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È stata la mano di Dio e il Cinema di Paolo Sorrentino post-Oscar

Paolo Sorrentino è indubbiamente uno degli autori europei più importanti degli ultimi 20 anni, nonché il fiore all’occhiello del Cinema italiano contemporaneo. 

 

Nel 2001 con L’uomo in più, il primo lungometraggio scritto e diretto dal regista napoletano, vince vari premi tra cui il Nastro d'argento per il Migliore Regista Esordiente; nel 2004 conquista ben cinque Nastri d’argento con Le conseguenze dell’amore, nel 2008 ottiene il Premio della giuria al Festival del Cinema di Cannes per Il divo, nel 2011 dirige This must be the place, primo film in lingua inglese con protagonista niente meno che Sean Penn.

 

È solo una parte delle decine di premi che Paolo Sorrentino ha vinto in una manciata di anni di carriera. 

 

Ma è la vittoria dell'Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera nel 2014 per La grande bellezza che spingerà il mondo della critica e del grande pubblico a puntare i riflettori su Paolo Sorrentino.

 

[Paolo Sorrentino vince l'Oscar per La grande bellezza e ringrazia le sue principali fonti di ispirazione: Federico Fellini, i Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona]

 

 

La grande bellezza è stato un film polarizzante: né la critica né il pubblico si sono preoccupati di centellinare locuzioni e termini estremi, che vanno dal “capolavoro” a “vuoto esercizio di stile”, da “visionario” a “derivativo”. 

 

Sancisce “la rinascita del Cinema italiano” ma è anche “scritto per piacere al pubblico americano”.

In un mondo moderno che scalpita al ritmo dei social network si rischia di non cogliere tutte le sfumature che arricchiscono l’analisi di un’opera.

 

Il 24 novembre verrà distribuito nei nostri cinema È stata la mano di Dio, pellicola dall’impronta parzialmente autobiografica che ripercorre l’adolescenza di Fabietto Schisa, la cui vita verrà stravolta da due avvenimenti: l’arrivo in Italia di Maradona e un tragico incidente familiare.

 

Quanto questo soggetto sia strettamente ancorato al cuore, ai ricordi, al vissuto di Paolo Sorrentino è perfettamente comprensibile nelle sue stesse parole, pronunciate ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera nel 2016:

"A me Maradona ha salvato la vita.

Da due anni chiedevo a mio padre di poter seguire il Napoli in trasferta, anziché passare il weekend in montagna, nella casetta di famiglia a Roccaraso; ma mi rispondeva sempre che ero troppo piccolo. 

Quella volta finalmente mi aveva dato il permesso di partire: Empoli-Napoli.

 

Citofonò il portiere.

Pensavo mi avvisasse che era arrivato il mio amico a prendermi. Invece mi avvertì che era successo un incidente.

Papà e mamma erano morti nel sonno. Per colpa di una stufa.

Avvelenati dal monossido di carbonio."

 

È stata la mano di Dio è stato presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Leone d'argento - Gran Premio della Giuria.

Il giovane Filippo Scotti, alla sua prima esperienza cinematografica, ha ricevuto il Premio Marcello Mastroianni, riservato agli attori emergenti. 

 

L'ultima fatica di Paolo Sorrentino è stata inoltre scelta dall'ANICA per rappresentare l'Italia agli Oscar 2022 nella categoria Miglior Film Internazionale. 

 

[Il trailer di È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino]

 Paolo Sorrentino

 

Come si è evoluta la carriera del regista partenopeo dal 2014 a oggi?

 

Possiamo parlare di una vera e propria evoluzione o si tratta invece di una dichiarazione di coerenza?

 

Comincio col dire che fruire di un film di Paolo Sorrentino e parlarne dovrebbe essere come sedersi davanti a un caffè espresso al bar, osservare con attenzione l’andirivieni delle persone più disparate, renderle personaggi dei propri panorami mentali, sospirare il più piano possibile cercando di cogliere stralci di conversazioni, procrastinare i propri impegni in favore di un piacevole confronto con la propria solitudine.

 

In tal senso, nonostante le numerose collaborazioni con attori e produzioni straniere, l’opera di Paolo Sorrentino rimane fortemente italiana, nel senso più poetico del termine: si prende il giusto tempo per godersi i piaceri della vita e riflettere sui suoi crucci.

Nonostante questa percezione dilatata del tempo sia annoverata tra i difetti dell’italianità, è sempre stata cruciale nella mente degli artisti per sviluppare il senso critico, la curiosità e infine la creatività che ne consegue.

 

Questo stesso articolo è stato introdotto annoverando una serie di successi e premi, più per reverenza nei confronti di un grande autore che per sottolinearne il valore: il Cinema di Paolo Sorrentino ha sempre avuto la forza di parlare per sé.

