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Drive ¦ Il film preferito di Aristotele

''Enigmatico, senza nome: lui è soltanto 'il pilota'.

A fin di bene pizzicherà, però, le persone (forse) sbagliate. Il suo passato non ci è noto e non sappiamo dove sarà diretto.

Guidare e 'pungere' sono la sua natura.''


Così tempo fa definivo il concept di Drive.

Ora mi interessa scoprire perché.

 
Ciò che ci viene mostrata in questo film è la spiegazione del concetto filosofico di essenza, vale a dire ciò che definisce che una cosa sia ciò che è (e non un'altra), e ciò che non muta quando tutto il resto muta.

L'essenza, quindi, è il fondamento di ciò che realmente è, ed è contrapposto all'accidente

 

Il grande pensatore Bertrand Russell ricorreva ad una metafora per spiegare tutto questo.

Immaginate, diceva, la vostra essenza - la sostanza di ciò che fa di voi ciò che siete (e non altri) - come un attaccapanni; gli accidenti vi si appendono da ogni parte definendo ciò che siete in ogni singolo momento.

 

Questo è sbalorditivo se ci si pensa, perché essa è anche ciò che ci fa attribuire ogni singola impressione a quella parte di noi che ci definisce e che ci costituisce fin dalla nascita.

Ogni cosa che ci accade, appunto, ci accade: accade a noi e a nessun altro, ecco perché è nostra.

È noi. 

 

Pensate siano conclusioni scontate? Allora provate a domandarvi con quale grado di sicurezza direste che la barra di contenzione per i denti che porterete fino alla vostra morte sia voi. E ancor più: una protesi è voi?

La potete rimuovere, la potete persino gettare, come i vostri capelli, del resto che, pure, dubito affermereste che non siano voi. 

E un tumore, allora?

 

Non è per nulla scontato nessuno dei meccanismi di mappatura psicologico-cerebrale, di propriocezione e di costruzione unitaria della propria identità, la stessa memoria anterograda (pensate a Memento) ed è solo grazie al loro funzionamento che ogni impressione che patiamo può essere riferita ad uno stesso soggetto; non fosse così ogni secondo sarebbe sconnesso dai precedenti e non ci sarebbe alcuna coerenza nella nostra narrazione biografica, e nemmeno in quella quotidiana; figurarsi se ora riuscirei ad ultimare un unico articolo con un senso...

 

 

[Il saggio classico, per dare una dimensione - a taglio divulgativo - di cosa comportino le lesioni alle aree encefaliche coinvolte nei meccanismi di propriocezione]

 

 

L'essenza (e la psicologia) di un personaggio, ci disse Aristotele nel suo manuale per le buone trame - la Poetica - deve emergere dalle sue azioni e non dalla narrazione a loro estrinseca (e non viceversa, quindi).

 

Insomma, aristotelicamente parlando, i film di Woody Allen - pieni zeppi di monologhi e descrizioni della psicologia dei personaggi prima ancora che si sia visto muovere un dito a questi - sono, esteticamente parlando, spazzatura, mentre un film come Il petroliere o Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo (pensate ai primi dieci minuti di ciascuno dei due), ma anche molti action movies "minori", sono basi perfette su cui edificare "una trama ben architettata"

 

Nel film di Refn il protagonista è Il guidatore.

Egli è ciò che è (davvero), e ciò che è è ciò che fa (eccoci Aristotele).

L'opera di spersonalizzazione del personaggio imbastita da Refn e dall'attore protagonista è estrema e stupefacente.

 

Ryan Gosling non muove un muscolo facciale in più del dovuto, tutto è teso a manifestare soltanto la sua più pura natura. Una natura perenne che è da sempre e per sempre sarà; non è un caso che - esattamente come Lo straniero ne la Trilogia del dollaro Leoniana - Il pilota "dal nulla viene e nel nulla va".

 

 

[A quanto pare per essere un uomo d'azione si deve necessariamente occupare la bocca]



L'essenza risponde sempre ad una definizione immutabile e infatti Il guidatore ha il suo mantra che ripropone ad ogni occasionale cliente:

"Dammi ora e luogo e ti do cinque minuti: qualunque cosa accada in quei cinque minuti sono con te, ma ti avverto, qualunque cosa accada un minuto prima o un minuto dopo sei da solo.

Io guido e basta."

Egli guida... e punge.

Come lo scorpione che porta disegnato sul giubbotto, quando attacca è per conficcare un oggetto o parte di sé stesso (pensate alla stupefacente scena dell'ascensore) nell'avversario.

E lo scorpione, come ci suggerisce Refn, rimanda anche al racconto popolare de La rana e lo scorpione che qui di seguito riporto:

"Uno scorpione chiede a una rana di lasciarlo salire sulla sua schiena e di trasportarlo sull'altra sponda di un fiume; in un primo momento l'anfibio rifiuta, temendo di essere punta durante il tragitto, ma l'aracnide argomenta in modo convincente sull'infondatezza di tale timore: se la pungesse, infatti, anche lui cadrebbe nel fiume e, non sapendo nuotare, morirebbe insieme a lei.

