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La verità sul caso Harry Quebert: un giallo di scrittori e cose proibite - Recensione

La verità sul caso Harry Quebert, thriller drammatico diretto da Jean-Jacques Annaud - regista francese conosciuto per la regia de Il Nome della Rosa con Sean Connery, Sette Anni in Tibet e Il nemico alle Porte - appartiene a quel filone che s'imbriglia nella meta-letteratura, mettendo uno scrittore al centro del proprio intreccio.


Da Jack London a Stephen King, sono molti, e non tutti degni di nota, i romanzieri che hanno messo al centro del proprio racconto la figura, di per sé romantica, dello scrittore la cui naturale curiosità voyeuristica finisce per metterlo al centro di eventi surreali, intrighi o storie dell'orrore.

 

 

 

 

Il cinema ne ha tratte diverse trasposizioni e, pistola alla tempia, ricordo il Misery di Rob Reiner e Secret Window di David Koepp, con un Johnny Depp brillante e impegnato, insieme a John Turturro, a sollevare un'opera non proprio riuscita ma che si lascia guardare volentieri.


Se invece volete ridere con qualcosa di geniale e sublime nelle interpretazioni quanto nella stesura della sceneggiatura, recuperate Harry a Pezzi di Woody Allen, un film memorabile.

Se siete amanti del genere in esame e se la figura dello scrittore vi affascina, La verità sul caso Harry Quebert sarà il vostro orgasmo: un thiller basato in parte sui percorsi incrociati e similari di uno scrittore, affermato, e uno in ascesa.


Marcus Goldman, enfant terrible della letteratura il cui prossimo lavoro è atteso con fervore dal pubblico, cerca rifugio dal veleno della popolarità instantanea, quella che sta uccidendo la sua creatività, nella casa, sommersa nel verde serafico del New Hampshire, del suo vecchio mentore e autore di successo Henry Quebert


Questo idillio creativo viene gelato dalla riapertura di un cold case riguardo la scomparsa, avvenuta 33 anni addietro, della quindicenne Nola Kellergan, il cui cadavere viene ritrovato nella proprietà di Henry, accusato di omicidio.

Da questo punto in poi, la vicenda si dipana seguendo una serie di intuizioni che si basano sull'archetipo dello studio delle piccole comunità.


Un artifizio utile a descrivere quel macrocosmo che è la nostra società attraverso un microcosmo come quello della provincia, quel serafico, piccolo, deurbanizzato paradiso dove tutto sembra perfetto, quando invece riassume e annida tutte le idiosincrasie e gli incubi del nostro tempo.


Twin Peaks, in televisione, ha fatto scuola a riguardo cercando mescolanze, dando aria al contesto pacifico e innocente di una ruralità ambigua ma pur sempre serafica.


Ne La verità sul caso Harry Quebert l'umore si concentra più sulla struttura del thriller, prendendosi molto sul serio, affondando le unghie nelle malattie del mondo moderno, esplorando moralità complesse, mettendo in gioco personaggi grigi e dando un peso, sia nel contesto sociale quanto nel caso dell'omicidio di Nola, molto più grave e oscuro.

 

 



Se la serie di David Lynch basava le vicende dietro la morte di Laura Palmer su di un male sovrannaturale parte dell'esistenza, e quindi largamente inteso come qualcosa di più spirituale, l'adattamento tratto dal romanzo di Dicker descrive invece una Nola Kellergan preda di turbamenti più terreni, dove ogni membro della comunità incarna le peggiori inclinazioni dell'uomo, dando vita a un vero e proprio inferno dantesco sulla Terra: invidia, lussuria, accidia, superbia, ira, gola e avarizia.


Se Lynch crede che l'uomo sia capace di oscure macchinazioni in quanto incarnazione di una forza universale, Dicker sembra invece convinto che l'essere umano sia capace di tali nefandezze in quanto parte della sua natura, trovando la luce nell'esistenza di una moralità che lo faccia poi sentire in colpa, condannandolo a un inferno terreno o alla morte.

