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Di cosa parliamo quando parliamo di 'blockbuster'?

Si parla sempre tanto sul web dei blockbuster, spesso anche in maniera impropria.

 

Contrariamente a quello che molti pensano, non è così facile stabilire i confini di un film blockbuster, perché come recita il sottotitolo dell’articolo, è la sua stessa definizione ad apparire fumosa e a essere soggetta alle più svariate interpretazioni. 

 

Che cos’è un blockbuster?

Ma soprattutto, quali requisiti deve possedere un titolo blockbuster per essere definito come tale?

 

È pensiero comune che nel cinema si debba definire blockbuster un qualunque film che riscuota un considerevole successo al botteghino.

Fine.

 

In questi termini, non avrebbe dunque alcuna importanza il budget a disposizione (limitato o grosso che sia), la casa di produzione alle spalle (major o una piccola indipendente che sia) o un qualunque altro fattore esterno alle mere cifre rivelate dal box office, che fungerebbero quindi da unico tratto distintivo.

 

Questo ha certamente un senso, ma al tempo stesso credo anche che ridurre tutto il discorso al semplice impatto sul pubblico (quindi a un qualcosa che si ponga dopo la produzione e distribuzione del film) significhi semplificare una questione che invece richiederebbe un’analisi un minimo più approfondita (che tenga conto anche dei casi dubbi, per così dire a confine) e che, implicando dunque una totale equiparazione tra opere lontanissime tra loro, non basti a fornire una regola precisa e stabile per il puntuale riconoscimento dei blockbuster effettivi.

 

Mi permetto quindi di affrontare questo topic da un punto di vista un pochino diverso, più ampio, che in un certo senso inglobi la definizione sopra riportata; che non considero errata (lo ripeto), quanto piuttosto restrittiva.

 

 

 

 

Andiamo con ordine.

 

Considerando budget, aspettative della produzione, sforzi economici disparati e risultato al botteghino, si possono distinguere anzitutto quattro categorie di film, che possono essere a loro volta suddivise in due ulteriori sottogruppi: film pensati per il successo economico, che prescindono dal loro esito (uno incasserà, un altro no) e film non pensati per il successo economico, o per dirla meglio senza grosse aspettative, che come sopra prescindono dal loro esito (uno incasserà, un altro no).

 

In base a quanto specificato, solo i primi due titoli sono per me da considerarsi come blockbuster a tutti gli effetti, dal momento che, principio fondamentale per la loro identificazione, la pretesa vale più del risultato.

 

È ugualmente difficile stabilirne un termine contrapposto.

Qual è il contrario di film blockbuster?

 

Se dovessimo accettare l’ultima definizione, cioè quella di una qualunque opera cinematografica pensata, scritta e realizzata per far breccia nei cuori della gente e che abbia come prima necessità quella del risultato al box office, allora verrebbe automatico considerare il film indipendente, che non disponga cioè di un budget considerevole, che lasci ampia manovra e libertà artistica al suo regista e che non abbia alle spalle una grossa casa di produzione (una major, insomma) come il più qualificato per fungere da suo rovescio.

 

Avendo precisato che la pretesa vale più del risultato, appare chiaro come un film prodotto da un piccolo studio indipendente abbia un’esigenza diversa, più correlata alla sperimentazione e alla vittoria di premi nei festival europei ad esempio (che costituiscono il palcoscenico ideale per questo tipo di film), piuttosto che all’aspirazione di un significativo incasso economico.

Nulla vieta che una cosa del genere possa comunque accadere. Ci sono stati infatti diversi casi di piccole produzioni che, quasi inaspettatamente, hanno poi sbancato in modo più o meno clamoroso.

 

Esemplare il caso di Paranormal Activity, film horror del 2007 che costato appena 15.000 dollari incassò un totale di 193 milioni in tutto il mondo.

Basta questo dato finale per definire il mockumentary dell’israeliano Oren Peli un blockbuster in senso stretto?

Come si è intuito, per me no. 

 

La storia, soprattutto quella recente, è stracolma di film che pur non dichiarando grosse pretese di incassi hanno poi finito per fare il cosiddetto botto a sorpresa; il che è sintomatico dell’esistenza di una grossa zona grigia tra i due estremi della corda produttiva.

