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Ghost Elephants - Recensione: una gioiosa ossessione

Il nuovo documentario di Werner Herzog è una reiterazione, anche gioiosa e ironica, dei temi che ne hanno costellato la carriera

Titolo originale: Ghost Elephants
Genere: Documentario
Regia: Werner Herzog
Sceneggiatura: Werner Herzog
Cast: Steve Boyes, Kerllen Costa, Xui 
Distribuzione: Disney+ 
Uscita Italia: 8 marzo 2026 
Durata: 99 minuti
Paese: USA

Ghost Elephants è l'ennesima conferma che il Cinema di Werner Herzog rappresenta ancora uno dei mezzi più puri ed efficaci per osservare l'ossessione umana; il nuovo documentario del veterano tedesco è, infatti, una nuova iterazione della sua poetica, più che mai pervasa da una rinnovata ironia.

 

Non è un caso che il film presentato in occasione della consegna del Leone d'oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 sia stato proprio Ghost Elephants, che rappresenta l'opera perfetta per una gioiosa celebrazione della carriera e della visione di Herzog.

 

[Trailer ufficiale di Ghost Elephants]

 

 

Ghost Elephants mette al centro del proprio racconto la natura estrema, i personaggi fuori dal mondo e la febbrile mania che li pervade.

 

Sarebbe quindi riduttivo dire che l'oggetto della ricerca di Herzog siano solo i cosiddetti elefanti fantasma, una specie di elefante di enormi dimensioni la cui esistenza sembra avvolta più dalla leggenda che da effettivi riscontri di ricerca scientifica. 

Protagonisti del film sono soprattutto Steve Boyes e la sua ossessione per questa specie di elefanti tanto sfuggente quanto mitologica.

Assieme a lui ci sono Kerllen Costa, esploratore di National Geographic, e i tracker angolani che aiuteranno la spedizione a orientarsi alla ricerca di questi mastodonti nel cuore impervio e quasi inesplorato delle foreste dell'altopiano angolano, nella regione di Lisima.

 

Sin dall'apertura del documentario, che mostra un Boyes quasi prostrato e in estasi ai piedi di una ricostruzione di un gigantesco elefante - inquadrato con un lirismo tanto sfacciato da risultare ironico - comprendiamo che, stavolta, compagna di viaggio del regista e dei suoi sodali sarà anche una vera e propria gaiezza nell'esplorare, che man mano si impadronirà del racconto in maniera più sfacciata ed evidente.

 

 

[Steve Boyes ed Henry: due dei protagonisti di Ghost Elephants]

 

 

Il suo desiderio è meno corrosivo e totalizzante di quello dei classici eroi herzoghiani: a dominare la scena non ci sono le follie tanto abnormi da sfociare nella stortura di Aguirre, Cobra Verde e Fitzcarraldo, né il senso di straniamento e sfiancante pericolo che pervade Grizzly Man.

 

A differenza del classico eroe della filmografia di Herzog, il protagonista di Ghost Elephants si trova ai confini della società perché intende esplorare oltre, ampliarli, espandere la conoscenza collettiva, oltre che per soddisfare un'enorme ambizione individuale. Non è nato su quel limite, come Kaspar Hauser, né ci è stato sospinto dalla propria dimensione umana innatamente fuori dall'ordinario: più che rappresentare una figura prometeica, Boyes si ritrova a bazzicare il confine per lavoro, come fosse un doganiere della ricerca scientifica.

 

L'enorme riproduzione con cui si apre il film, affettuosamente chiamata Henry dai ricercatori dello Smithsonian National Museum of Natural History di Washington, è la ricostruzione di un unico esemplare, abbattuto nel 1955 in Angola dal cacciatore ungherese Josef J. Fénykövi, effettuata a partire dai resti di un elefante alto oltre 4 metri, resti tuttoggi conservati nel museo della capitale statunitense senza essere esposti al pubblico.

Si tratta dell'unica prova dell'esistenza della specie che dà il titolo a Ghost Elephants: una stella polare, ma anche un saldo contrappunto, che ancorano alla realtà le ambizioni dell'opera e del suo protagonista.

 

Se la ricerca si situa all'intersezione tra il mito e la scienza, nella narrazione di Ghost Elephants si apre lo spazio per la scoperta delle comunità indigene angolane, delle loro usanze, delle loro danze e delle loro tecniche di sopravvivenza in un ambiente tanto impervio.

La voce di Herzog, che si insinua tra le pieghe del racconto come ormai ci ha abituati, è spesso pervasa da una venatura divertita e da riflessioni tanto profonde quanto naïf sul viaggio che sta compiendo, sui suoi compagni, sulla terra e sulle società in cui viviamo. 

 

Non è, dunque, un caso che se in Ghost Elephants - che può essere interpretato come un'enorme battuta di caccia a degli autentici Moby Dick della foresta angolana, eseguita con le cineprese anziché con le armi - a fornire le uniche testimonianze video di quelli che sembrerebbero essere le creature protagoniste dell'opera sia una ripresa effettuata da uno smartphone, divenuto punto di congiunzione tra la natura più incontaminata e il progresso umano, tra ambizione cinematografica e necessità di catturare il momento.

 

 

[La convergenza tra più tipi di riprese è uno dei punti forti di Ghost Elephants]

 

Un'ennesima testimonianza di come anche elementi apparentemente posti su poli opposti possano contribuire in egual misura all'esplorazione: la ricerca della verità estatica, fine ultimo del Cinema di Werner Herzog, si compie così nuovamente in Ghost Elephants, innervata più che mai dalla linfa vitale del sorriso e dalla rinnovata consapevolezza che quei limiti, su cui il regista tedesco è solito situarsi, sono fatti per essere ridefiniti ogni volta.

 

Malgrado la mancata uscita cinematografica rappresenti uno smacco a un'opera di questa grandezza, che si nutre della maestosità dei propri scenari per avvolgere lo spettatore, la visione di Ghost Elephants in occasione della sua uscita streaming su Disney+ resta d'obbligo.

 

Si tratta, infatti, dell'ennesimo imperdibile tassello di un mosaico cinematografico che Werner Herzog ha minuziosamente cesellato in quasi 60 anni di carriera.

____ 

 

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