Bene o male chiunque si approcci alla visione di un suo film non può che rimanerne colpito.

 

La grande bellezza non sancisce uno spartiacque nella carriera del regista, quanto più nella percezione e nell’attenzione che il pubblico e la critica hanno scelto di rivolgergli.   

 

 

[Paolo Sorrentino e Toni Servillo a Venezia '78 in occasione della presentazione di È stata la mano di Dio]
Paolo Sorrentino

 

Paolo Sorrentino è rimasto coerente con il proprio modo di concepire il Cinema: ogni scelta stilistica e narrativa si avviluppa all’analisi del soggetto principale e, in particolare, del protagonista della storia.

 

L’autore, per sua stessa ammissione, si sente particolarmente coinvolto nelle fasi di scrittura; è più un osservatore che un rodato cinefilo e tramite le sue pellicole ci restituisce una visione sfaccettata della psiche umana.

Come un prisma ottico il personaggio è illuminato dallo sguardo e dalla penna e, infine, tutti gli angoli in cui la luce si rifrange vengono catturati dalla cinepresa.

La trama poi si ramifica partendo da questo - tanto elementare quanto praticamente complesso - atto creativo, dove le lunghezze d’onda dell’animo del protagonista diventano l’elemento centrale per costruire un intero film.

 

A rendere immediatamente iconici i protagonisti non è solo l’idea dell’autore, ma anche la prolifica e solidissima collaborazione con l’attore Toni Servillo, presente anche in È stata la mano di Dio, e con il direttore della fotografia Luca Bigazzi.

 

La prima opera successiva a La grande bellezza è Youth - La giovinezza (2015), un film sulla vecchiaia di due amici in un resort svizzero: Fred (Michael Caine), direttore d’orchestra di fama internazionale che è sprofondato in uno stato di apatia e Mick (Harvey Keitel), regista il cui obiettivo e ossessione è dirigere un testamento che sia anche il suo capolavoro.

 

[Il trailer di Youth - La giovinezza, di Paolo Sorrentino]

Paolo Sorrentino

 

Entrambi sono agli sgoccioli della propria carriera.

 

Trascorrono il tempo passeggiando, ricordando, osservando gli altri, sostanzialmente in un tripudio di vuoto il cui obiettivo è osservare e venerare il simulacro del passato e della giovinezza. 

 

In questo resort per ricchi annoiati le generazioni si confrontano, accomunate dalla stessa noia, dalla stessa insoddisfazione spesso immotivata, dagli stessi silenzi, dalla stessa attrazione sessuale fine a se stessa che rappresenta il punto d’incontro tra il circo di ispirazione felliniana, l’alta borghesia e gli animali. 

 

Non c’è spazio per il decadimento, la prestanza è l’unico valore, il corpo statuario di Miss Universo ce lo ricorda, sinuoso e arrogante, giovane e fecondo, statua rappresentativa del valore ossessivo del corpo in una realtà che non accetta né le pieghe delle rughe né quelle della volontà.

 

Il resort sulle Alpi è una prigione dorata, dove un falso Diego Armando Maradona mostra la sua abilità con una pallina da tennis, una giovane star del Cinema si sente oppresso nel ruolo mainstream per cui è conosciuto, una coppia di coniugi annoiati non sanno che dirsi e conoscono solo la lingua del sesso. 

 

Per quanto sia i contesti che gli interpreti siano diversi, si può individuare un fil rouge tra La grande bellezza e Youth proprio nella senilità e nella noia.   

 

[La musica svolge un ruolo fondamentale nella filmografia di Paolo Sorrentino: dall'indietronica al pop commerciale, dalla musica classica al rock, passando per la new wave, il post rock e il jazz. In questo video una delle scene più emblematiche del film, accompagnata da Dirty hair di David Byrne]

 

 

Successivo a Youth - La giovinezza è Loro, film del 2018 diretto da Paolo Sorrentino, diviso in due parti - Loro 1 e Loro 2 - al centro del quale c’è la figura di Silvio Berlusconi, interpretata ancora una volta da Toni Servillo. 

 

Un ovino, in casa di Sua Emittenza Silvio Berlusconi, muore a causa di un guasto al condizionatore mentre guarda una soubrette in televisione: così inizia questa opera divisa in due parti.

Un inizio criptico per questo Loro di Paolo Sorrentino: chi è questo animale? Forse è l’italiano, un po’ tonto ma genuino, la cui purezza spira di fronte agli stimoli ad alta frequenza della TV?

 

Forse è il candore dell’onestà che si piega sulle sue stesse zampe di fronte all’opulenza e al magnetismo gelido di quel mondo?  