 

 

 

 

Sempre restando nel campo dell’horror prendiamo ora un altro esempio, probabilmente ancora più celebre: L’esorcista.

 

Il film di William Friedkin del 1973, oltre ad aver rinnovato il genere ed essere diventato un punto di riferimento per ogni regista di film horror futuri, ha riscontrato anche un clamoroso successo al botteghino, al punto da farlo diventare uno dei film con il più alto incasso in tutta la Storia del Cinema.

 

Per la precisione, tenendo conto dell’inflazione, il film di Friedkin appare oggi nei primi venti posti della suddetta classifica, con un incasso netto superiore al miliardo di dollari globale.

Dato ancora più straordinario se si considera il contesto storico nel quale il film fu realizzato, un periodo durante il quale (siamo in piena New Hollywood) i registi esercitavano un controllo quasi totale sulle loro opere e le case di produzione avevano perso il timone principale all’interno dell’intero processo produttivo grazie alla fine del modello dell’integrazione verticale, di stampo prettamente classico.

 

Motivo per cui nonostante il risultato strepitoso, sarebbe per me incorretto definire L’esorcista come blockbuster; almeno non come lo si intende oggi.

 

E come lo intendo oggi? 

Come appunto un qualsiasi film che abbia come prima, assoluta priorità quella di voler incassare molto più di quanto investito, indipendentemente da quanto effettivamente il film poi incassi nel corso del tempo in termini di grandi numeri e dalla sua qualità oggettiva. 

 

Alla luce di questo, risulta quindi chiaro come ogni singolo componente del processo produttivo e distributivo sia pensato e studiato nei minimi dettagli, affinché il risultato finale possa andare incontro ai gusti di milioni di persone sparse per tutto il mondo, che possegga quindi delle caratteristiche definite e dei meccanismi narrativi ben oliati, che faccia parlare di sé ancor prima della sua uscita e che generi curiosità sin dal rilascio del primissimo teaser (ormai più decisivo di quanto si possa pensare).

 

Dopotutto, un produttore di lavoro fa esattamente quello: è un imprenditore che investe una certa somma di denaro proprio, sperando che quella somma gli ritorni maggiorata e che l’investimento sia stato dunque conveniente, senza preoccuparsi (nella maggior parte dei casi) del riscontro che eventualmente il film possa ottenere presso la critica e la stampa, attenta ed esigente. 

 

Badate bene, le due parole chiave dell’articolo sono “assoluta priorità”. 

 

Che il film venga glorificato o innalzato a capolavoro non potrà che far piacere agli stessi produttori, ma il punto è che la precedenza assoluta, in un’ipotetica scala di importanza, continuerebbe a essere costituita dal numero di zeri che il film punterà a ottenere alla fine. 

 

Punterà a ottenere, non che otterrà; la differenza è sensibile ma decisiva, ai fini dell’individuazione di una linea di demarcazione.

 

 

 

 

Passiamo ora all’altro sottogruppo: quali sono i film pensati per il successo economico e che quindi possono a buon diritti essere appellati come blockbuster (anche qui, sempre prescindendo dall’effettivo risultato economico)? 

 

I primi film che mi vengono in mente, sia perché ne posseggono tutte le caratteristiche precipue, sia perché sono più attuali che mai, sono i prodotti del Marvel Cinematic Universe.

 

Attenzione: il loro inquadramento nel variegato calderone dei blockbuster non autorizza a considerarli poco meritevoli di visione.

Come ha dimostrato anche l’ottimo Avengers: Infinity War (giusto per citare un titolo recente), blockbuster non è mai sinonimo di spazzatura.

 

Come per ogni cosa, ci saranno blockbuster fatti bene come blockbuster mediocri: la regola della diversificazione non è mai in discussione, quindi non ha senso fare di tutta l’erba un fascio.

 

Consideriamo ad esempio il primissimo film collettivo dell’universo espanso della Marvel, The Avengers (Joss Whedon, 2012): al di là di quello che si possa pensare sul film (non è questa la sede adatta per parlarne) è indubbio che possa essere a buon diritto considerato come blockbuster, sia per la forma che per il contenuto; i vertici della Marvel sono sempre ben attenti a fare in modo che i loro film venissero visti (ancor prima che apprezzati) da una moltitudine di soggetti, in modo più meno trasversale, senza distinzione di sesso, età o nazionalità.

