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Return to Silent Hill sembra un'eco della Hollywood dei primi anni 2000, quando le produzioni volevano capitalizzare sull’enorme bagaglio pop derivato dal gaming senza avere alcuna idea di come farlo.
Non vi mentirò dicendo che da Return to Silent Hill mi aspettavo grandi cose, ma al tempo stesso speravo che il Cinema vivesse in questa produzione e che dopo la nuova wave horror del recente passato, portata avanti da A24 e da una scuderia di nuovi interessanti autori, i tempi fossero maturi per trovare in sala un adattamento di Silent Hill 2 degno di tale nome.
Nel 2024 uscì un grandioso remake di Silent Hill 2, il cui successo di critica e pubblico rimise al centro il franchise.
Prima di quel lancio, Return to Silent Hill venne presentato da Konami con tanto orgoglio, disconoscendo l’orribile Silent Hill: Revelation uscito nel 2012 seguendo l’onda del Cinema 3D e nauseando chiunque; l’opera contava nel cast Kit Harington, Malcolm McDowell, Carrie-Anne Moss e Sean Bean.
Prima di andare oltre, ci tengo a mettere in chiaro le cose: Return to Silent Hill è un purosangue della disgrazia a 24 fotogrammi al secondo, il cui unico obiettivo sembra quello di distruggere una delle più grandi opere orrorifiche della Storia e attentare al Cinema di genere, protagonista nel recente passato di una straordinaria rinascita.
Facciamo però un passo indietro.
Questa recensione non è solo per i fan della saga, quanto per tutti gli appassionati di Cinema, anche quelli che non hanno mai impugnato un controller in mano e vorrei quindi spiegare prima di tutto il peso artistico di Silent Hill, in particolare del leggendario secondo capitolo della saga, al centro di questo nuovo film.
Chiaramente taglierò molti angoli e sarò sommario, perché questa recensione non è e non vuole essere una lezione di Storia di gaming.
Silent Hill 2, come gli altri capitoli della saga, propone uno stilema di horror psicologico molto particolare e che gli amanti del Cinema comprendono molto più di quanto un giovane videogiocatore possa fare.
Il team dietro lo sviluppo dell’IP si è ispirato molto alle logiche di David Lynch per poi contaminarle con stilemi di stampo nipponico e asiatico, in senso più ampio.
Per certi versi Silent Hill è una fusione tra David Lynch, le regole orrorifiche classiche di Stephen King e innegabilmente quelle del suo Maestro Richard Matheson.
In tal senso, la storia di Silent Hill 2 si apre in un punto nel tempo che disconnette completamente il giocatore dalla realtà, perché questa nell’avventura non è pervenuta.
James, protagonista della storia, è nel bagno di una piazzola di sosta lungo una strada panoramica che dà sulla città costiera di Silent Hill, ridente cittadina del Maine (ciao Stephen King!)
La struttura è fatiscente, illuminata da un timido neon, il volto di James è provato e quando esce sul promontorio troviamo una vista coperta dalla nebbia da cui spiccano infiniti alberi (ciao Twin Peaks!)
La macchina di James è trascurata e il tunnel che dovrebbe attraversare per raggiungere Silent Hill è sbarrato come se la città fosse stata abbandonata e chiusa militarmente dopo una catastrofe.
L’unica via di accesso è una scalinata che dalla piazzola di sosta conduce giù verso la fitta nebbia e un passaggio boschivo silenzioso.
Quel luogo, un tempo solare, è stato scenario di infiniti ricordi felici con la moglie Mary, defunta da diverso tempo dopo una lunga malattia lasciando James macerare in un lungo e doloroso cordoglio.
James è tornato a Silent Hill dopo aver ricevuto una lettera inviata dalla moglie morta e, senza nemmeno discutere l’assurdità, vuole disperatamente trovarla.
La realtà in Silent Hill è già fortemente compromessa e il giocatore non può che porsi infinite domande.
Come insegna Stephen King “le spiegazioni servono a ben poco. Sono antitetiche alla poesia del terrore” e difatti siamo fin da subito a contatto con una storia che ha molto poco di razionale: il bagno in uno stato di totale abbandono, il tunnel da fine del mondo e la lettera inspiegabile (un po’ come le VHS di Strade Perdute).
Scendendo le scale verso Silent Hill ha inizio un viaggio, una sorta di flusso di coscienza narrativo dalle tinte horror; una struttura di storytelling che ricorda molto Fuoco cammina con me o Inland Empire.
