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Sheep in the Box - Recensione: Kore'eda perde l'anima come il suo androide bambino - Cannes 2026

Il nuovo film del regista giapponese - Palma d'oro 2018 con Un affare di famiglia - sembra essere l'opera di un autore che vuole essere Kore'eda, ma che si dimentica cosa caratterizzi il suo Cinema 

Titolo originale: Sheep in the Box
Genere: Drammatico, Fantascienza
Regia: Hirokazu Kore'eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore'eda
Cast: Haruka Ayase, Daigo Yamamoto, Rimu Kuwaki
Distribuzione: Lucky Red, BIM Distribuzione
Uscita Italia: TBA
Durata: 126 minuti
Paese: Giappone

C'è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore'eda in concorso al Festival di Cannes 2026, sembri il film di un autore che si ispira a Kore'eda, ma che non ha afferrato cosa davvero caratterizza il suo Cinema. 

 

Un regista che ha costruito la sua carriera raccontando famiglie imperfette, nuclei affettivi precari e legami scelti con dolore, qui gira un film che assomiglia a quanto ha fatto finora, ma nel quale a mio avviso manca qualcosa di essenziale: l'anima. 

 

[Trailer ufficiale di Sheep in the Box]

 

 

Sheep in the Box è ambientato in un futuro prossimo in cui i droni per le consegne sono la normalità e il lutto può essere esternalizzato a un'azienda.

 

Otone (Haruka Ayase) e il marito Kensuke (Daigo Yamamoto) hanno perso il figlio Kakeru in un incidente. 

Vengono contattati dalla REbirth, società specializzata nella creazione di repliche umanoidi dei propri cari defunti; il servizio è gratuito per chi ha perso qualcuno in circostanze violente o accidentali: una scelta narrativa inquietante, che il film accenna e poi abbandona, lasciando lo spettatore che ha visto A.I. - Intelligenza artificiale di Steven Spielberg e l'episodio di Black Mirror intitolato Be Right Back con l'idea di aver già visto il tema, sviluppato meglio.

 

Kore'eda mette in scena la presentazione aziendale con la sua consueta morbidezza, ma sotto le superfici color pastello si nasconde qualcosa di agghiacciante: il dolore reimpacchettato per la fidelizzazione del cliente. 

 

Kensuke è scettico, chiama l'umanoide prima "Tamagotchi" e poi "Roomba", con un'ironia difensiva che è tra le cose più vive del film.

Otone, invece, sceglie di crederci fino in fondo, come se si autoconvincesse che da qualche parte, dentro quell'androide bambino, sopravviva ancora un briciolo dell'anima del figlio. 

Quando l'umanoide arriva a casa e si rivolge ai due come "mamma e papà" e qualcosa si rompe nell'equilibrio domestico e anche nella struttura narrativa: da lì in poi secondo me Sheep in the Box comincia a perdere il filo. 

 

Il confronto con A.I. del 2001 è obbligatorio - e lo stesso film lo riconosce implicitamente, tra scelte fotografiche e di composizione - ma le analogie si esauriscono presto: Spielberg costruì la sua fantascienza sentimentale con una precisione quasi crudele, trascinando il protagonista verso degli abissi emotivi da cui non c'era via d'uscita, portando lo spettatore a viaggiare nei gironi di un Inferno 2.0 assieme al piccolo protagonista.

 

 

Kore'eda, al contrario, sceglie di ammorbidire ogni spigolo, di risolvere ogni contraddizione con calore e di rassicurare dove dovrebbe invece inquietare.

 

 

[La famiglia non ordinaria di Sheep in the Box]

 

 

La deriva degli androidi verso l'autonomia e la consapevolezza di sé ricorda inevitabilmente anche Blade Runner e il recente After Yang di Kogonada, mentre il sottotesto sul rapporto tra natura e costruzione artificiale rimanda allo stesso territorio del koreediano Air Doll, ma Sheep in the Box mi è parso non avvicinarsi a nessuno di questi precedenti, rimanendo spesso superficiale e - personalmente incredibile per quanto riguarda Kore'eda - poco emozionante.

 

Dal secondo atto in poi il film introduce continuamente nuove linee narrative per poi abbandonarle quasi subito, appoggiandole senza esplorarle fino in fondo e risultando dunque incompiuto. 

L'ingresso di nuovi personaggi e nuove sottotrame non è accompagnato da alcun lavoro di preparazione emotiva, così da rendere ogni sviluppo narrativo inerte, e la sottotrama degli adolescenti-robot che si organizzano in una comunità autonoma nel bosco sembra uscita da un film completamente diverso, per concludersi in maniera che mi spingo a definire grottesca. 

 

Ovviamente data la mole dell'autore in questione l'opera non è priva di lampi, soprattutto quando prova a scandagliare la vulnerabilità dei genitori rimasti orfani di un figlio, i loro sguardi perduti, la certezza che niente più sarà mai come prima, quella posizione in bilico tra l'accettazione del lutto e la sua negazione, uno stato emotivo che non ha eguali nella vita di una persona e che proprio per questo mi aspettavo venisse esplorato maggiormente. 

Le interpretazioni in generale sono effettivamente da applausi, la colonna sonora fa un gran lavoro per sopperire alle mancanze del racconto e a fotografia che insiste sul dualismo tra architettura contemporanea e natura boscosa contribuisce a un senso di coesione tematica che la sceneggiatura non riesce a sostenere da sola.

 

Il titolo del film viene da Il Piccolo Principe: la pecora nella scatola, invisibile ma immaginata, reale solo perché creduta tale.

 

È una bellissima idea che dice qualcosa di preciso sul Cinema di Hirokazu Kore'eda, ma in questo caso l'immaginazione non basta a colmare il vuoto. 

Sheep in the Box è un film che vorrebbe fare molte cose insieme: un'elegia sul lutto, un'esplorazione della coscienza artificiale, una riflessione sul confine tra guarigione e negazione, una metafora del dolore sostituito dall'ordine, ma in fin dei conti è come se non ne facesse nemmeno una.

Rimane in un limbo non coraggioso abbastanza per spingersi nelle zone scomode, né onesto abbastanza per accontentarsi della semplicità. 

 

Per un regista capace di estrarre profonde contraddizioni emotive dalla vita ordinaria e che ha già dimostrato di padroneggiare e decostruire il concetto di "famiglia", Sheep in the Box è una delusione che fa male proprio perché si sente quanto di più il materiale avrebbe potuto dare in mani così esperte. 

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