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Nostalgia - Recensione: il labirinto di ricordi di Mario Martone

“Ma cosa avete contro la nostalgia? È l’unico svago che resta a chi è diffidente verso il futuro”. 

 

Questa frase pronunciata da Romano durante il suo monologo ne La grande bellezza codifica un approccio positivo nei confronti della nostalgia, specchio di un modo di vivere che guarda molto al passato, ai ricordi, al tempo che fu.

 

Non è un caso che il film sia stato scritto da Paolo Sorrentino, regista che lo scorso anno ha presentato alla Mostra del Cinema di Venezia È stata la mano di Dio, opera pregna di nostalgia verso una città, una famiglia e un intero periodo storico.

 

[Il trailer di Nostalgia]

 

 

Il nuovo film diretto da Mario Martone in concorso al Festival di Cannes 2022 è una sorta di controcampo di È stata la mano di Dio, in quanto la rievocazione del passato assume la forma degli spazi angusti del rione Sanità, soffocando perciò il mare aperto che era protagonista del lungometraggio di Paolo Sorrentino

 

Felice (Pierfrancesco Favino) è un imprenditore edile che torna a Napoli, sua città natale, dopo quarant’anni.

I motivi che lo hanno spinto a lasciare temporaneamente sua moglie e la sua impresa in Egitto sono due: la madre e il suo amico Oreste.

 

Nostalgia inizia quindi con un viaggio verso/nel passato, un luogo che può sembrare inizialmente oscuro ma che una volta conosciuto si rivela avvolgente e pieno di fascino.

 

“Le radici sono importanti” diceva Suor Maria nel finale de La grande bellezza, un insegnamento che Felice vuole far suo, dato che appena arrivato in città si prende cura della propria madre, ormai in punto di morte.

Il personaggio interpretato da Favino, in una scena che per spazi e movimenti dei corpi ricorda la Pietà di Michelangelo, lava chi gli ha dato la vita, un gesto con un significato duplice: estrema unzione e battesimo.

 

La nostalgia perciò inizia a popolare il cuore di Felice, all’inizio restio perfino a parlare l’italiano, conducendolo nelle viscere di quel rione che da giovane lo ha formato, inglobandolo a sé per poi sputarlo per terra.

Il film di Mario Martone diventa allora un noir che per atmosfere ricorda il Cinema di Jean-Pierre Melville, lavorando sulla scoperta della città e dei personaggi.

 

Questa ricerca ossessiva del passato confluisce per Felice verso due personaggi, il prete Don Luigi (Francesco Di Leva) e l’amico, ora Boss della malavita, Oreste (Tommaso Ragno): Nóstos-ritorno, Algia-dolore, Don Luigi simbolo del primo, Oreste del secondo.

 

 

[Francesco Di Leva è stato protagonista ne Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone]

 

Con il passare del tempo e sotto la guida del parroco del Rione Sanità, Felice si innamora nuovamente della città, capendo che non è cambiata per niente, così come dopo quarant’anni anche lui inizia a far suo nuovamente il dialetto e il modo di approcciarsi alle persone.

 

Il linguaggio, come ci insegna Arrival e perciò l’ipotesi di Sapir-Whorf, cambia il pensiero delle persone: se prima Napoli era vista come un luogo labirintico, respingente, ora è un posto dove poter comprare casa.

 

Felice muta con fare camaleontico e Favino si adegua di conseguenza, passando dall’accento prettamente egiziano a una parlata tipicamente napoletana, in un contrasto che mostra tutta la bravura dell’attore romano nel cambiare più volti anche durante il film stesso.

 

 

[Favino si candida come uno dei favoriti per la Migliore Interpretazione Maschile al Festival di Cannes 2022]

 

Il ritorno è però legato indissolubilmente al dolore e il passato spesso può essere lancinante se affrontato direttamente.

 

La voglia di redenzione di Felice va quindi a scontrarsi con la rassegnazione di Oreste per un rapporto irrecuperabile - attraverso dei flashback abbastanza gratuiti vediamo la loro adolescenza passata assieme - che può vivere solo attraverso, appunto, la nostalgia: la parola che dà il titolo al film. 

 

Mario Martone orchestra attraverso una regia risoluta un’opera che rende Napoli protagonista, simbolo di quel sentimento che è illusione e dolore, falso ricordo nella quale perdersi per riappropriarsi di sé stessi.

 

Come simbolicamente ci viene suggerito dalla frase di Pier Paolo Pasolini a inizio film: “La conoscenza è nella nostalgia, chi non si è perso non possiede”.

 

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