James naviga un mondo via via sempre più opprimente e oscuro, popolato da mostri che sono manifestazione metaforiche dei suoi peccati e del suo sé.
In tal senso Silent Hill 2 vive fortemente di misticismi e metafore, perché tutto all’interno della storia è un’allegoria orrorifica delle verità dietro la storia di James, dietro quella di Mary e di ciò che nasconde il dolore dietro la sua dipartita.
La stessa cittadina di Silent Hill e tutto quello che vediamo dall’inizio alla fine, i personaggi che incontriamo con i loro demoni e le loro inquietanti storie, non sono altro che una manifestazione orrorifica, una sorta di spazio onirico da incubo o una discesa dantesca verso l’inferno, che piega la realtà.
Il nostro mondo reale non esiste: siamo fin da subito in un luogo terzo, uno spazio "oltre" che appartiene a James.
[Da Silent Hill 2 (2024)]
Silent Hill 2 è un’opera di pura oscurità.
Non ha luce alcuna e la logica kinghiana si fonde a quella lynchiana fatta di simbolismi, immagini, racconto per sensazioni e un costrutto narrativo che non ha sempre un incedere “logico” per come lo possiamo intendere in una lineare storia in tre atti.
Stiamo scivolando per un lungo incubo, frammenti della nostra vita e logiche del sogno si intrecciano in Silent Hill; il protagonista non cerca una ragione razionale, ma una risposta ai suoi turbamenti e forse una redenzione per i suoi peccati e le sue mancanze.
Il dubbio è che potrebbe non trovarla mai, mentre echi del suo passaggio lungo uno spazio surreale suggeriscono l’idea che sia tutto una sorta di incubo ricorrente che non si cancella, ma si aggiorna.
I giocatori amano Silent Hill 2 visceralmente, perché come avviene nel cinema lynchiano, e come suggerisce King, il mistero e il non detto sono il motore di tutto, lasciando che sia il fruitore a mettere insieme i pezzi e a tirare le proprie conclusioni riguardo la vicenda.
Credo che indipendentemente dalla vostra familiarità con il mondo del gaming, Silent Hill 2 abbia tutto il potenziale per solleticare l’interesse degli amanti del Cinema di genere.
Return to Silent Hill si convince di poter adattare per il grande schermo quella che mi sento di poter tranquillamente definire come una delle migliori opere horror mai create; non parlo unicamente del gaming ma anche di Cinema, letteratura e televisione.
Lo fa riportando Christophe Gans alla regia, autore di un discreto primo adattamento dell’IP, ma il risultato, come anticipato, è devastante!
[Trailer ufficiale di Return to Silent Hill]
Return to Silent Hill mette tutto in mano a un regista che non ha molto da dire nella Settima Arte e piuttosto che cercare A24 si affida a Victor Hadida in produzione, la cui compagnia Davis Films ha messo le mani in capolavori immortali quali Resident Evil: Welcome to Raccoon City, la cui pregevole fattura sembra quasi voler accelerare la morte dell’esperienza cinematografica, Hellboy: L’uomo deforme, l’ennesimo tentativo di partecipare a una gara, indetta da nessuno, di Peggior Adattamento di Hellboy di Sempre, The Crow, reboot del franchise uscito nel 2024 che ha il merito di aver ucciso definitivamente l’opera immortale di James O’Barr e Red Sonja, adattamento dell’omonimo fumetto amato da chiunque si trovi chiuso in una camera iperbarica per due settimane senza Wi-Fi e con una copia del film come unica distrazione.
Se avete avuto la sfortuna di vedere una di queste opere, vi renderete conto che ci sono tutti i presupposti per sprecare una grande occasione come solo i fuoriclasse sanno fare.
Dimenticate tutto quello che vi ho raccontato riguardo il franchise, nello specifico rispetto al suo secondo capitolo, perché Return to Silent Hill ha dalla sua un trittico di sceneggiatori che andrebbero studiati.
Christophe Gans, William Josef Schneider e Sandra Vo-Ahn decidono che in Silent Hill c’è troppa qualità: il potenziale è fuori scala e il canovaccio di Return to Silent Hill non può e non deve mettere in difficoltà le scarse capacità artistiche del suo regista che, infiltratosi nel team di sceneggiatura, compie un atto terroristico verso allegorie orrorifiche, umori da horror psicologico, metafore sul sé e via discorrendo.
Con un bulldozer creativo il team appiattisce la storia, banalizzando il concept e distruggendo ogni possibilità di mettere a disagio il pubblico o anche solo di regalargli un fremito.
