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8 volte in cui il Cinema è diventato blasfemo

**ATTENZIONE: I contenuti di questo articolo potrebbero non essere adatti a un pubblico di minori**

Bazzicando tra vecchie e nuove pellicole, riflettendo sul percorso della Settima Arte da quando era in fasce ad oggi, non possiamo che notare come uno degli obiettivi più comuni di registi e autori sia stato quello di scardinare le fondamenta della società; un continuo gioco al rimbalzo in cui, dal particolare all'universale e viceversa, personaggi e storie si muovono per provocare, scomporre e - a volte - distruggere tutti i preconcetti dell'ordine costituito. 

 

Non si è salvata la politica, in qualsiasi punto dello spettro ideologico, non è stata risparmiata né la finanza né la legge.

 

Uno dei fulcri tematici più interessanti, però, è sicuramente quello riguardante la religione. 

 

 

[L'angelo della vendetta, di Abel Ferrara, 1981]

 

 

Le religioni - con un focus speciale sul cristianesimo - detengono la più grande delle autorità: custodire tra calici d'oro e arcaiche liturgie le speranze, i sogni, le domande esistenziali dell'essere umano, nella vita e nella morte.

 

Una responsabilità atemporale priva di connotazione geografica.

Avviluppandosi agli altri poteri in un intricato incastro di abusi e contraddizioni, la religione ha visto spesso insinuarsi nelle sue gerarchie e nei suoi dogmi arcaici le esigenze di una società in continua evoluzione.

 

Nel tentativo di purificare gli esseri umani dai loro peccati secondo un codice etico-morale estremamente limitante, le religioni sono finite altrettanto spesso a subire una strana legge del contrappasso: quanto più cercavano l'ordine, più il marciume e le perversioni si sono insinuate nelle loro crepe. 

 

Il Cinema è sempre stato affascinato da questo ampio spettro di situazioni contrapposte e dagli impulsi apollinei e dionisiaci che animano i culti religiosi: ma è nell'analisi delle sue idiosincrasie che viene definito come blasfemo

 

 

[Sesso, sangue e Gesù Cristo ne L'esorcista di William Friedkin, 1973]

 

Partendo dagli stilemi del Cinema Horror Classico non basterebbero diecimila parole per elencare tutti i film che hanno fatto delle chiese la loro location prediletta, e di possessioni, inquisizioni esorcismi i loro temi portanti. 

 

Dall'elegante e iconica impronta autoriale di William Friedkin ne L'esorcista (1973) al trashissimo Jesus Christ vampire hunter (2008), il Cinema di genere si è reso portabandiera in una processione di croci rovesciate e suore vergini trascinate all'inferno a causa del desiderio della carne. 

È nelle viscere dell'Europa però che tremano le riflessioni più cruente, feroci e profonde del Cinema blasfemo, rigurgitate dai suoi autori più rappresentativi: la nostra Storia, la nostra cultura e le nostre tradizioni sono permeate dalla biblica manna. 

 

Dio è un oscuro e gigantesco ragno agli occhi di una donna in Come in uno specchio (1961) di Ingmar Bergman, l'Ultima Cena termina con un'orgia in Viridiana (1961) di Luis Buñuel, le persone si accalcano come bestiame intorno alle bufale su presunte apparizioni della Vergine Maria ne La Dolce Vita (1960) di Federico Fellini, l'annunciazione e la nascita di Gesù traslati negli anni '80 in Je vous salue, Marie (1985) è valsa a Jean-Luc Godard la condanna del Papa in persona.

 

E questo elenco è solo una goccia nell'oceano di tutti gli esempi che si potrebbero proporre. 

 

 

[Un frame dal trailer di Viridiana: il dissing negli anni '60]

 

Nemmeno la commedia americana è esente dalle incursioni religiose, basti pensare a Dogma (1999) di Kevin Smith, alle bizzarre avventure dei suoi angeli caduti e la goffa progenie di Gesù Cristo. 

 

Persino in Giappone, dove il cristianesimo ha smussato i suoi angoli per adattarsi a una società che non ne condivide i valori fondanti, il protagonista di Love Exposure (2008) di Sion Sono è un adolescente cattolico che esplora le lande della depravazione per conquistare il cuore della sua personale e misandrica Madonna punk. 


Ci sono poi degli autori che sui ragionamenti attorno a peccato/peccatore, atti sacrileghi e provocazione religiosa hanno costruito buona parte della loro carriera.

