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#top8

8 film sulla ricerca della perfezione

Otto film per quella vostra disperata e implacabile volontà di eccellere a ogni costo!

Fin dalla nascita siamo indotti al miglioramento di determinate prestazioni: da un banale compito a una mansione complessa, definiamo la nostra qualità della vita in base allo sforzo che impieghiamo nel raggiungimento di un obiettivo. 

 

Più fatichiamo, più sudiamo, più sputiamo sangue per ottenere un risultato, più è grande la nostra soddisfazione. 

Inserire tra i nostri principali difetti una certa propensione al perfezionismo appare allora come un controsenso ridicolo, perché la volontà di eccellere non può che essere uno straordinario merito nella vita di una persona.

 

Così, nel prefiggersi uno scopo alla spasmodica ricerca di approvazione altrui, veniamo catapultati ai piedi di un’imponente montagna, pronti a intraprendere un percorso pieno di insidie e imprevisti.

 

Mentre dilaga la competizione sociale sul piano educativo, lavorativo e relazionale, arranchiamo faticosamente, esposti come siamo al bombardamento di standard altissimi che non prevedono margine di errore.

 

Non c’è successo senza perfezione, non c’è appagamento senza sforzo: la vulnerabilità è l’unica vera causa del nostro miserabile fallimento.

 

 

[Il ladro di orchidee, pur non facendo un discorso esplicito sul perfezionismo, ci pone di fronte allo stato di paranoia indotto dal timore del giudizio degli altri. La ricerca di perfezione si estende così a tutti gli aspetti della vita, anche quelli che non riguardano lo svolgimento di un compito preciso]

 

 

Il Cinema ha provato a più riprese a trattare il tema del perfezionismo patologico e numerosi film hanno gettato luce sulle preoccupanti conseguenze psicologiche che questo disturbo produce nell’essere umano.

 

I protagonisti di queste storie sono spesso condannati all’autolesionismo, alla nevrosi e all’ansia sociale, e vivono in funzione di un proposito per avvalorare le proprie competenze ma soprattutto per reagire a carenze affettive, contrastando quell’attanagliante senso di inadeguatezza che appartiene un po’ a tutti noi.

 

Spesso la mania del controllo sfocia in odio e violenza verso l’altro: impossibile non pensare a Patrick Bateman (Christian Bale), l’uomo dall’invidiabile morning routine che in American Psycho trucida, con un certo godimento e senza lasciare alcuna traccia, chiunque dimostri di essere vagamente superiore a lui.

 

Le smanie narcisistiche spingono alle più terribili azioni, ma la psiche è un luogo misterioso e l’angoscia spesso deforma la realtà, confinando questi protagonisti in certezze inconsistenti.

 

 

[Ne Il filo nascosto la ricerca di perfezione si realizza attraverso atteggiamenti possessivi di controllo, nutrendo la complessità della dinamica vittima/carnefice]

 

 

“La perfezione non è solo un problema di controllo” ma è anche sapere lasciarsi andare, uscire fuori dagli schemi rimanendo comunque dentro i confini dell’impeccabilità.

 

Considerando la sua intera filmografia, Darren Aronofsky è forse l’autore che più ha dimostrato la volontà di portare un dramma di questo tipo sullo schermo.

 

Ne Il cigno nero, il regista esplora il processo di trasformazione fisica e psicologica di una ballerina al suo debutto come protagonista nel celebre balletto Il lago dei cigni

All’interno di un viaggio onirico inquietante e distruttivo, l’ossessione per la perfezione incontra la scoperta della sessualità unita alla manipolazione di un controverso mentore.

 

Il punto diventa dunque saper controllare l’incontrollabile, trasformando l’azione spontanea in lavoro di precisione, perseguendo inoltre ideali estetici irraggiungibili. 

 

Pensiamo al lavoro svolto in questo senso da Nicolas Winding Refn in The Neon Demon

Qui, la critica al mondo della moda lascia spazio a una riflessione ben più radicata sul significato di bellezza, intesa come dote e canone al tempo stesso.

 

La perfezione estetica, generata per fatalità da una certa “fortuna” genetica, è ciò che eleva la bellezza stessa a uno stato di purezza ultraterrena inarrivabile e perciò è fonte di profonda insofferenza.

 

 

[The Neon Demon rappresenta, attraverso una meticolosità anzitutto visiva, la ricerca della perfezione estetica come processo viscerale di incorporazione]

 

 

Ma cos’è l’ossessione per la performance perfetta se non una fuga disperata dalla mediocrità?