 

Paolo Sorrentino è stato accusato di aver creato un film inconcludente, ma cosa ci si aspettava da un film sull’inconcludenza?

 

Loro sono una folla informe, che si adatta al mito a cui si ispira, che orbita tra feste e yacht, tra sesso e droga.

Loro vogliono tutto senza far nulla.

 

Agiscono nel presente e rifuggono il futuro: desiderano roteare, danzare, succhiare tutto ciò che la vita ha da offrire in pochi momenti, a costo di rischiare una vita di stenti, in perfetta congruenza con la parabola della cicala e della formica.  

 

[Il trailer di Loro di Paolo Sorrentino] 

 

 

Quando la sensazione di non appartenere a niente, quando la consapevolezza di non saper fare nulla fa capolino tra le Loro menti si organizza un’altra festa, un’altra cena, un altro modo per canalizzare le energie verso ciò che il corpo può provare, piuttosto che su ciò che la mente può partorire.

 

Nonostante la divisione in due atti del film sia stata dovuta a una questione di distribuzione più che a una necessità artistica, lo stile delle due parti è piuttosto differente: Loro 1 infatti è lisergico, caratterizzato da luci piatte e fluorescenti, tanto da ricordare più Spring Breakers di Harmony Korine che i lavori precedenti del regista partenopeo, sottolineando l'assenza di profondità, estetica e non solo, della sua corte bidimensionale.

Loro 2 è decisamente più serrato, ritmato e ironico: quel circo inarrestabile e inconcludente dove il nulla si nutre e si ripiega su se stesso, si tinge dei toni del dramma, nel pirandelliano alternarsi di tragico e comico.     

 

Vediamo come il lirico Youth, Loro 1 e Loro 2 sviscerano i loro protagonisti in modo differente a distanza di soli tre anni.

 

Se consideriamo come parametro di osservazione non un breve intervallo temporale, ma il tema dei film, non si può che confrontare Loro con Il divo.

Nonostante il decennio che intercorre tra le due pellicole di Paolo Sorrentino possiamo confermare le considerazioni precedenti sul creativo: il primo descrive la figura granitica di Giulio Andreotti, monumentale nel suo Potere, il secondo invece quella di Silvio Berlusconi, immerso in un contesto barocco, satiricamente al centro di un mondo di edonismo e nudità che lui stesso ha costruito e di cui non ha nemmeno pienamente controllo.

 

Toni Servillo può vantare l'interpretazione di due delle figure politiche più importanti, se non le più importanti, degli ultimi quarant'anni di Repubblica Italiana. 

 

Le due opere, seppur diverse, mostrano come il concetto di Potere sia cambiato in un lasso relativamente breve di tempo, a causa anche del nuovo modo di approcciare al medium televisivo. 

Il Cinema di Paolo Sorrentino si muove per centri concentrici, il fulcro è il protagonista attorno a cui si disegna il contesto e alla fine il cerchio più grande è la trama stessa.

 

Da questo punto di vista è impossibile non fare un paragone con Paul Thomas Anderson, altro caposaldo del Cinema internazionale, i cui ultimi 20 anni di carriera si basano sull’analisi dell’Uomo Moderno

 

 

[Silvio Berlusconi si accinge a partecipare al cosiddetto "bunga bunga"]

 

 

Non solo Cinema dopo l'Oscar: nel 2016 Paolo Sorrentino ha intrapreso un’avventura televisiva con un dittico dedicato a due papi, questa volta entrambi di finzione: The Young Pope (2016) e The New Pope (2020). 

 

Dopo La grande bellezza queste due serie sanciscono un ritorno a Roma, città che rappresenta nella sua stessa architettura, nei suoi vicoli, nella sua secolare storia, le contraddizioni tra l’antico e il moderno, tra il popolo e il Potere, tra i riti pagani, superstizioni e i dogmi della religione cattolica.

Roma è una città stratificata storicamente e sociologicamente: divide il Paese in due, non solo dal punto di vista geografico.

 

The Young Pope ci racconta la storia di Pio XIII, il cui vero nome è Lenny Belardo, interpretato da un Jude Law in stato di grazia.

 

A dispetto della sua giovane età – almeno per aspirare al papato – e alla sua estetica angelica capace di ammaliare chiunque gli ronzi attorno, Lenny è tutt’altro che un uomo bidimensionale; tormentato da un passato da orfano e da dubbi corrosivi riguardanti la stessa esistenza di Dio, ma anche pienamente consapevole delle dinamiche del potere e delle potenzialità della sua immagine, l’affascinante Papa giovane non desidera affatto piegarsi alle logiche utilitaristiche e ai giochi di palazzo che permeano le lussuose mura del Vaticano.