È il caso, ad esempio, di Abel Ferrara (lo incontreremo nella nostra Top), autore della "Trilogia del Peccato" (Il cattivo tenente; Occhi di serpente; The Addiction): un regista che non si è mai fatto troppi problemi nel "dialogare animatamente con Dio" attraverso i frame dei suoi film.

 

Si potrebbe citare poi Alejandro Jodorowsky, filosofo, poeta, performer e regista che non ha mai tentato di nascondere la sua vena irriverente nei confronti del "credo": nella filmografia del cineasta cileno non sono rari i casi in cui i simboli religiosi cristiani vengono ripresi, ingurgitati e trasformati in elementi - anche psicomagici - utili alla sua poetica surrealista (La montagna sacra; Santa Sangre; La danza della realtà; Poesia senza fine).

 

 

[Un frame da Santa Sagre di Alejandro Jodorowsky, 1989]

 

Lo vedremo nel corso delle posizioni, ma sarebbe quasi sacrilego non citare in questa introduzione un Maestro della provocazione religiosa: Pier Paolo Pasolini.

 

Partendo dal suo "episodio" confezionato per il film collettivo Ro.Go.Pa.G., con la crocifissione del sottoproletario Stracci, passando per Il vangelo secondo Matteo accusato di vilipendio della religione fino all'oltraggioso Decameron, il regista e intellettuale bolognese non fu certamente estraneo a polemiche con la curia e la dottrina cattolica.

 

Ben consci di aver solo scalfito la superficie di un argomento corposissimo e controverso... ecco a voi 8 titoli scelti dalla redazione di CineFacts.it per parlare delle varie declinazioni del Cinema blasfemo, che non si limita a essere misera fucina di bestemmie, ma è invece territorio fertile per lucide analisi della nostra società e sulla natura dell'essere umano.

 

[Introduzione a cura di Lorenza Guerra e Adriano Meis]

 

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Posizione 8

Ro.Go.Pa.G. (La ricotta)

di Pier Paolo Pasolini, 1963

 

Raramente nella Storia del Cinema si sono visti mediometraggi densi di significato come La ricotta.

Altrettanto di rado si sono visti segmenti di film collettivi in grado di spiccare in tal modo, modellando, tra le altre cose, l'immaginario accademico e popolare.

 

Quest'ultimo aspetto è certamente dovuto anche a motivi interconnessi - che possiamo definire "extra-cinematografici" - come la posizione di Pasolini nel dibattito/contesto pubblico, le caratteristiche specifiche dello stesso contesto e, su tutti, la vicenda giudiziaria che ha interessato l'episodio, ma in fin dei conti sono i meriti artistici a qualificare davvero l'opera.

 

Forse in linea con una certa accezione politica, il regista innerva la propria pellicola di corrispondenze dialettiche, creando una macro-intersezione - coerente se osservata a distanza - di elementi singoli, tematiche e scelte formali.

In particolare sono quattro le dialettiche fondanti: sacro-profano, sottoproletariato-borghesia (tanto dal punto di vista sociopolitico quanto morale), colore-bianco e nero e realtà-rappresentazione.

 

Il complesso mix risultante, provocatorio talvolta in maniera eccessivamente esplicita (come sottolinea Alberto Moravia), vede agire in modo sinergico forze talmente incisive e differenti da generare il risentimento sia di gran parte dell'opinione pubblica sia del potere giudiziario.

 

L'anticlericale Pasolini è ben conscio di ciò, già prevede le probabili critiche in un cartello introduttivo, ma sceglie - per nostra fortuna - di non autocensurarsi: tratta nientepopodimeno che la passione di Cristo, mostrando la giornata di una troupe intenta a realizzare un kolossal religioso.

 

Nello specifico egli s'interessa a due personaggi agli antipodi: una comparsa e il regista del film-nel-film.

Il primo è il sottoproletario Stracci, interpretato da Mario Cipriani, mentre al secondo presta il volto Orson Welles, perché, evidenzia Carlo di Carlo, "nessuno meglio del 'mito' Welles poteva esprimere e rappresentare il regista".

 

Già con quest'operazione Pasolini crea uno scarto decisivo rispetto alle sue prime pellicole, Accattone e Mamma Roma, tematizzando sé stesso come regista (non senza autoironia) quanto le proprie esperienze - narrative e cinematografiche - passate.

 

Le umili e umoristiche (in senso pirandelliano) vicende di Stracci non sono ora l'unico piano della rappresentazione, ma sono inscritte in una cornice più ampia, metacinematografica, e inserite nei diversi rapporti dialettici sopracitati.