 

Quella che genera la rivalità, tramutata in frenetica gara all’ultimo trucco, tra i due giovani maghi Robert (Hugh Jackman) e Alfred (Christian Bale) in The Prestige; o quella che spinge il tenero, pietoso Rupert Pupkin (Robert De Niro), protagonista di Re per una notte, a inseguire ciecamente il sogno di diventare un comico acclamato, finalmente applaudito da un pubblico entusiasta di sconosciuti. 

 

In tutte queste storie, alla fine dei conti, ciò che emerge è proprio l’irrimediabile fallibilità di questa tormentata sfida con se stessi; e dunque per restare in tema, esattamente come Antonio Salieri (F. Murray Abraham) in Amadeus, cari amici mediocri ovunque voi siate, noi vi assolviamo tutti! 

 

Grazie agli Amici di CineFacts.it, in questa Top troverete 8 film che sono stati realmente in grado di trattare questo tema in tutte le sue angoscianti sfaccettature.  

 

Buona lettura!

 

[Introduzione a cura di Matilde Biagioni

[Copertina a cura di Drenny DeVito]

 

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Posizione 8

Nodo alla gola

di Alfred Hitchcock, 1948 

 

Aprire una rassegna di titoli sulla ricerca della perfezione con Nodo alla gola è una sorta di imperativo categorico.

 

Il primo film di Alfred Hitchcock in Technicolor, infatti, è interamente permeato dal concetto di perfezione, tanto a livello tematico quanto a livello stilistico.

 

Il film si apre con un omicidio: quello del giovane David Kentley per mano di Brandon Shaw e Phillip Morgan, ex compagni di università della vittima.

Alla base del delitto c'è la più crudele forma di ricerca della perfezione: i due vogliono dimostrarsi superiori alla morale comune, commettendo "il delitto perfetto", senza ulteriore movente.

 

I due, dunque, strangolano con una corda Kentley e lo nascondono in una cassapanca, apparecchiandola in vista di un imminente ricevimento all'interno della stessa casa: la scena del crimine diventa pertanto lo scenario di una festa tra i cui invitati compaiono anche i genitori della stessa vittima e un professore universitario, Rupert Cadell.

 

Cadell, interpretato da un James Stewart alla prima collaborazione con Hitchcock, è per certi versi l'ispiratore dell'efferato gesto compiuto a inizio film: mediante le sue elucubrazioni accademiche sulla relatività del Male e del Bene aveva infatti instillato nella mente dei suoi discepoli la folle idea concretizzatasi a inizio film. 

La perfezione dell'omicidio risiederebbe anche nell'aver occultato il cadavere in una sala piena di ospiti ignari, senza che i colpevoli destino sospetti in alcun modo.

 

La convinzione di aver raggiunto la perfezione, però, può trasformarsi agevolmente in tracotanza: sulle reazioni dei due assassini, sugli indizi da loro disseminati e sul raffinato intuito del professore è costruito l'intero svolgimento dell'opera, che in 80 minuti condensa tutta la potenza del proprio genere di riferimento, innovandolo profondamente.

 

Lo sgretolarsi di quel senso di perfetta impunità che ammanta "il delitto perfetto" viene infatti narrato da Hitchcock mediante dieci piani sequenza magistralmente legati tra loro, che creano sovrapposizione tra tempo diegetico e tempo filmico.

 

Una perfetta realizzazione formale della teoria hitchcokiana della tensione: oltre che parlarne a livello sostanziale, dunque, Nodo alla gola persegue la perfezione sotto ogni aspetto, raggiungendola al punto di rendere l'opera una delle più importanti della Storia del Cinema.

 

Disponibile a noleggio su AppleTV e Amazon Store 

 

[a cura di Jacopo Gramegna 

 

Posizione 7

Goshu il violoncellista

di Isao Takahata, 1982

 

Goshu il violoncellista è una piccola perla preziosa - letteralmente: l'opera dura solo 63 minuti! - del celebre co-fondatore dello Studio Ghibli prodotta ancora prima che esistesse lo studio cinematografico; oscurato dai film più celebri del regista, come Una tomba per le lucciole e La storia della principessa splendente, esprime in modo inequivocabile i tópoi della sua produzione successiva. 

