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Spencer - Recensione: soffocati da una collana di perle - Venezia 2021

C'è una famosa intervista fatta alla Principessa Diana e al Principe Carlo dove il giornalista pone una domanda abbastanza semplice per una coppia che si è appena fidanzata ufficialmente:

"Siete innamorati?"

 

Le due risposte però, in apparenza scontate, furono diverse e simbolo di quello che sarebbe stato il loro rapporto matrimoniale. 

Se Lady Diana rispose prontamente dicendo di sì, Carlo sibilò un poco confortante "Qualsiasi cosa l'amore significhi".

 

 

Il senso di desolazione, di vuoto interiore che una risposta simile può generare è stato trasposto su schermo perfettamente da Pablo Larraín con Spencer, il suo nuovo film che mette al centro proprio la persona - prima ancora del personaggio - della defunta principessa.

 

[Il trailer internazionale di Spencer]

 Spencer Spencer

 

Esplicativa in tal senso la scelta del titolo che rimanda al cognome da nubile di Diana, in netto contrasto con Jackie, precedente lavoro di Larraín dove veniva messo in risalto il soprannome della First Lady di John Fitzgerald Kennedy.

 

Una presa di posizione che dichiara subito un aspetto predominante dell'ex Principessa del Galles: lei non si è mai sentita un membro della Corona.

 

Durante il film viene spesso ripetuta la parola “perfetto”, indice di una tradizione reale che accompagna i residenti di Buckingham Palace da centinaia di anni.

Diana Spencer - anche se proveniva anche lei da una famiglia agiata e in ottimi rapporti con la Corona - rifiuta costantemente questo modo di vivere dove ogni cosa è decisa, dove il futuro è inesistente perché è già stato scritto nel presente.

 

Larraín insiste molto sui dettagli della vita quotidiana all’interno del palazzo reale, come la squadra di chef organizzata come un esercito per poter esser pronti ad ogni evenienza o la scelta dell’abito prestabilito per ogni pasto.

Sebbene nei primi minuti si possa avere la sensazione di vedere un film ridondante, superato il primo atto si capisce perfettamente che il regista di Ema vuole farci vivere in prima persona l’angoscia della quotidianità di Lady Diana.

 

Una routine logorante, atta a cambiare le abitudini e lo stile di vita della Principessa, per poter cancellare una volta per tutte quello Spencer simbolo di imperfezione.

 

In una gabbia di cristallo, o meglio, come detto dalla stessa protagonista del film, sotto la lente di un microscopio si dipana quindi - citando la frase scritta prima dei titoli di testa - “Una favola tratta da una tragedia vera”.

 

 

[La locandina di Spencer preannuncia già le atmosfere del film]

 

 

Spencer diventa allora un dramma angosciante che sfiora a tratti il thriller psicologico, dove la grandiosa (c’era da stupirsi?) regia di Pablo Larraín costruisce sequenze asfissianti, inseguendo costantemente Diana in claustrofobici corridoi per poi soffermarsi spesso sul volto algido di un'anima che sta lentamente morendo; funzionale a tal proposito è la fotografia tutta giocata sui toni freddi.

 

Il viso, il fisico e l’immagine di Lady D. sono, all’interno del film, posti a un’attenzione mediatica senza pari - simbolico il non potersi cambiare con le tende aperte - da cui scaturisce la distruzione della sofferenza in ambito privato, deturpando anche di questo aspetto la madre di William e Henry.

 

 

[Kristen Stewart sarà una probabilissima protagonista della prossima stagione dei premi]

 

 

Tutto ciò non sarebbe possibile ovviamente se come attrice protagonista ci fosse stata un'interprete senza la fisicità e la bravura adatta.

 

Per fortuna Kristen Stewart ci regala quella che è probabilmente la miglior prova della sua carriera.

Grazie a una presenza scenica strabordante e alla capacità di creare malinconia solo attraverso uno sguardo, l’interpretazione della Stewart - che lavora benissimo per sottrazione - si adatta perfettamente al racconto, in un ballo con la morte, sulle note della colonna sonora ammaliante di Jonny Greenwood, che può rivelarsi liberatorio o tombale a seconda di come si è vissuto Spencer.

 

A Larraín non è mai interessato creare un biopic, anche se la storia segue la realtà, quanto creare un’opera in grado di far vivere allo spettatore tutta l’angoscia di una vita sulla carta da favola, dove i pochi sprazzi di luce all’interno del film - vedasi quasi tutti i momenti con William e Henry - commuovono istantaneamente.

 

Forse perché sono perfetti nella loro normalità.

 

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1 commento

Frame of Mary

15 giorni fa

Non vedo l'ora di vederlo, e forse dopo questa pellicola non ci sarà più nessuno a dire che Kristen Stewart non sa recitare!

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