 

La sua parabola cristologica è collocata nell'alveo di un processo, ovviamente blasfemo, che Sabrina Crivelli definisce di "desacralizzazione del sacro e […] sacralizzazione del profano", processo che genera risvolti parecchio considerevoli  a livello politico, filosofico e artistico.

 

Il dito è puntato, come consuetudine per il cineasta, verso "la volgarità […] del mondo contemporaneo", e il ribaltamento di paradigmi (mentali e sociali) consolidati mira a squarciare quello che Pasolini concepisce come un vero e proprio velo di Maya.

E quale miglior "Cavallo di Troia", per usare le parole del PM Giuseppe Di Gennaro, della blasfemia, di una Deposizione dalla croce commentata da un twist?

 

 

Disponibile su Amazon Prime Video.

 

[A cura di Mattia Gritti]

 

Posizione 7

I diavoli 

di Ken Russell, 1971

 

Sul sesso, sul potere, sulla libertà e… sulla blasfemia. 

 

I diavoli di Ken Russell è un viaggio nella Francia del XVII secolo ma anche, se non di più, un percorso nel ventre putrescente del diavolo più pericoloso: l’essere umano.

 

Sono appena terminate le guerre di religione e il cardinale Richelieu manovra come una marionetta il re, un uomo esibizionista e vizioso, i cui interessi si limitano sostanzialmente ad apparire e a uccidere. 

Il re non è una creatura distante, accarezzata dalla mano fatata di un Dio caritatevole, ma il riflesso del suo popolo. 

 

Il cardinale, totalmente indifferente ai gravi peccati del re, desidera soltanto sfruttarne le debolezze per dominare sull’intera Francia: per farlo è necessario abbattere le fortificazioni di Loudon, città dove convivono cristiani e protestanti, fiera nella sua indipendenza.

 

La strada per Loudon è costellata dai corpi condannati al supplizio della ruota, la città è marcia dall’interno, annichilita dagli orrori della peste. 

 

Al centro degli eventi troviamo Grandier (Oliver Reed), un prete la cui integrità morale viene messa in discussione sin dai primi minuti: fornicatore, vanitoso e ignavo, l’uomo pare aver cura solo del piacere.

D’altra parte la sua opposizione strenua al mastodontico potere del cardinale Richelieu e dei suoi ambasciatori rivela la complessità del suo carattere; Grandier è un libero pensatore, con un’etica ben definita e proiettata in avanti di secoli, conosce il peso della libertà, è favorevole alla convivenza tra diverse religioni, considera obsoleto il celibato ecclesiastico e, soprattutto, intuisce che la repressione sessuale è fucina di depravazioni e infelicità. 

 

A questo proposito diventano fondamentali le suore orsoline, nei loro fieri atti masturbatori, nevrotici e blasfemi, tra simboli religiosi e piacere carnale; sono giovani donne la cui vita è stata castrata più da obblighi familiari che da una vera vocazione.

Grandier diventa per loro - soprattutto per la Madre Superiora Jeanne degli Angeli (Vanessa Redgrave) - un feticcio sull’altare del desiderio, seppure non ci abbiano mai parlato personalmente.

 

Ed ecco che nei sogni di Jeanne, la suora dal bel volto e con la schiena deforme, Grandier si sostituisce a Cristo e l’idea del martirio e della crocifissione stimolano in lei potenti orgasmi. 

 

Grottesche orge ed esorcismi si consumano nel convento, sacro e profano si scontrano lasciando ben poco all’immaginazione e le suore, consumate dalle torture e dal piacere, invocano il nome del diavolo che le ha traviate: Grandier. 

 

Ed è proprio sull’accusa di stregoneria che faranno leva gli ambasciatori di Richelieu per distruggere Grandier, l'ultimo coraggioso baluardo della libertà di Loudon. 

 

Il film di Ken Russell ha subito censure e ostracismo per anni e, tutt’oggi, costituisce un’onta di vergogna per la macchina distributiva.

L’unico peccato di questa pellicola, tratta dalla cronaca romanzata di fatti realmente accaduti redatta da Aldous Huxley, è quella di aver fatto domandare al suo pubblico: chi sono i veri diavoli? 

 

 

Disponibile in Home Video.

