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Love Express, di Kuba Mikurda - Fish & Chips 2019

Walwrian Borowczyk (Boro da qui in avanti, come lo chiameranno alcuni intervistati) è uno dei grandi registi polacchi degli anni '60-'70-'80 assieme a nomi come Roman Polanski, Andrzej Zulawski, Krzysztof Kieslowski, Andrzej Wajda, Zbigniew Rybczynski e Jerzy Skolimowski. 

 

 

 

Come molti di loro è fuggito dalla Polonia per approdare in Francia dove, nel pieno fermento culturale del movimento studentesco e della rivoluzione giovanile, ha trovato la voglia di libertà che caratterizzerà il suo cinema rivoluzionario e irriverente, così eclettico da passare dall'animazione d'avanguardia all'erotico da cinema a luci rosse. 

 

 

[Slavoj Zizek nel film]

 

 

Love Express ripercorre la vita di Boro attraverso i racconti di alcuni storici collaboratori, di alcuni contemporanei, di tutti quelli che amando il suo cinema gli hanno dato seguito in differenti percorsi (Neil Jordan, Terry Gilliam, Bertrand Bonello, Mark Cousins) e di vari critici e intellettuali, ma soprattutto attraverso la sua esperienza analizza aspetti fondamentali come la libertà dell'artista, i danni che possono fare le etichette nel Cinema e il ruolo dell'erotismo nell'arte degli anni '60 e '70 e di come abbia perso il suo significato. 

 

Il film è diviso in cinque capitoli che ripercorrono la parabola di questo autore dall'essere "lo studente di maggior talento" dell'accademia che frequentava assieme a Wajda al declino, stritolato dalla fama di pornografo e dalle case di produzione. 

 

 

 

 

Sin dai primissimi minuti ci viene mostrato Boro nel suo piccolo studio, assimilabile a quello da cui è partito: è rappresentato come un artigiano, un artista della costruzione, un esperto di qualcosa di pratico, di manuale e non un autore concettuale e slegato dalla realtà, solo in seguito scopriremo il valore del suo pensiero, il livello della sua arte, ma prima di tutto ci è mostrato così intento a toccare, costruire e montare. 

 

L'intero film è pervaso da questa nostalgia dello studio e dell'animazione, di quel piccolo spazio in cui essere quasi una divinità a cui tutto è permesso e che da sola è autosufficiente a tutte le necessità realizzative. 

 

Oltre all'aspetto pratico dell'animazione, più voci dei suoi collaboratori e spezzoni di dietro le quinte ci mostreranno come lui stesso costruisse gli oggetti di scena, li curasse fino al minimo dettaglio, così come la posizione dei vestiti nella famosa scena della rosa ne La Bestia.

 

Non era particolarmente interessato agli attori, ci diranno i diretti interessati, quello a cui teneva era che tutto riproducesse perfettamente gli oggetti e le forme che aveva in mente. 

 

 

[Neil Jordan con il famoso ditale di Tom Cruise in Intervista con il Vampiro, per il quale dice di essersi ispirato alla meticolosità degli oggetti costruiti da Boro]

 

 

Ogni prop o costume doveva essere come lo aveva immaginato o come lo avrebbe disegnato se fosse stato ancora nel suo studio da animatore invece che su un set.

 

Il grosso momento di cambiamento che tutti gli intervistati del film identificano all'unisono è stato proprio il voler abbandonare l'animazione per passare al mondo del cinema di finzione, dove però poco a poco gli è sfuggito tutto dalle mani, incapace di reggere le pressioni delle produzioni, le etichette dei critici e il rapporto con gli attori di fama. 

 

La sua animazione lo rappresentava, era l'opera rivoluzionaria e libera di un solo uomo, non come quella di Walt Disney - a cui Terry Gilliam lo paragona ponendolo sullo stesso piano - fatta da uno sforzo collettivo.

 

Il primo periodo da regista e non da animatore è stato caratterizzato da opere come Goto e Racconti Immorali, opere sperimentali in cui l'autorialità spiccava e affascinava giovani registi e critica.

 

La voglia di libertà e l'uso talvolta di una fortissima carica erotica lo caratterizzavano e lo fecero acclamare come uno degli autori più interessanti in circolazione.

 

 

[iI DoP di Boro Noel Very con alcune foto dai film]

 

La grande fama portò le grandi produzioni e La Bestia, ultimo film fortemente voluto da Boro, in quanto ancora più chiaramente erotico gli diede il colpo di grazia: lui che aveva rifuggito per tutta la vita le etichette era diventato un regista pornografico e in poco tempo il mondo attorno a lui sarebbe cambiato totalmente.

 

Iniziarono a proporgli film sempre più film fotocopia in cui venivano a sua insaputa aggiunte scene e in cui le produzioni chiedevano sempre più nudi e sesso.

 

Gli anni di emancipazione stavano finendo e ormai la sessualità non era più un elemento di rottura ma una consuetudine, con il suo circuito di sale e il suo pubblico.

 

Il venir rinchiuso in questa etichetta e il complicatissimo rapporto con le produzioni poco a poco lo limitò e lo sfinì.

Fino allo struggente racconto della sua stanca presenza sul set di Emmanuelle V e alla sua voglia di solitudine. 

 

 

[Noel Very]

 

 

Dopo l'omaggio a Joe D'Amato con la proiezione di Antropophagus e quello a Russ Meyer, questo film è il racconto di un altro dei padri spirituali di questo festival e della sua voglia di grande cinema di genere. 

 

Un documentario non solo interessante per ciò che racconta, ma davvero ben realizzato: la parabola della sua vita è incalzante, il montaggio si permette sequenze di grandissima qualità (i segmenti frenetici e caotici con stacchi sull'asse a sottolineare la centralità di alcuni discorsi di Slavoj Zizek sono davvero interessantissimi) e la qualità visiva non viene mai lasciata da parte come nella sequenza della riscoperta del costume della bestia.

 

Introdotto da:

 

 

 

 

Un semplice tratto di matita su cu carta, una donna che torna a casa, si strucca, si sveste e poi... si mette a nudo fin nel profondo. 

 

Lady Strips (di Adrienne Mountain) è un cortometraggio di una semplicità incredibile, ma che proprio grazie a questa sua semplicità risulta di grande forza.

 

Una prima metà erotica, sensuale, incredibilmente coinvolgente e una seconda in cui il legame con lo schermo ormai indissolubile ci porta nella violenza e nell'inquietudine di un disegno che si scuoia vivo, passando dalla semplicità di un tratto alla precisione di un manuale di medicina e che ci fissa dritti negli occhi prima di lasciarci al film. 

 

Qui il trailer di Lady Strips.

 

[In copertina Terry Gilliam nel film - Foto di Walwrian Borowczyk]

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