Return to Silent Hill va contro King, Lynch e Silent Hill stesso: cercando una spiegazione all’orrore resuscita il cliché della setta, del protagonista artista (nel caso, un pittore) che deve salvare la sua amata, rispolvera il trope del personaggio principale in cura dallo psichiatra e che beve come non ci fosse un domani.
Per cercare di inquinare le acque e nascondere le prove di questo efferato omicidio, Return to Silent Hill si popola di citazioni e riferimenti all’opera originale, con la convinzione che il pubblico sia così mentalmente annichilito da lanciarsi in scroscianti applausi.
Return to Silent Hill eredita alcuni meccanismi dal primo film e in maniera del tutto inspiegabile ritorna la cenere che ricopre la cittadina, così come la sirena che converte l’intera città in uno spazio infernale popolato da mostri, avviando una fiera della brutta CGI che trasforma la messa in scena in un parco degli orrori posticcio e indifferente per lo spettatore.
Il film è tremendamente pigro, ma soprattutto insapore.
[Un'immagine da Return to Silent Hill]
Il Cinema del recente passato ci ha regalato straordinarie opere horror, portando all’attenzione del grande pubblico nuovi autori.
La Settima Arte ha ritrovato il gusto per l'orrore che per lungo tempo si era perso, poiché proprio autori come Christophe Gans avevano dato una connotazione unicamente ludica e da popcorn al filone del terrore, andando in controtendenza a quanto costruito dalla New Hollywood e togliendo la cura per la regia e la ricerca di una certa poesia.
Return to Silent Hill viene presentato come un horror dal “modesto” budget di 23 milioni di dollari, tuttavia di recente abbiamo visto Longlegs realizzato con circa 10 milioni di dollari, Scappa - Get Out che è costato meno di 5 milioni di dollari, The Lighthouse 11 milioni, A Quiet Place circa 17 e The Substance 18 milioni di dollari.
Questo film poteva sicuramente trovare un sistema per rendere un po’ meno stretti quei 23 milioni, che sono indubbiamente un budget da gestire per un film con diverse location e una production design non indifferente.
Il problema di Return to Silent Hill però non risiede certo nella povertà dei suoi mezzi e casca prima di tutto nella sua scrittura e in seconda battuta nella messa in scena di Gans che, volendo essere morbido, posso definire come poco ispirata.
I quadri di Return to Silent Hill sono dozzinali e persino una banalissima scena di un protagonista con una barba finta, che a monte poteva essere gestita diversamente su un piano concettuale, trasforma la messa in scena in uno sketch del Saturday Night Live, dove tutto è posticcio per amore di commedia.
Gans fallisce nel dare qualsiasi sensazione, non esiste alcuna forma di poesia dell’immagine e inquadrando una macchina che affonda in un lago riesce a non dare drammaticità, non solo inserendo il letto del lago che rende poco evocativa la scena, ma impiegando una computer graphic che paradossalmente è meno incisiva di quella vista nel videogioco.
In linea generale la pasta di tutto Return to Silent Hill è imbarazzante, con dei flashback che oltre a urtare lo spettatore con la loro scrittura attenta alla sua cornea con una fotografia che ricorda il salotto di Pomeriggio Cinque.
[in Return to Silent Hill il design di Piramid Head c'è, ma il senso no!]
L’intera produzione di Return to Silent Hill è minata proprio dalla totale assenza di pensiero artistico alla base.
Molti personaggi secondari, che servono quel concetto di narrazione metaforica utile a dare dimensione a cosa sia Silent Hill, vengono messi in scena come delle macchiette e tutto diventa posticcio, una sorta di pantomima che vorrebbe prendersi sul serio.
Questa criminale operazione votata a banalizzare il concept di Silent Hill 2 esplode nell’ultimo atto di Return to Silent Hill, che mostra la corda portando luce in una storia che non ne ha e non dovrebbe averne.
Return to Silent Hill è quello che accade quando ogni reparto di un film lavora senza profondere una briciola di ricerca artistica e il risultato non è solo un adattamento che può indispettire i fan di Silent Hill, ma un film senza alcuna ragione di esistere se non il triste tentativo di capitalizzare senza alcuno sforzo su una proprietà intellettuale molto amata.
Return to Silent Hill svanisce nel nulla: se proprio volete vedere disperazione, freddo, abbandono e senso di smarrimento, durante una giornata di nebbia andate in gita a Lodi.
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