 

[A cura di Lorenza Guerra]

 

Posizione 6

Racconti Immorali 

di Walerian Borowczyk, 1974

 

Spesso si associa alla blasfemia l'universo dell’erotismo: pochi accostamenti, infatti, risultano più dissacratori di questo, vista la tendenza coercitiva che da secoli le istituzioni religiose mettono in atto.

 

Quindi quale esempio migliore di un film intitolato Racconti Immorali?

 

Quarto lungometraggio del polacco Walerian Borowczyk - autore che nonostante la stima dei colleghi si ritrovò relegato nelle produzioni di serie Z a causa dell’etichetta di "pornografo" - è un film a episodi in cui il regista esplora attraverso l’erotismo (tema portante della sua carriera) e le pulsioni dell’essere umano il mondo che lo circonda. 

 

In un contesto così volutamente vizioso è chiaro che nel momento in cui si inserisce nella sua equazione - fatta di corpi nudi, sessualità e istinti irrefrenabili - una componente critica come quella religiosa nella Polonia degli anni ‘70 non si possa che sfociare in momenti a dir poco sacrileghi.

In particolare in due dei quattro episodi che compongono il film. 

 

Nella seconda sezione tutto inizia proprio nella Casa del Signore dove una voce, chiaramente trascendente, parla alla giovane e devota Thérèse di desiderio, sensualità e doni da spargere, mentre le immagini del regista polacco si soffermano sulla sua allusiva ricerca di contatto con gli oggetti sparsi per la chiesa.

 

Proprio a causa del ritardo dovuto alla visita in chiesa e agli indugi stimolati dalla voce divina, la ragazza viene messa in punizione in una una stanza dalla governante. Qui, memore delle sensazioni provate poco prima, le preghiere della devotissima ragazza si trasformano in una ricerca del piacere al suono di “Vengo a te, o Signore, il mio cuore è pronto” tra cetrioli e pagine intrise di passione di un romanzo erotico.

 

L’epilogo suggerito dal cartello iniziale è espressione di come bigottismo e oscuramento della sessualità stessero creando una generazione incapace di rapportarsi alla sfera dell’Eros, ma soprattutto dimostra come la blasfemia e l'opera di Borowczyk non fossero fini a loro stessi.

 

Il quarto e ultimo segmento racconta i rapporti incestuosi e dissoluti di Lucrezia Borgia con due dei più alti simboli della religione cattolica in Terra: Papa Alessandro VI e il cardinale Cesare Borgia, rispettivamente suo padre e fratello.

L’autore costruisce un parallelo costante tra Girolamo Savonarola e la sua denuncia, derisa per la sua ingenuità, mentre arringa le folle e ciò che invece il mondo ecclesiastico perpetra nelle stanze segrete dei suoi sfarzosi e opulenti palazzi. 

 

Corpi nudi che si inseguono e che senza dubbio non hanno idea di cosa sia la castità, sbeffeggiati dalla goffaggine della loro eccitazione.

 

Una situazione in cui il potere politico ed economico perdono il loro valore, svuotati dalla brama animale di possedere la disinibita Lucrezia che - prima a essere svestita e messa sul muretto a forma di croce - è il vero centro di questa sezione, così come tutto il femminino rispetto al goffo, bestiale e profittatore corrispettivo nel cinema borowczykiano.

 

 

Disponibile su MUBI.

 

[A cura di Fabrizio Cassandro]

 

Posizione 5

Brian di Nazareth

di Terry Jones, 1979

 

La blasfemia nel Cinema è stata affrontata in tutte le salse, spesso e volentieri anche in quella comica.

 

Un film che sicuramente spicca per la sua forte ironia verso questioni rilevanti nella società è sicuramente Brian di Nazareth, realizzato dal gruppo inglese Monty Python e diretto da Terry Jones.

 

Life of Brian (questo il titolo originale) narra le vicende del suddetto Brian, che si ritroverà ad affrontare una vita lontanamente simile e parallela a Gesù, a partire dalla sua nascita, quando viene scambiato dai Re Magi per il Messia, sino a quando viene crocifisso da adulto. 

 

Per evitare che il film risultasse troppo "al limite", si decise di non utilizzare in modo diretto la figura di Gesù: in una prima stesura del soggetto, ad esempio, Brian sarebbe stato il tredicesimo apostolo, un pover’uomo che perdeva in continuazione gli avvenimenti biblici più importanti nella vita di Gesù.

 

Nonostante qualche cambio di idea per rendere l’opera più appetibile e meno violenta a certi occhi, Brian di Nazareth fu comunque etichettato come blasfemo, facendo perdere i finanziamenti dell’EMI.