 

Un temporale infervora, la pioggia e i fulmini si abbattono sulla natura, la Sinfonia n.6 - non a caso nota come Pastorale - esplode con tutta la sua violenza nell'incipit del film; in un piccolo casolare di campagna un'orchestra sta provando proprio l'opera di Ludwig van Beethoven in vista di un concerto.  

 

Il direttore d'orchesta incanala i suoi rimproveri senza remore proprio sul giovane Goshu, il violoncellista; il ragazzo pare essere l'anello debole del complesso: legge la musica, ma non riesce a farla propria.

 

Allo stesso modo il protagonista è alienato dalla socialità, introverso e scontroso rispetto ai suoi colleghi: fuori ritmo, nella vita e nella musica. 

 

Il ragazzo vive solo in un'isolata casa di campagna il cui unico ornamento è un ritratto di Beethoven: lo sguardo cisposo e diretto pare prolungare il rimprovero del direttore al di fuori delle prove. 

 

Goshu infatti prosegue nelle prove tutta la notte, alla ricerca della tanto agognata perfezione.

 

Isao Takahata utilizza l'antropomorfismo animale tanto caro al mondo dell'animazione e la sua proverbiale funzione pedagogica per mostrarci i progressi di Goshu: un gatto, un uccellino, un minuscolo cucciolo di tanuki, due topini - madre e figlio - gli faranno visita e insegneranno al giovane, ognuno a modo proprio, il valore intrinseco della musica, il suo potere curativo, l'empatia come motore della crescita personale e dunque, per chi fa della musica la propria vita, anche quella artistica. 

 

L'elemento sovrannaturale è la trasposizione dell'inafferabile contatto tra l'uomo e la natura - da sempre prima musa ispiratrice dell'artista - è la vibrazione metafisica della musica che è matematica nelle sue leggi, ma anche misteriosa nel modo in cui armonizza con l'animo umano. 

 

Disponibile in home video  

 

[a cura di Lorenza Guerra]  

 

Posizione 6

π - Il teorema del delirio 

di Darren Aronofsky, 1998

 

Ci sono molti modi di intendere la perfezione e, spesso, accade che questi vengano influenzati dalla deformazione mentale di chi ne va alla ricerca.

 

Il protagonista di π - Il teorema del delirio è Max Cohen (Sean Gullette), un matematico fuori dal comune, una mente diventata incredibilmente geniale a seguito di un incidente avvenuto quando aveva appena 6 anni. 

È da allora che ha iniziato a vedere il mondo diversamente, a percepirlo come costruito sui numeri, inscindibile da essi, integralmente spiegabile dalla scienza esatta della matematica. 

 

I vortici del caffè girato da un cucchiaino, le turbolenze del fumo di una sigaretta, le conchiglie in relazione all’affascinante concetto di sezione aurea: tutto è governato da formule precise, tutto è calcolabile. 

Deve esserlo.  

Non c’è tempo per dedicarsi ad altro nella quotidianità se non alla ricerca dello schema regolatore perfetto, una sequenza numerica grazie alla quale poter comprendere ciò che percepiamo come realtà. 

Nessuno svago è concesso, se non delle sporadiche visite al vecchio professor Robeson (Mark Margolis), ispiratore della sua ricerca.

 

Tra violente crisi di emicrania ed episodi paranoico-ossessivi che condizionano non poco la vita di Max, il protagonista va avanti nelle sue indagini scientifiche come un topo da laboratorio, all’interno del suo minuscolo appartamento, sommerso da monitor, cavi e strumenti vari. 

Nel corso della storia una serie di eventi lo porteranno a entrare in contatto con altri individui interessati alla ricerca dello schema perfetto tanto quanto lui, ma motivati da ragioni differenti. 

La conoscenza di Dio, il misticismo, la brama del denaro: tutti concetti distanti dal matematico il cui unico tormento è trovare la chiave risolutrice, il numero che decritta la cosiddetta realtà, smontandola da tutte le ordinarie falsità davanti alle quali lui soffre costantemente. 

 

La perfezione è una dimensione che ha fondamenta nell’infinito, la sua opposta finitudine è imperfetta proprio perché limitata nelle sue discrete sfumature espressive: per un essere umano, geniale ma comunque "essere finito", provare a risolvere il dilemma della perfezione è, forse, un'impresa troppo grande. 

Meglio allora non pensare e far finta che π sia esattamente uguale a 3,14.

 

Un budget iniziale ridotto per un memorabile bianco e nero dal contrasto tutt’altro che morbido, riprese frenetiche e inquadrature che deformano i volti, il tutto scandito dalle incalzanti colonne sonore di Clint Mansell: l’esordio alla regia di Darren Aronofsky è una chicca imperdibile. 

