un'atmosfera, un'emozione?
Chiara Marotta
Entrambe le cose: gli archivi pubblici - Luce Cinecittà, Teche Rai, AAMOD [Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico - ndr], più un archivio anni '80 - servivano per raccontare Salerno come personaggio, figura genitoriale da cui scaturiscono i comportamenti di chi la vive.
Gli archivi privati dei genitori di Loris e i suoi filmati da bambino li abbiamo invece montati cercando attinenze con le riprese nuove: un intreccio che si è creato poi anche con l'animazione, con un incastro preciso tra passato e presente.
SN
Tu e Loris lavorate insieme da anni: quando un progetto tocca queste corde autobiografiche, il rapporto professionale cambia?
Chiara Marotta
Lavoriamo insieme dal suo primo corto.
C'è sempre stata una fortissima fiducia: Loris ha il coraggio di mettere in discussione il materiale in fase di montaggio, riscrivere la struttura, spostare scene, cambiare l'andamento emotivo.
Affidarsi a un'altra persona è fondamentale quando sei coinvolto dalla scrittura alla post-produzione.
SN
Concludo chiedendo una cosa a entrambi: il film ha vinto il Premio Andrea Pazienza, un autore che guardava al Sud con uno sguardo crudo e poetico insieme.
Vi sentite in dialogo con quella tradizione?
Loris G. Nese
Decisamente. Il mio primo aggancio con la voglia di raccontare storie viene dal fumetto: disegno da tutta la vita, al liceo scrivevo già cose autobiografiche a fumetti.
Poi ho cercato il Cinema per non stare solo a una scrivania, portandomi dentro le letture.
Tra le ispirazioni ci sono più fumetti che film: Pazienza, Marino Neri, Gipi - fondamentale per il racconto in prima persona.
La cosa comune è la capacità di mettere insieme storia privata e pubblica, passato circoscritto ed emozioni universali.
Chiara Marotta
Mi piace che tu abbia usato "sguardo crudo e poetico", è una cosa che dico sempre a Loris.
I nostri film hanno uno sguardo crudo, non c'è voglia di addolcire, ma c'è anche lo sguardo poetico che fa da contrasto, quella voglia di sperimentare con la materia per dare emozioni.
La parte emozionale non è assente.
Anche per me Pazienza è stato una delle prime letture da giovane: ricevere quel premio è stato simbolico, un legame affettivo profondo.
[intervista a cura di Shyla N.]
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