Il film fu completato solo grazie all'intervento di George Harrison (sì, proprio lui: esattamente il chitarrista dei Beatles), grandissimo estimatore del gruppo comico che creò una casa di produzione ad hoc, la Handmade Films, “Because I want to go see it”.

 

Questo desiderio deriva sicuramente dal fatto che questa non fu la prima volta in cui i Monty Python si ritrovano alle prese con riferimenti religiosi: il film è nato proprio sulla scia del loro lavoro precedente, Monty Python e il Sacro Graal, che ebbe a sua volta una produzione travagliata per mancanza di fondi ma che, successivamente, fu un gran successo.

 

La storia di Brian è buffa, “silly” come spesso li sentiamo dire.

In alcuni momenti al limite dell’inverosimile, raggiungendo anche livelli cosmici (letteralmente) di assurdo, lasciando larghissimo il margine di immaginazione, calcando la mano su problemi sociali in maniera ragionata e  prendendosi gioco… beh, di qualsiasi cosa.

 

Nonostante sia stato addirittura "bannato" per blasfemia in alcuni paesi del mondo, il film non si pone in una posizione critica nei confronti del credo cattolico, tantomeno scimmiotta qualche figura religiosa in modo esasperante.

È invece la storia di un uomo che si ritrova a essere additato come Messia contro il proprio volere, diventando così uno strumento per parlare sagacemente di attualità. 

 

Un pregio assoluto dei Monty Python è esattamente questo: affrontare tutte le situazioni in modo identico, con la stessa ilarità, nessuna meno dignitosamente dell’altra, creando momenti e situazioni divertentissime e, allo stesso tempo, brillanti. 

 

La visione del film è consigliata in versione originale per non perdere alcuni giochi di parole o riferimenti culturali, oppure col primo adattamento italiano, che rispecchia in maniera consona lo spirito della pellicola.

 

 

Disponibile su Netflix.

 

[A cura di Eris Celentano]

 

Posizione 4

L'ultima tentazione di Cristo

di Martin Scorsese, 1988

 

Spesso si tende a concepire la blasfemia come frutto di un atteggiamento violento, di una critica corrosiva, di un attacco spudorato.

 

Ciò che non viene preso in considerazione con frequenza è quanto la blasfemia possa invece essere figlia di un ripiegamento interiore, di dubbi atavici, di domande irrisolte.

 

L'ultima tentazione di Cristo, pur essendo con ogni probabilità uno dei film "blasfemi" più noti della Storia del Cinema, ribalta completamente questo assunto. 

 

L'opera, a firma di un fervente credente come Martin Scorsese, è tratta dall'omonimo libro Nikos Kazantzakis e incardina tutta la propria potenza blasfema su delle domande che minano le fondamenta dell'impalcatura dogmatica della fede cattolica.

 

Si tratta di un film gravato dallo stigma della blasfemia ancor prima di essere girato: non a caso il primo tentativo produttivo del 1983 naufragò a pochi giorni dall'inizio delle riprese e il secondo, una volta andato in porto, venne subissato di critiche e censurato in diversi paesi del mondo.

 

L'elemento dissacrante all'interno della pellicola è proprio il dubbio, insinuatosi della mente di un Messia che vive un rapporto tormentato con Dio e con il proprio compito sulla Terra. Un elemento che, però, si propaga lungo l'intera opera, declinandosi attraverso manifestazioni sempre meno accettabili da un pubblico cattolico.

 

La rappresentazione di un Gesù debole, che sogna l'oblio e si lascia tentare da Satana fino a rinunciare alla propria missione divina, ad accettare i piaceri della carne, a sposarsi ben due volte e procreare è da sempre tra le più controverse e invise agli spettatori credenti. 

Tale rappresentazione, però, altro non è che una riflessione sulla natura umana del Messia e sulla difficoltà delle scelte che gli si sono parate dinnanzi.

 

Delle scelte che la stessa Bibbia ha sempre definito difficoltose, senza però mai ammettere la possibilità contraria.

I dubbi provati da Gesù e incarnati meravigliosamente da un Willem Dafoe a dir poco mostruoso sono, dunque, il riflesso degli stessi provati da Kazantzakis prima e Scorsese poi. 

 

Sono le questioni morali che tormentano ogni uomo che si ritrova a convivere con l'impossibilità di accettare una serie di dogmi dinnanzi alla propria sofferenza.