 

Disponibile in home video

 

[a cura di Morena Falcone]

 

Posizione 5

Whiplash 

di Damien Chazelle, 2014

 

In ambienti particolarmente competitivi la ricerca della perfezione diviene motivo di ossessione maniacale, spesso comportando malessere sia fisico che psicologico.

 

Film come Whiplash si soffermano su come nell’ambito artistico la necessità di essere i migliori in assoluto voglia dire giocarsi il tutto per tutto anche al costo di sottostare a rigide regole - a volte imposte da altri, a volte autoimposte - trasformando il desiderio di rivalsa in un profondo percorso di sofferenze.

 

Andrew Neiman (Miles Teller) è un giovane talentuoso, il cui obiettivo è diventare il miglior batterista jazz - se non musicista in generale - del Conservatorio. 

La sua dedizione viene notata da Terence Fletcher (J.K. Simmons), un insegnante che si impegna a farlo brillare con metodi aggressivi ed eccentrici, arrivando a trasformare l’ambizione in un sentimento morboso.  

 

La pellicola, scandita da tempi solitamente riscontrabili nei thriller, si focalizza sul rapporto tra studente e insegnante, drammatizzando verosimilmente quella che può corrispondere a una temibile realtà. 

Se il limite iniziale è dato dal voler superare gli altri, una volta raggiunto quello scopo si passa al voler superare se stessi. 

È proprio lì, in quella consapevolezza, che si rischia di de-personalizzarsi.

 

Andrew decide - in un atto razionalmente irrazionale - di mettere da parte “chi è” in funzione di quello che fa, divenendo dunque un oggetto più che un soggetto, un fine piuttosto che una persona con passioni genuine. 

 

Egli è afflitto, deluso da se stesso e convinto di non avere la stoffa necessaria per distinguersi; al contempo, attraverso le urla esasperate e i comportamenti distruttivi di Fletcher, si fa strada il suo bisogno di migliorarsi, anche se vuol dire arrivare a vivere situazioni ambigue e attuare scelte drastiche.

 

I due protagonisti finiscono così per creare un rapporto di dipendenza con l’unico bisogno di votarsi completamente alla musica, nel quale ogni forma di tortura - psicologica e fisica - diviene lecita al fine dell’illusione di un benessere superiore.

 

Oltre all’ottima regia, i punti cardine della pellicola risultano sicuramente le prove attoriali di Miles Teller e  J. K. Simmons - incredibilmente espressivo - due attori che sembrano tagliati per ricoprire quei ruoli che Damien Chazelle ha scelto di affidare loro nel suo amaro universo jazz.  

 

Disponibile su Netflix, Sky e NOW

 

[a cura di Eris Celentano

 

Posizione 4

Captain Fantastic

di Matt Ross, 2016

  

"Interessante è una non-parola, sai che dovresti evitarla. Sii più precisa". 

 

Così il padre di famiglia protagonista del film, interpretato da Viggo Mortensen, è abituato a rivolgersi ai suoi figli. È lui Captain Fantastic e questa è la storia di una famiglia e dell'applicazione di una particolare concezione pedagogica. 

 

I figli crescono assieme al padre in una foresta, il loro tempo è scandito dall’attività fisica e da sessioni di approfondimento culturale, ma il più interessante insegnamento adottato è proprio quello di non accettare mai il pressapochismo linguistico, la censura e l'intorbidimento verbale, soprattutto reinterpretare costantemente il mondo con le proprie parole rifuggendo l'arido nozionismo.  

 

Questa storia ci ricorda l'importanza dell'uso esatto del linguaggio.

Una volta adottata questa attitudine il resto ne consegue: sarà la vita, allora, a svolgersi nel modo più sincero, schietto e naturale ci sia. 

 

Un film visceralmente indipendente che vive di interpretazioni sentite e spontanee di attori e piccoli attori tutti di bell'aspetto: il bosco di Captain Fantastic può dopotutto ricordare un'Arcadia, un non-luogo, un'utopia; una Repubblica platonica che, è bene ricordarlo, non si occupò solo della ristrutturazione politica della città-stato ideale, ma anche dell'ideale sviluppo dei suoi abitanti e più precisamente dei futuri governanti-filosofi e, quindi, di pedagogia. 