 

E sappiamo bene che Avengers: Endgame è oggi il film più redditizio della Storia - senza tener conto dell’inflazione - con un incasso globale di quasi 2 miliardi e 800 milioni di dollari, e che ai primi 10 posti troviamo in tutto 4 film sugli Avengers. 

 

Di quella stessa classifica, sono tantissimi i film che possono essere a buon diritto considerati come blockbuster, indipendentemente dai loro effettivi meriti: si va dal fantasy di Avatar all’action di 007, passando per l’animazione di Frozen.

 

Anche comprensibilmente, è opinione comune considerare come blockbuster solo gli action movie super fracassoni e dall’uso esasperato della CGI (vedi le saghe di Transformers e Fast & Furious); in realtà, come si è potuto constatare, il blockbuster non guarda in faccia alcuna forma, essendo una definizione che si pone nei confronti della cinematografia in maniera trasversale e non costituendo quindi esso stesso un calderone definito o un genere a sé stante.

 

 

 

 

Naturalmente, ci possono essere anche casi di film pensati per il successo, che abbiano però registrato dei significativi tonfi al box-office (in alcuni casi anche in maniera rumorosa), oppure che siano riusciti comunque solo a pareggiare o superare di poco il budget iniziale di produzione e che, nonostante questo, abbiano in ogni caso tradito le attese dei produttori, i quali si sarebbero aspettati verosimilmente cifre maggiori.

 

Restando sempre in tema cinecomic, ma spostandoci questa volta in casa DC, prendiamo a modello il caso de L’uomo d’acciaio del 2013, primo capitolo del reboot dedicato al personaggio di Superman.

 

Il film di Zack Snyder incassò in totale 668 milioni di dollari in tutto il mondo: sicuramente un buonissimo successo di pubblico, ampiamente in grado di coprire tutte le spese di produzione, ma in ogni caso ben lontano dalle cifre dei competitor marveliani e soprattutto da quelle che gli stessi produttori si auguravano (si era ipotizzata all’epoca una soglia di 800 milioni minimo).

 

Quello che davvero importa però è l’intenzione, che è alla base di entrambi i film sopracitati: tra gli incassi di The Avengers e de L’uomo d’acciaio balla circa un miliardo di dollari (cioè tantissimo), ma ciò che conta ai fini del nostro discorso è che entrambi, allo stesso modo, debbano essere definiti blockbuster a tutti gli effetti.

 

Questa è una sorta di regola teorica, poi ovviamente ogni caso dovrà essere analizzato a sé. 

 

Arrival e La La Land, entrambi buoni successi di pubblico sono blockbuster?

Per me no, anche se non sarebbe errato pensare che entrambi i film siano stati pensati per essere rivolti a tante persone.

 

Anche perché va detto che nel mercato che vige oggi, con la mancanza di stabilità economica e la crisi del settore, quasi tutti i film puntano in pratica a incassare e a essere bene pubblicizzati. 

Questo significa, come dicevo a inizio articolo, che questi due fattori da soli probabilmente non bastano più a definire un film blockbuster o a distinguerlo dalla massa: quello che conta, anzitutto, è allora lo scopo primo per cui quel film viene realizzato, che sovrasti tutti gli altri aspetti.

 

Arrival e La La Land (200 e 446 milioni di dollari di incasso mondiale rispettivamente) non sono stati realizzati solo con questo intento, perché prima di tutto i due film sono espressione dell’estetica e dello stile dei rispettivi registi, Denis Villeneuve e Damien Chazelle, i quali si sono sicuramente impegnati affinché il risultato finale soddisfacesse in primis loro stessi, e poi produttori e pubblico. 

 

Nel caso del blockbuster tipo, invece, l’ordine è praticamente invertito e la priorità diventa quella di mettere sul mercato un prodotto che abbia come principale punto di forza quello di essere in grado di generare ingenti entrate; prima di tutto il resto, prima della sua qualità, fattuale o dubbia che sia.

 

Ciò detto, è ovvio che in tutti i casi presi in analisi (Arrival e La La Land compresi) i produttori del film speravano di recuperare in toto il budget speso e di guadagnarci, però ripeto, sono due discorsi distinti. 