 

Domande legittime, frutto di introspezione e dolore che, seppur ben più rispettose della tradizione da cui attingono di quanto venga comunemente affermato, finiscono per generare risposte scomposte e corrosive.

 

Delle risposte che, in ultima analisi, risultano funzionali a ribadire la potenza delle scelte effettuate da Cristo nel Nuovo Testamento in nome della fede cattolica e della salvezza comune, ma che finiscono per inquietare tutti coloro i quali non sono pronti a porsi nessuno dei dubbi che le ha generate.

 

L'ultima tentazione di Cristo riesce dunque a scardinare l'idea comune del dissacrante, mirando dritto alla fonte stessa di tutte le blasfemie: l'umano raziocinio, il più blasfemo tra i concetti da noi intellegibili.

 

 

Disponibile su Chili e Google Play.

 

[A cura di Jacopo Gramegna

 

Posizione 3

Il cattivo tenente

di Abel Ferrara, 1992 

 

Tanto per cominciare, la premessa è che una suora - senza nome - è stata brutalmente stuprata in una chiesa.

 

In una New York sozza, brulicante di anime in pena, tossici e generici criminali, il caso viene assegnato al “Tenente”, anche lui senza nome e apparentemente poco interessato al mantenimento dell’ordine pubblico.

Scommettitore cronico, alcolista, padre e marito assente, corrotto, cliente assiduo di meretrici, drogato e violento: questo è il “Bad Lieutenant” interpretato da un sontuoso, rognoso, affranto Harvey Keitel.

 

Un uomo perduto, totalmente in balìa dei suoi vizi e di un decadimento morale immotivato, senza radici, motivi o spiegazioni: il tenente si è perso… e non sa tornare.

 

Era il 1992 quando Abel Ferrara presentò nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes questa pellicola lasciva, scorretta, violenta e con una forte connotazione religiosa.

Tra i frame de Il cattivo tenente, infatti, i simboli del cattolicesimo - comprensivi di sequenze dedicate alla crocifissione del Cristo - sono più che frequenti: i protagonisti del film diventano quindi icone, emblemi di sofferenza, smarrimento, sacrificio o ricerca di redenzione.

Non è un caso che la maggior parte dei personaggi dell’opera rimangano senza nome.

 

A ben vedere la produzione stessa de Il cattivo tenente sembra essere nata sotto una stella sacrilega, e gli elementi che suffragano questa ipotesi non sono pochi: il film venne scritto a quattro mani dal regista con Zoë Lund, giovane attrice morta di overdose che nel precedente cult “rape & revenge” L’angelo della vendetta (terzo lungometraggio di Ferrara del 1981) interpretava una donna che si fa giustizia vestendo la tonaca; l’episodio della violenza carnale subita dalla suora newyorkese è ispirato a un fatto di cronaca avvenuto negli anni ’80; se poi si aggiunge il fatto che il regista, all’epoca delle riprese, faceva abbondante uso di droghe e che Keitel spesso non aveva sufficiente lucidità per realizzare di essere su un set cinematografico, il quadro può dirsi completo.

 

Nella bizzarra filmografia di Abel Ferrara, popolata da script che indagano attorno disadattati psicopatici (The Driller Killer), vampiri filosofi (The Addiction) e malviventi atipici (King of New York; Fratelli), Il cattivo tenente si incastra come ragionamento su religione e redenzione, riprendendo - ancora una volta - la figura ricorrente del peccatore.

 

L’ottavo lungometraggio di Ferrara è un neo-noir sporco, osceno, che gira in tondo in un turbinio di empietà e malefatte, un cult scorretto e sboccato, episodico, imperfetto ma bellissimo, dotato di una colonna sonora a tratti memorabile.

 

Senza considerare che al suo interno è presente una delle scene di blasfemia più famose e potenti della Storia del Cinema: una serie di bestemmie ululate a pieni polmoni da un’anima persa, la pecorella smarrita che non può fare altro che ribellarsi al Pastore per la sensazione di abbandono che sta patendo.

 

 

DIsponibile su Chili e Google Play.

 

[A cura di Adriano Meis]

 

Posizione 2

Totò che visse due volte

di Daniele Ciprì e Franco Maresco, 1998

 

Totò che visse due volte viene presentato per la prima volta al Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel 1998: si tratta di un’opera composta da tre episodi numerati e senza titolo, ambientata in una Palermo diroccata e apocalittica, popolata da personaggi grotteschi, violenti, avidi e blasfemi.

 

La coppia di registi Daniele Ciprì e Franco Maresco conquista la critica internazionale ed è pronta al confronto con quella italiana, cosa che però rischia di non avverarsi mai.