 

Platone come altri (penso a Jean-Jacques Russeau) hanno dato le loro indicazioni sul piano teorico sapendo di scontrarsi con la realtà dei fatti. 

 

Questo porta a interrogarsi sulla natura delle utopie e dunque sulla ricerca della perfezione. 

 

Il tema resta aperto e il film si conclude con una raffinata messa in discussione dei suoi stessi presupposti, in bilico tra la ricerca di una perfezione pedagogica, i suoi limiti e l'adeguamento all'imperfezione di una necessaria forma di socialità. 

 

Disponibile su Sky e NOW

 

[a cura di Sebastiano Miotti]

 

Posizione 3

Tonya 

di Craig Gillespie, 2017    

 

Tonya, biopic diretto da Craig Gillespie, rientra a mio avviso nel novero dei migliori film sportivi dell’ultimo decennio e, se c’è un ambito della vita in cui maggiormente si ricerca la perfezione, questo potrebbe essere proprio lo sport.      

 

Il film racconta l’ascesa e la caduta di Tonya Harding, per breve tempo la miglior pattinatrice sul ghiaccio degli Stati Uniti d’America, dando anche uno sguardo alla sua movimentata vita privata: non manca il riferimento al famigerato affaire Kerrigan, ossia l’agguato alla rivale Nancy Kerrigan ordito da un amico del marito di Harding.

 

Abile pattinatrice sin dall’età di tre anni, Harding fu spinta sulla via del successo dalla madre LaVona, la quale non le risparmiò maltrattamenti e umiliazioni per spingerla a dare il meglio di sé, almeno stando a quanto racconta la donna in una storia dove sin dall’inizio è resa nota la presenza di elementi tanto veri quanto contraddittori.

 

Tonya, magistralmente interpretata da Margot Robbie, arrivò al suo apice durante i campionati nazionali statunitensi del 1991, quando fu in grado di eseguire (prima donna nordamericana a riuscirci) un triple axel, salto talmente complesso da essere stato ricreato nel film attraverso l'uso di effetti visivi a causa della penuria di atlete abili a realizzarlo dal vivo.

 

Tuttavia, Tonya sottolinea come la perfezione sul ghiaccio non basti per essere il migliore: all’epoca dei fatti i giudici di gara ricercavano un tipo di perfezione che Harding, redneck sgraziata negli atteggiamenti e poco curava la propria immagine, non poteva offrire; la buona apparenza è da sempre requisito fondamentale per rappresentare gli USA nel mondo e Tonya era troppo spontanea per adeguarvisi.      

 

Film in bilico tra dramma e commedia, Tonya ha ulteriori punti di forza nella sua fotografia (notevoli le dinamiche riprese sul ghiaccio durante le performance della protagonista) e nel cast, con interpreti come Allison Janney (premiata con l’Oscar proprio per la sua prova negli odiosi panni di LaVona Harding), Sebastian Stan e Paul Walter Hauser in grande spolvero.

 

Di grande spessore è anche la colonna sonora del film, che spazia dalla musica classica di Antonio Vivaldi agli ZZ Top, sempre ben amalgamata con le vicende mostrate sullo schermo.      

 

La storia non si scrive con i “se”, ma una maggiore comprensione di Tonya Harding come donna, prima ancora che come sportiva, avrebbe probabilmente evitato la serie di sfortunati eventi che l’hanno resa famosa in tutto il mondo a discapito delle sue qualità come pattinatrice.  

 

Disponibile su Prime Video, Sky, NOW e TIMVision 

 

[a cura di Marco Batelli]

 

Posizione 2

Pleasure 

di Ninja Thyberg, 2021

 

Trasferitasi a Los Angeles per diventare “la prossima grande pornostar”, Bella Cherry (Sofia Kappel) viene a contatto con gli ambigui meccanismi di un universo al quale è possibile accedere esclusivamente attraverso una spiccata inclinazione all’eccesso.

 

Guadagnarsi il nome di ragazza Spiegler, entrando a far parte di una potente agenzia pornografica, diventa allora il suo obiettivo principale, tuttavia il livello di perfezione richiesto per le sue performance finisce per coincidere con un abbandono forzato del controllo.

 

Per Bella, la scalata al successo è finalizzata all’ottenimento di un potere decisionale; ma in realtà è la graduale perdita dello stesso e di tutto ciò che precedentemente definiva la sua personalità.

 

L’ossessione per il perfezionismo si manifesta allora attraverso rinunce e sacrifici richiesti dall’industria, alimentati dal senso di competizione e dal raggiungimento di standard specifici, come la costruzione di una solida fanbase sui social network.

