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Cry Macho - Recensione: viaggio nella vecchiaia di un cowboy - TFF39

Cry Macho, l'ultima fatica del regista novantunenne Clint Eastwood, è insieme a Sull'isola di Bergman uno dei titoli più attesi delle sezioni fuori concorso di questo 39° Torino Film Festival

Da sempre il regista di San Francisco è molto amato sotto la Mole: pochi anni fa presentò proprio in questo festival il suo Sully (2016). 

 

Cry Macho è stato accompagnato dal documentario Clint Eastwood: l’eredità cinematografica, disponibile a noleggio su Prime Video

 

Clint Eastwood, piaccia o meno, ha segnato indelebilmente il Cinema a stelle e strisce: il suo essere anello di congiunzione tra il periodo classico, l'esperienza europea e nordamericana degli anni '60 e '70 e il mondo contemporaneo ha sempre saputo toccare le corde giuste del pubblico.

 

In Cry Macho l'autore mette in atto un vero e proprio ritorno alle origini: dal western era partita la sua carriera da attore e al western ritorna, per quello che potrebbe essere il suo ultimo film.

 

Il lungometraggio visto in anteprima al Torino Film Festival - che potrete trovare nelle sale dal 2 dicembre - è una vera e propria chiusura del cerchio: nato sui set de Gli uomini della prateria, Eastwood ha attraversato il cinema di Don Siegel e Sergio Leone, esordito alla regia firmando vari western, fino a reinventare il genere con Gli Spietati.

 

Ora, dopo anni, ritorna in sella a un cavallo per interpretare un cowboy. 

 

[Il trailer di Cry Macho in uscita nelle sale]

 

 

Cry Macho racconta la missione di Mike Milo (Clint Eastwood) che, per ripagare un debito d'onore, va in Messico a recuperare il figlio del suo vecchio capo Howard, che è finito nei guai: tra battaglie tra polli, liti e abusi da parte della madre il padre rivuole Rafo a casa.

 

Un classico road movie western, dove la struttura è consolidata e piuttosto chiara: prima bisogna cercare la preda e poi c'è il lungo e impervio ritorno assieme, come in Sentieri Selvaggi o in tanto altro Cinema classico, prima di un ultimo inaspettato colpo di scena.

 

Il legame tra la carriera di Clint Eastwood e l'eredità di John Wayne, John Ford e Howard Hawks è uno degli aspetti più interessanti di Cry Macho: il ritorno al genere e la forte componente visiva con cui lo espleta non sono solo un nostalgico ritorno, ma una vera e propria resa dei conti.

 

 

[L'agrodolce nostalgia che si prova guardando Cry Macho e un grande autore al tramonto è fortissima]
  

  

Il regista e attore è un simbolo del western: è stato il macho in quello classico, la maschera in quello spaghetti, il volto nel new hollywoodiano e infine l'uomo che ha coniato e reinventato il genere moderno.

 

Tutto cambiando stile e registro costantemente. 

Oggi torna in quel mondo di cavalli, onore, pistole e inseguimenti per distruggere la figura del macho autoproclamato e raccontare la nuova frontiera: una terra di confine da cui forse il ritorno a casa non è così dolce.

 

L'impianto visivo aiuta molto Eastwood con una fotografia interessante e che modernizza in parte il suo approccio al vecchio west: tra tramonti violacei controluce e una pulizia in pieno stile estetizzante degli anni post-2010.

 

Il vero obiettivo del film è distruggere il mito del machismo: Rafo infatti è così innamorato dell'idea di uomo forte che ostenta, da chiamare Macho persino il suo gallo.

 

 

[C'è spazio anche per l'amore in Cry Macho]
 

 

Chiaramente il ragazzo cerca una figura paterna mai avuta e prova a compensare un'infanzia difficile con il mito dell'uomo forte, ma Clint è lì per mostrare come tutti questi machos, in fondo, siano solo palloni gonfiati che il vecchio, claudicante e pragmatico cowboy mette in imbarazzo.

 

Il problema è che per portare avanti un discorso di questo tipo l'anti-macho deve essere estremamente credibile e, purtroppo, Mike - interpretato da un attore all'alba dei novant'anni - non lo è: fatica a camminare, è goffo e impacciato e spesso si notano gli stuntmen in scena o gli espedienti narrativi per agevolarlo. 

Una delle grandi capacità dell'Eastwood regista, come sottolinea benissimo il documentario che ha accompagnato Cry Macho, è sempre stata quella di saper dosare il "Clint attore" inserendolo nei ruoli giusti e sfruttandolo al meglio. 

In Cry Macho questo non succede e, pertanto, lo script e l'attore protagonista si zavorrano vicendevolmente, costruendo scelte narrative e sequenze registiche utili a far funzionare l'accoppiata.

 

Soluzioni che spesso non funzionano, risultando così involontariamente comiche e surreali.

 

Oltre alla mancanza di credibilità, questo limite inficia anche la resa scenica e registica del concetto che Eastwood cerca di costruire in Cry Macho.

 

 
[Clint Eastwood in un classico western moment intorno al fuoco in Cry Macho]
 

 

Il film chiaramente non vuole prendersi sul serio e una certa ironia e sbeffeggiamento del contesto sembrano appropriati, ma tra il volontario e l'involontario credo che si superi un certo limite in questo aspetto.

 

Se poi nell'anima tra road movie e western il regista di Gran Torino sembra essere comunque a suo agio, in quelli del dramma romantico - nonostante abbia calcato anche questo genere con profitto ne I ponti di Madison County - lo sembra molto meno e la storia con il personaggio di Marta oscilla sempre tra il forzato e il troppo carico.

Così come la componente affettiva, anche molti altri scatti interiori dei personaggi risultano non bene accompagnati da una vera e propria evoluzione, ma solo fatti accadere.

 

Quella di Cry Macho è una sceneggiatura che da anni era ferma nelle mani di Clint Eastwood: scritta negli anni '70 venne proposta dallo stesso Clint a uno Studio solo nel 1988.

 

 

[Per tutto Cry Macho Eastwood cita se stesso tra Callaghan, Kowalski e molti altri]

 

Affidata nel 2020 a Nick Schenk, sceneggiatore di Gran TorinoThe Mule - con cui ci sono tantissimi punti di contatto - ne è finalmente partita la produzione.

 

L'atemporalità che caratterizza Cry Macho (il film è ambientato nel passato, ma non sembra quasi mai esserlo) è probabilmente frutto della lunga gestazione e dei tanti attori su cui è stata più volte adattata.

In questo senso, la mancanza di collocazione temporale più che rendere universale il film lo svuota, non potendo affrontare aspetti sociali o politici e soffermandosi invece solo su romanticismo e sull'introspezione di personaggi decisamente poco coinvolgenti.

 

Il rapporto tra Mike e Rafo - che dovrebbe trainare Cry Macho - è frenato dal giovane interprete e dalle difficoltà dell'impianto narrativo, ma soprattutto da una superficialità e una semplicità figlie di questa mancanza di collocazione nel tempo. 

Il film di Eastwood è un'opera in cui - nonostante alcuni aspetti interessanti e un indubbio coinvolgimento empatico nel percorso di Clint - si fa troppa fatica a immergersi, complici molti problemi lampanti, e che sostanzialmente non strappa più di qualche risata.

 

Cry Macho sembra quindi più un'occasione per mettere Clint di nuovo su un cavallo che un film realmente voluto, con scelte dettate dall'urgenza di dover dire qualcosa: il retrogusto da "operazione nostalgia" che sarebbe potuta essere molto di più è pertanto inevitabile.

 

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