Ai produttori dell’ultimo Power Rangers, tra i peggiori film che abbia mai visto al cinema in vita mia, non fregherà nulla di veder assegnato al loro prodotto cinque stelle sul dizionario Morandini, perché l'intento del film era uno e uno soltanto: business.

 

La sua riuscita e il suo fine ultimo dipendevano unicamente da quanti verdoni fosse in grado di incassare, niente di più.

E a fronte di un budget di 100 milioni, il film di Dean Israelite ne ha incassati 142, che per un film di quelle dimensioni e la costosa promozione che necessita equivale a dire "flop".

 

Questo dato, prima di tutti gli altri, rende dunque Power Rangers un film non riuscito, ancor prima che vengano presi in esame i suoi difetti di sostanza e i limiti oggettivi.

 

 

 

 

Qualcuno potrebbe azzardare che anche il film d’autore possa a ben diritto costituire il lato opposto della medaglia; in realtà, non è così scontato.

 

Non è detto infatti che l’autorialità di un film debba necessariamente escludere a priori la possibilità di ottenere comunque un buon riscontro economico; certo ci riesce difficile pensarlo, anche perché siamo ormai abituati a far coincidere i cosiddetti film impegnati con titoli destinati fin dall’inizio a portare poca gente in sala.

Ma esistono delle eccezioni.

 

Citerò tre casi in particolare, che credo siano un’ottima risposta a chi ritiene che le espressioni “film d’autore” e “film blockbuster” non possano coesistere.

Non prima però di aver fatto una breve premessa. 

Ho già spiegato sopra come la conseguenza sia sempre distinta dall’intento; il blockbuster resta tale, indipendentemente dal numero di zeri che incassa il film.

Naturalmente, nonostante possa sembrare incredibile, la natura del blockbuster non ha nulla a che fare con la qualità del prodotto.

 

È vero che in genere un blockbuster ha come primo fine l’intrattenimento (nella maggior parte dei casi è così) e questo, soprattutto agli occhi dei più pretenziosi, si traduce con una netta inferiorità artistica rispetto a quello che può essere cinema d’autore (è sinceramente innegabile), ma resta il fatto che il cinema moderno è pieno zeppo di titoli che sono riusciti nel difficile intento di coniugare le due diverse esigenze, cercando di andare incontro ai gusti del grande pubblico e allo stesso tempo di ottenere il consenso della critica, prediligere il mero e puro gusto del racconto senza però rinunciare alla necessità artistica e alla propria coerenza autoriale. 

 

Prendiamo a modello i tre titoli a cui mi riferivo sopra, che probabilmente costituiscono anche il punto più alto mai raggiunto dal cinema supereroistico: in ordine cronologico, Batman – Il ritorno di Tim Burton (1992), Spider-Man 2 di Sam Raimi (2004) e, naturalmente, Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan (2008).

Credo che nessuno si indigni nel sentirli definire come tre blockbuster d’autore.

 

Analizziamo meglio l’espressione.

Riguardo al termine blockbuster ho già chiarito la mia posizione: trattasi di film realizzato con l’intento di incontrare i gusti di un’ampia massa di spettatori e sfondare al box office.

Ora, l’aggiunta della parola “autore” implica che i tre film riflettano l’estetica e lo stile dei tre registi, indipendentemente dalle esigenze di produzione e dalle aspettative di incasso.

 

Questo vuol dire che Nolan non poteva certamente dirsi dispiaciuto nel vedere il suo film superare il miliardo di dollari di incasso, ma quello che è più importante è che il regista britannico l’avrebbe fatto comunque, sarebbe andato dritto per la sua strada (produttori permettendo, ovviamente), ignorando quella che sarebbe stata la risposta del suo pubblico.

 

Il cavaliere oscuro di Nolan può essere considerato come blockbuster d'autore, come tutto il suo cinema del resto, perché è come se fosse cinema commerciale che riflette allo stesso tempo la visione personale del suo creatore, coniugando dunque entrambe le esigenze in gioco: qualità e successo.

 

Sono tanti i registi per cui potrebbe valere il medesimo discorso, al di là delle singole etichette: da James Cameron (Terminator, Avatar) a Robert Zemeckis (Ritorno al futuro), da Steven Spielberg (Lo squalo, I predatori dell’arca perduta) a Ridley Scott (Alien, Blade Runner).

