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Pupi Avati torna sul grande schermo il 30 aprile con Nel tepore del ballo e ribadisce il suo territorio: memoria, rimorso, fantasmi.
Solo che qui il sogno arretra e la realtà prende spazio, più dura, meno conciliatoria: è un film che guarda indietro senza protezioni e lo fa bruscamente.
[Trailer ufficiale di Nel tepore del ballo]
Nel tepore del ballo racconta la storia di Gianni Riccio (Massimo Ghini), volto televisivo all’apice, travolto da uno scandalo finanziario.
Il suo arresto è un mero innesco che serve a riportarlo nella città natale e a riaprire conti lasciati sospesi (genitori scomparsi troppo presto, un primo amore sacrificato alla carriera, una versione di sé rimossa dal successo).
La traiettoria è lineare, ma il film lavora per sottrazione, più sugli stati d’animo che sugli snodi: con lo sviluppo della trama Avati si incupisce, quasi si dissecca.
La sua cifra stilistica è evidente nell’incipit grazie a musica, fotografia calda e attenzione ai dettagli - come la locandina di Eccezzziunale... veramente fuori dal cinema - poi tutto vira: i colori si spengono, la messa in scena si irrigidisce fino alla palette carceraria.
L’espediente del carcere è utile anche per un altro scopo del regista: le riprese delle telecamere di sorveglianza della struttura di detenzione ci dicono che, studio o cella, chi è ripreso si svuota e diventa immagine, fantasma.
Il tema del diventare fantasmi è palpabile anche nelle scene di trucco nei camerini, dove si ha la sensazione che i corpi vengano “preparati” più che raccontati: come fossero già defunti, a rispecchiare il vuoto interiore che caratterizza il mondo televisivo che il regista porta sul grande schermo.
[Giuliana De Sio e Massimo Ghini in una scena di Nel tepore del ballo]
La dolcezza riaffiora solo quando la storia abbandona lo spettacolo in favore della vita fuori dagli schermi, quella a cui il protagonista tenta di fare ritorno, riavvolgendo il nastro a prima che la carriera lo spingesse a perdersi - metafora, quella del nastro riavvolto, che si spiega meglio guardando il film.
Il dialogo con il reale passa dai volti noti: Pascal Vicedomini, Bruno Vespa e Jerry Calà interpretano sé stessi in chiave poco indulgente.
La TV non è rifugio e sicurezza, ma una macchina che consuma i suoi protagonisti tanto quanto gli spettatori.
Il nucleo resta profondamente avatiano: un’infanzia orfana e irrisolta. I morti continuano a parlare (in questo caso attraverso vecchie registrazioni audio) offrendo una consolazione fragile e intermittente.
Dopo il David di Donatello alla carriera nel 2025 per Pupi Avati, Nel tepore del ballo suona come un film che interroga la propria eredità: non chiude, non spiega tutto, lascia vuoti.
Una scelta coerente, non accomodante.
[articolo a cura di Shyla N]
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