 

Quattro giorni prima dell’uscita italiana, infatti, inizia il calvario: la commissione di revisione cinematografica del Dipartimento dello Spettacolo blocca la riproduzione in tutte le sale di distribuzione vietandola a tutti (successivamente il blocco verrà revocato, ma gli autori e il produttore verranno denunciati per vilipendio alla religione).

 

I motivi?

 

“Tende a defraudare la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”;

“Offensivo del buon costume […] riguardo alla sfera delle relazioni sessuali tra individui”;

“Esprime un esplicito atteggiamento di disprezzo verso il sentimento religioso in generale e quello cristiano in particolare”;

“Si sottolinea infine lo squallore di scene chiaramente blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale, di violenza gratuita e di sessualità perversa e bestiale”.

 

Il giudizio si riferisce agli eventi del terzo episodio, dove effettivamente sono presenti degli elementi dissacranti. 

 

I due personaggi principali si chiamano entrambi Totò: un capo mafia e una rivisitazione del Messia (si noti: Totò = Salvatore) interpretati dallo stesso attore; il Cristo dei due registi palermitani è scorbutico, sboccato e si gratta sempre le parti intime, gli apostoli che lo accompagnano durante l’Ultima Cena sono grezzi e raccontano barzellette sconce, mentre per intrattenerli compare nientedimeno che una spogliarellista.

 

Un angelo viene privato delle sue ali da tre uomini obesi che a turno lo violentano davanti agli occhi eccitati dello scemo del villaggio che si masturba allegramente (con un primo piano diretto sul membro), che viene poi forzato a unirsi a loro.

Lo stesso personaggio nelle scene iniziali cerca di stuprare una gallina e finisce per fare lo stesso con una statua raffigurante una Madonna. 

Tutto questo ovviamente è solo un pretesto per denunciare qualcosa di più profondo.

 

La sovraimpressione della raffigurazione cristiana con quella mafiosa e gli altri riferimenti empi non sono un oltraggio al cattolicesimo e alla sacralità, bensì un attacco a un’umanità diventata ormai bestialità che trova la sua dimensione solo nel degrado di un mondo i cui i valori sono stati sostituiti da tre feticci: sesso, denaro e una religione senza Dio.

 

Una visione nichilista con rimandi pasoliniani e buñueliani di un universo in cui le vittime vengono innalzate a uniche figure religiose mescolando - come mostrato dal contrasto tra bianco e nero della splendida fotografia di Luca Bigazzi - il sacro con il profano.

 

La blasfemia come rappresentazione della deriva e la rovina dell’uomo contemporaneo: ecco la lezione dell’ultima vera opera sperimentale e audace del Cinema italiano d’autore. 

 

 

Disponibile in Home Video.

 

[A cura di Jacopo Troise]

 

Posizione 1

Paradise: Faith

di Ulrich Seidl, 2012

 

Quello di Ulrich Seidl è un Cinema provocatorio, scomodo.

È un Cinema che mostra le ipocrisie della società che ogni giorno ci vengono proposte col sorriso, imbellettate e impacchettate affinché possano essere spacciate per una delle tante declinazioni del Bene.

 

La Trilogia del Paradiso del regista austriaco è un’opera cinematografica dedicata all’amore, alla fede e alla speranza.

 

Ma quando con Seidl si ha a che fare con questi sentimenti e valori è come trovarsi di fronte allo specchio di Alice attraverso lo specchio: guardandolo scorgiamo semplicemente ciò a cui siamo abituati tutti i giorni, ma provando a entrare in esso, superando la sua superficie, giungiamo in un mondo mai esplorato prima, che ha tanto di incredibile quanto di inquietante.

 

Allo stesso modo, nella trilogia di Seidl, i temi principali attorno a cui ruotano gli eventi e i protagonisti vengono approcciati inizialmente in maniera leggera e superficiale.

Ma non passa molto tempo perché l’atmosfera inizi a diventare più pesante e a mettere a disagio lo spettatore che, insieme ai personaggi, sprofonderà nell’abisso delle represse pulsioni umane.

 

Il secondo capitolo della trilogia, Paradise: Faith, si comporta esattamente così con chi assiste alle vicende.

 

La protagonista Anna Maria (Maria Hofstätter) va in ferie e decide di trascorrere la sua settimana di vacanze provando a fare un’opera di conversione "porta a porta" alla religione cattolica.