 

 



Un regista è naturalmente ben felice se la sua opera viene apprezzata da una moltitudine di persone, ma il vero autore cerca sempre di soddisfare se stesso, prima di tutti gli altri, e di rispettare quindi quella che è la propria coerenza artistica e visione del cinema.

 

È qui che si inserisce la differenza tra un autore e un regista normale, tra un artista e un artigiano.

Avatar, Batman - Il ritorno, Spider-Man 2 e Il cavaliere oscuro sono stati scritti dai rispettivi registi, e all’interno di essi sono senza dubbio riscontrabili degli stilemi che hanno sempre caratterizzato la carriera dei quattro cineasti che li hanno realizzati; la loro riconoscibilità costituisce allora la prova di un’impronta personale (quindi autoriale) di cui le rispettive opere sono marcate.

 

Alla fine lo stile di un regista si risolve proprio in questo: l’insieme dei tratti, formali e contenutistici, che si presentano con una certa regolarità e che facendolo permettono di riconoscere, più o meno immediatamente, la mano del loro artefice; elementi ricorrenti nel pensiero di un singolo autore, che accomunano quindi tutte le opere di una certa filmografia.

 

 



L’identificazione di un blockbuster appare poi ancora più ardua, nel momento in cui si ha a che fare con registi che non possono essere a priori etichettati con facilità e i cui film appaiono al confine tra più generi diversi.

 

Il caso di Stanley Kubrick è significativo, ma la regola comunque non cambia.

Diversi film del regista hanno riscontrato grande successo al botteghino, ma questo è sufficiente per definirli dei blockbuster?

 

Come già detto, per me la risposta è assolutamente no.

 

Se è vero che nel blockbuster non conta solo l'esito al botteghino, ma conta anche e soprattutto l'intenzione, sarà allora ugualmente vero che gli stessi film diretti da un regista come Kubrick, che abbiano riscosso un buon successo di pubblico, non potranno essere definiti dei blockbuster, ma dovranno essere considerati semplicemente come film andati oltre ogni più rosea previsione.

 

Guarda caso, l’unico film della carriera di Kubrick che possa essere definito a buon diritto come blockbuster è Spartacus, per la lavorazione del quale il produttore Kirk Douglas e la major esercitarono un’ampia pressione sul regista (che infatti non fu per nulla soddisfatto del risultato), vincolandone le scelte finali e limitandone la libertà espressiva.

 

Perché nella realizzazione del blockbuster alfa, il volere della produzione non può che sovrastare quello del singolo.

Con buona pace di tutti.

Chi lo ha scritto

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42 commenti

Ettore Rocchi

2 mesi fa

Mi trovo assolutamente d'accordo sulla definizione di blockbuster. Vedo ancora con non troppa chiarezza la linea sottile che divide un blockbuster da un blockbuster d'autore: è sufficiente che "il film rifletta l’estetica e lo stile del regista"? Ho paura che questa definizione (o etichetta, che sia) possa essere un po' difficile da applicare in alcuni casi

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Antonio Petta

1 mese fa

Ettore Rocchi
Sono d'accordo con te

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Antonio Petta

1 mese fa

Ettore Rocchi
Sono d'accordo

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Il Fulgenzio

10 mesi fa

Analisi interessante che mi trova concorde.
Spesso la terminologia Blockbuster viene intesa e usata come genere a se, soprattutto da chi, giornalista o spettatore, vuole semplificare nella descrizione del film.

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RustCohle

1 anno fa

Bell'articolo che fa chiarezza sulla questione

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Marco Spazzi

1 anno fa

Complimenti, ottimo articolo!

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Sam_swarley

1 anno fa

io semplicemente lo definirei un film che, visto in famiglia (con 2/3 generazioni in una stanza) risulta piacevole, o guardabile, da tutti

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Saul Goodman

1 anno fa

Difficile non essere d’accordo.Splendido articolo...

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Claudio Sicari

1 anno fa

Blockbuster, più che nel lato economico, è un film che tutti conoscono e che, tendenzialmente, diventa di moda. Anche 007 è un blockbuster, come citato nelll'articolo ma non mi trovo d'accordo con Frozen. Anche la saga Marvel è un blockbuster, nonostante sia costruita per avere un filo conduttore ben preciso.

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Lorenzo Nuccio

1 anno fa

Insomma non un film commerciale, ma un film di cui ci si aspetta già il successo economico?

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