 

Ninja Thyberg fonde il linguaggio del reale con quello di finzione per mettere in scena situazioni apparentemente degradanti all’interno di un mondo che, tuttavia, si guarda bene dal criticare aspramente.

 

Non c’è infatti giudizio nel pensiero di Thyberg né tantomeno pietà nella solitudine di Bella, affascinata dalla scoperta di una sessualità inedita e tutta concentrata sull’astrazione carnale. 

Sequenze di quotidianità smorzano la rappresentazione cruda e sconcertante di numerosi atti sessuali del mestiere, svuotati di ogni sentimento e riempiti dell’esplorazione psicologica della protagonista, nello sforzo fisico e mentale che la investe in un processo di adattamento obbligato.

 

Attraverso un utilizzo intelligente della soggettiva, la regista svedese riesce a gestire l'esplicito scalzando lo spettatore dalla sua posizione di voyeur per forzarlo con prepotenza all’interno della materialità spietata dell’atto sessuale stesso.

 

Nel contraddittorio espresso anche formalmente - l’alternanza, per esempio, delle luci fluo con la sterilità dei set - Pleasure ha il merito di raccontare un percorso iniziatico complesso, all’interno del quale la volontà di eccellere comporta un atto di mercificazione, di trasformazione del proprio corpo in un attraente prodotto industriale. 

 

Disponibile su MUBI

 

[a cura di Matilde Biagioni

 

Posizione 1

Il giorno perfetto

di Alexandre Lehmann, 2022

 

Abbiamo già avuto modo di citare Alex Lehmann come un interessante punto d'incontro tra un'idea di Cinema pop e aperto al grande pubblico - figlio anche dei servizi streaming, come dimostra la lunga collaborazione con Netflix (Blue JayPaddleton) - e un’eredità post-mumblecore, visibile nel sodalizio produttivo con i fratelli Mark e Jay Duplass, che comunque ne segna la poetica.

 

Questa ambivalenza del suo percorso artistico entra anche a pieno titolo nella sua visione della ricerca della perfezione: l'amore tipico degli slackvetes dei primi anni del nuovo millennio per l'imperfezione, per la spontaneità e per la naturalezza - anche a livello di grammatica cinematografica - segna innegabilmente un'inclinazione che si riverserà nelle conclusioni della sua ultima fatica.

 

Il giorno perfetto è quindi una rom-com che, ponendosi in questo solco già intrapreso dalla sua filmografia, potrebbe sembrare una scelta atipica per una selezione che tratta di ossessione per la perfezione e di ricerca spasmodica e maniacale di quest'ultima, ma il primo romantico incontro tra i due protagonisti Sheila (Kaley Cuoco) e Gary (Pete Davidson) maschera dietro al suo essere il classico incipit da storia d'amore uno snodo tematico e narrativo ben più profondo.

 

Attraverso il meccanismo dei viaggi nel tempo e della marmottesca ripetizione (è abbastanza chiaro che qui, come nel caso di Palm Springs, siamo davanti a un altro figlio di Ricomincio da capo) Lehmann ci racconta come la giovane protagonista cerchi di curare la propria infelicità attraverso la ricerca, la riproposizione e la costruzione artificiale di un “attimo perfetto”. 

 

Questa ricerca (sia nel compagno, sia nella serata) diventa così una dolorosa spirale di noia e insoddisfazione incapace di avvicinare Sheila al risultato finale, che la allonta sempre più dalla magia iniziale, nonostante quanto la donna sia pronta a sacrificare sull’altare dell’ossessione; ogni ennesima ripetizione della "giornata perfetta" comincia infatti con un rito terribile. 

 

La cosa è un perfetto simbolo dell’annullamento dell’individuo come unica via percorribile, secondo Lehmann, per il raggiungimento dell’agognata perfezione: la distruzione di ogni forma di imperfetta umanità e spontaneità è il prezzo di questa ricerca senza fine, una tendenza autodistruttiva che va di pari passo con l’ossessiva ricerca a cui la giovane affida la propria felicità e il proprio disagio psicologico.

 

Dentro a questa contraddizione è già anticipato come per l’autore sia necessario accettare l’imperfezione e la spontaneità, perché l’ossessione per la perfezione è solo un’altra deriva dell’infelicità iniziale.

 

Disponibile su Prime Video

 

[a cura di Fabrizio Cassandro

 



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