Praticante integerrima, sogna un’Austria unanimamente cattolica e libera dai peccatori che inquinano il suo Paese con credenze sbagliate.

 

Iniziamo così a conoscere la protagonista di Paradise: Faith, tra scene dal carattere comico con venature di black humour e situazioni che iniziano a diventare sempre più cupe e sadiche, soprattutto con il ritorno dell’ex marito islamico Nabil (Nabil Saleh): un pezzo di vita passata su cui la protagonista non ha intenzione di ritornare.

 

Come se stessimo spiando dal buco della serratura, la fotografia di Ed Lachman ci fa seguire i personaggi da molto vicino.

Siamo Dio e come un dio abbiamo accesso a ogni cosa, immergendoci nella melma putrescente di insoddisfazione, fanatismo e masochismo di cui si nutrono quotidianamente Anna Maria e Nabil.

 

La spinta quotidiana della protagonista non è un’energia celeste, illuminante, quanto una negatività autodistruttiva che, però, lei non solo accoglie ma addirittura desidera, perché solo così potrà ricevere la vera salvezza.

Il feticismo religioso la porterà all’esasperazione di concetti cardine del suo stesso credo la cui risoluzione potrà solo risiedere nell’autoconvincimento fanatico che quel suo modo di agire sia giusto, morale all’interno della blasfemia di cui è pregno.

 

A detta del regista Michael Haneke, il fatto che Ulrich Seidl abbia tardato a calcare il red carpet di Cannes è dovuto al fatto che i suoi film sono come “calzini puzzolenti e loro [gli organizzatori del festival, ndr] non vogliono roba simile sulla loro elegante Croisette”.

 


Disponibile in Home Video.

 

[a cura di Morena Falcone]

 



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6 commenti

scarbo

28 giorni fa

Una delle migliori top8, davvero scritta con una dedizione e un’attenzione al significato mai banali. Sottoscrivo quanto già espresso da Alessandro, con particolare riguardo alle grafiche del Drenny che sono sempre impagabili; questa volta, però, mi hanno ingannato facendomi credere inizialmente si trattasse di veri frame dei film che non ho ancora visto (motivo in più per apprezzarle).
Come ormai da tradizione, mi cimento nel cercare di indovinare l’autore della recensione in base al film scelto e al testo scritto: stavolta mi è andata male, ne ho presi solo 3 (Lorenza, Cassa e Meis)!

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Drenny

27 giorni fa

scarbo
❤️❤️❤️

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Morena Falcone

24 giorni fa

scarbo
Ma grazie a te! 💛

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Alessandro Veronesi

29 giorni fa

Di certo è molto rischioso andare a parlare di un argomento del genere, il fatto che abbiate scelto di trattarne è già di per sé un plauso.
Parlare di religione e soprattutto blasfemia porta con sé il concreto rischio di andare a trattare l'argomento con eccessiva leggerezza nell'intento di sdrammatizzare, oppure con eccessiva volontà anticlericale, il che porta in entrambi i casi il dibattito su lidi non proprio edificanti per la testata e i redattori che ne trattano.
Avete fatto della vostra professionalità un punto di forza, non solo evitando strafalcioni, ma instaurando una discussione molto interessante e portando una selezione di 8 film incredibili.
Decisamente la migliore top8 presente sul sito!
I miei complimenti.
Postilla sulle grafiche, irriverenti e geniali al tempo stesso, sono meravigliose!

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Morena Falcone

28 giorni fa

Alessandro Veronesi
Alessandro, come sempre i tuoi complimenti non possono che renderci fieri del lavoro svolto e motivarci a far sempre meglio.

Come hai detto tu, quelli della religione, della blasfemia, erano argomenti molto delicati le cui diverse sfumature abbiamo provato a trattarle in maniera tanto professionale quanto appassionata.
Perché, del resto, se ognuno di noi non mettesse passione in quello che scrive, gli articoli e il sito tutto non sarebbero quelli che conoscete e per cui voi Patreon ci state dando fiducia.

Ancora grazie per il feedback 💛

Ps: concordo sulle grafiche, ma del resto sono del Drenny!

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Drenny

28 giorni fa

Alessandro Veronesi
Grazie per la postilla. 😌❤️ Per il resto sì, concordo con te e ti dirò, spesso ho pure una discreta pressione psicologica nel cercare di produrre immagini all'altezza degli scritti (a volte riesce, a volte no, ahimè). Lieto siano piaciute a sto giro, grazie davvero! 😌

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