 

[Il trailer di The Young Pope di Paolo Sorrentino]

 

 

Pio XIII infatti è un conservatore, per usare un eufemismo, e sarà un’accurata e lenta interazione con quel micro-cosmo ecclesiastico a spingerlo alla sua crescita personale; grazie al medium televisivo Paolo Sorrentino ha avuto la possibilità di dilatare i tempi di analisi del suo personaggio, offrendone un prospetto completo, complesso, a volte idiosincratico.

 

The New Pope invece racconta le vicissitudini di Giovanni Paolo III, ovvero Sir John Brannox, interpretato da John Malkovich, un aristocratico inglese moderato, lascivo e spesso distratto, debole nell’imporsi e schiacciato da senso di colpa, rimorsi, rimpianti e perversioni inespresse.

Il suo personaggio è edonista e malinconico, ma non privo di arguzia.

 

L’irruenza di Pio XIII lascia spazio all’ignavia di Giovanni Paolo III: d’altra parte però entrambi i loro percorsi portano a una maggiore coscienza di se stessi, di desideri e velleità, seppur in modo opposto l’uno all’altro.

 

A proposito di Potere: tra i due papi si insinua la figura del Cardinal Voiello (Silvio Orlando), una figura pienamente cosciente del pragmatismo che il potere richiede, più dei due pontefici.

Conosce ogni dinamica di palazzo, sa sfruttare chiacchiere e segreti a suo piacimento ma, come tutti i personaggi di Paolo Sorrentino, non è mai soggetto a un’invettiva moralistica.

 

L’uomo infatti rappresenta a tutti gli effetti la Chiesa in relazione all’umanità; i peccatori non sono mai definibili soltanto tramite i loro peccati, così come la santità non è riconducibile solo alle buone azioni. 

 

[Il trailer di The New Pope di Paolo Sorrentino]

 

 

Il peccato a volte è necessario per un obiettivo più grande: come si relaziona la Chiesa moderna nei confronti di un mondo non polarizzabile?

 

È possibile chiudere gli occhi di fronte alla pluralità dei punti di vista, ai miliardi di sfumature che caratterizzano il pensiero e poi l’azione dei fedeli?

Come si può rapportare a tutti questi interrogativi? Cos’è il peccato?

Possiamo ancora definire peccato la lussuria se dal sesso nascono sentimenti come la carità e l’affetto, persino quando non c’è il sentimento di coppia o volontà riproduttiva? 

 

La Chiesa può giudicare un fedele per la sua avarizia se la storia stessa del Vaticano si basa su logiche opportunistiche?

Sono queste e tante altre le domande che lo spettatore si pone dopo la visione di questo primo dittico televisivo di Paolo Sorrentino.

Non certezze, ma tanti dubbi, ed è così che un artista pianta il seme nello spettatore da cui fiorisce il senso critico.

 

È il potere dell’arte. 

 

[Suore di clausura che si dilettano in atti saffici nei pressi di una croce fluorescente: la sigla di The New Pope lascerebbe presagire un intento blasfemo. Eppure Paolo Sorrentino si mostra molto rispettoso del concetto di fede]

 

 

Paolo Sorrentino si inserisce tra i grandi autori che hanno sfruttato le serie TV al massimo delle proprie potenzialità, senza rinunciare ai propri stilemi: le incursioni oniriche, l’attenzione maniacale ai dettagli, l’eclettica colonna sonora, una regia che osa anche nell’essere barocca quando è necessario.

 

Dopo Youth - La Giovinezza, Loro, The Young Pope e The New Pope, Paolo Sorrentino torna in patria, in quella Napoli che è stata la culla di un ragazzo come tanti altri, con la passione per il calcio, la cui timidezza è stata poi terreno fertile per la nascita di uno stile sarcastico, a volte surreale, finemente satirico e sicuramente contemplativo.

 

 

[Un frame dell'ultimo attesissimo film di Paolo Sorrentino]

 

In fondo non si smette mai di essere un ragazzo introverso che osserva il mondo.

 

È lecito aspettarsi un lavoro di sottrazione anche per quanto riguarda lo stile registico: "la macchina da presa compie un passo indietro per far parlare la vita di quegli anni, come li ricordo io", ha affermato lo stesso regista.

 

È stata la mano di Dio rappresenta il momento in cui Paolo Sorrentino analizza il personaggio più difficile di tutti: se stesso.

 

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1 commento

Matteo G

12 giorni fa

L'articolo mi è piaciuto m0lto..Se c'è chi non ama o non conosce Sorrentino dovrebbe leggere questo articolo per  per appprezzarlo.Complimenti Lorenza..

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