La rana, allora, accetta e permette allo scorpione di salirle sulla schiena, ma a metà strada la punge condannando entrambi alla morte; quando la rana chiede allo scorpione il perché del suo gesto insano, questi risponde: 'è la mia natura' ".


Chiaro, no?

 

 

 

 

Le indicazioni di Aristotele non sono completamente arbitrarie, il suo apparato estetico vedeva in questa particolare poetica un modo per portare inevitabilmente all'elemento più significativo (a suo dire) dell'intreccio: il colpo di scena; e quindi al trasporto emotivo dello spettatore e quindi alla catarsi dai sentimenti rappresentati e suscitati. 

Va detto che per chi ami la letteratura non è sempre facile imbattersi in un approfondimento psicologico al grado zero del protagonista. O così può apparire.

Il pilota dà l'impressione di essere una sorta di macchina automatica identificabile soltanto con quello che sa fare meglio, e alla lunga può risultare difficile empatizzare con lui e sentire il conseguente trasporto emotivo; ma solo fino a quando non avvengono proprio quei colpi di scena di cui sopra, o, per meglio dire, in questo caso, vere e proprie esplosioni sentimentali e caratteriali.

 

La psicologia del personaggio, sorta dalle sue azioni, si libera all'improvviso e appare chiara allo spettatore che incomincia finalmente ad empatizzare e purificarsi, attraverso ciò che viene rappresentato, dai sentimenti più riprovevoli.

Sì: Drive sarebbe il film preferito in assoluto del Filosofo. 

 

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9 commenti

Matteo Tocci

3 mesi fa

Articolo interessantissimo, è sempre un piacere leggerti Seb!

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Fede3597

7 mesi fa

Grande articolo e, ovviamente, grande film. Adoro queste rubriche in quanto, non avendo una formazione filosofica che vada oltre il liceo, trovo che sia un gran bel modo per scoprire e approfondire nuovi argomenti. Dunque, grazie.

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Davide Pontis

9 mesi fa

Ottimo film; colonna sonora ipnotica, regia fantastica e interpretazioni magnifiche!

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Da un appassionato di filosofia totalmente ignorante riguardo gli antichi, bell'approfondimento, soprattutto il discorso sull'essenza. Io adoro Woody Allen anche perché facendo sproloquiare i suoi personaggi ci rende partecipi di uno dei comportamenti più umani, ovvero il tirare su una cortina di fumo per nascondere ciò che si è con razionalizzazioni e fiumi di parole. Quindi non stupisce che i personaggi che hai citato tu si staglino come giganti su tutti gli altri.

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Sebastiano Miotti

9 mesi fa

Yorgos Papanicolaou
Giusta considerazione.
Superumani davvero

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BubbleGyal

10 mesi fa

Drive è un film di cui sento troppo poco parlare purtroppo. Lo studio delle luci e delle inquadrature sono studiatissimi, ogni scena un quadro.

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BubbleGyal

10 mesi fa

Drive è un film di cui sento troppo poco parlare purtroppo. Lo studio delle luci e delle inquadrature sono studiatissimi, ogni scena un quadro.

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Luca Buratta

10 mesi fa

Quello di far parlare le azioni piuttosto che i personaggi è il filo che unisce i film di Refn. In Bronson, dare una giustificazione razionale al comportamento del protagonista è francamente impossibile, lui è in tutto e per tutto, esattamente come Gosling in Drive, quello che fa. In The Neon Demon, il personaggio della Fanning finisce per diventare il suo lavoro ed annullare la sua personalità, piegandosi al gioco perverso.
In Drive questo è molto evidente perché, oltre a ciò che vediamo, sappiamo veramente poco del protagonista, che non fa nulla per aiutarci, peraltro. Parla pochissimo, mostra pochissime emozioni. In un certo senso fa parte anche del personaggio, nel senso che uno che fa quel lavoro lì non può essere emotivo, né può perdersi in chiacchiere. Ed è vero che iniziamo ad empatizzare con lui solo quando ha delle reazioni umane riconoscibili, o meglio, nelle quali potremmo astrattamente identificarci.
Refn non è un regista semplice. La stilizzazione portata all'eccesso, nella sceneggiatura ma anche, e soprattutto, nella messa in scena, fatta spesso di luci che tagliano o scolpiscono i soggetti, assolutamente fuori da ogni logica diegetica ma per puro espressionismo, è una cifra stilistica, un vezzo, o il suo modo, puro e semplice, di raccontare una storia? Di certo c'è che è uno dei registi migliori nel far parlare le immagini, cosa che dovrebbe essere la migliore qualità di qualunque film.

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Sebastiano Miotti

10 mesi fa

Luca Buratta
Belle intuizioni

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