Allo stesso modo, se Laura Palmer era una sorta di martire, vittima di qualcosa oltre il proprio controllo e spinta verso il lato nero del mondo, Nola Kellergan è freak e mostro al tempo stesso, dominata dagli errori del padre, dai dogmi imposti da una madre presente e assente, deformata da una città incapace di resistere a qualsiasi peccato eppure perfettamente capace di nasconderli sotto la superficie, sacrificando la ragazza della porta accanto, la figlia del pastore, ai totem dei loro peccati.

Un enigma domina tutto il corso della serie: chi ha ucciso Nola Kellergan?

La verità sul caso Harry Quebert è quindi un buon thriller: un giallo tra modernità e classicismo, dove tutti giocano un ruolo e nulla è quello che sembra, fagocitando, attraverso il tempo, due scrittori.


L'incedere della storia si sposta organicamente tra il passato e il presente, rimescolando le carte in tavola, disegnando i confini di una ruralità sporca, presentando i personaggi mettendo a lato i giudizi e dipingendo romanticamente l'amore, il candore della gioventù, la leggerezza dell'estate e riportando con crudeltà i peccati dell'uomo e di come questi, spesso, convivano con l'illusione di poter essere dimenticati, portando via qualcosa e riscuotendo, sempre un conto.

 

 

 

 

Eppure, la serie mostra il fianco proprio nella complessità delle relazioni e dell'intreccio, raccontando al pubblico una storia avvincente quanto dimenticabile, un fatto di cronaca dove il marcio abbonda e stimola l'occhio curioso di chi guarda poiché voglioso di scoprire altro, stuzzicando quella voglia insana di scoprire che il vicino, quello che saluta sempre, è in verità un maniaco. 

 

Un thriller da gossip che funziona proprio per via di questa struttura ma che i più appassionati del filone vorrebbero veder sfociare nel ghiaccio freddo del noir, del sacrilego, dove lo scrittore può diventare protagonista e voce di indicibili segreti, intrappolato in una sfera reale e surreale dalla quale sembra impossibile poter fuggire.

 

Una struttura resa interessante da Nola, accentratrice di desideri lascivi e tenere attenzioni, enigma e croce, musa e pretesto, origine e rinascita di miti tra le pagine e tra le righe, genesi di autori in cerca di loro stessi e desiderosi di essere assorbiti da maledizioni oltre il loro controllo, chiamati a riscrivere loro stessi, la verità, la finzione e il rapporto tra le loro mutevoli moralità.

 

Dove il rurale umano diventa sordido, per quanto attraente alla curiosità, è la dinamica tra i due scrittori e la storia di Nola a susciare interesse, facendo di Henry narratore di una storia che non abbiamo letto e personaggio di un sequel biografico romanzato dal suo pupillo, protagonista e voce.

 

 



Jean-Jacques Annaud, regista unico dietro la serie, dimentica di lasciare un'impronta autoriale alla serie e nella televisione moderna, quella rimescolata da Cary Fukunaga, quella di un David Lynch artistico e sconsiderato verso il pubblico di massa, di un Vince Gilligan riconoscibile nelle sue storie quanto nelle sue ricerche visive, di un tandem Hiro Murai e Donald Glover segnante con il loro Atlanta e di un Nicholas Winding Refn pronto a invadere il mondo della serialità con la sua poetica cruda e pop. 

Annaud compie peccato.

Patrick Dempsey dimostra di essere un buon attore, duettando alla perfezione con Kristine Froseth - nel ruolo di Nola -, la cui prova è oltremodo lodevole e non certo facile da portare in modo credibile a schermo.


Su Ben Schnetzer, nel ruolo del giovane autore Marcus Goldman, e Damon Wayans Jr., a vestire i panni del Sgt. Perry Gahalowood inviato a indagare riguardo il caso di omicidio, nutro sentimenti contrastanti.


A volte sembrano sperduti, altre volte in parte, provando invettive da buddy movie non sempre necessarie o ben integrate nel contesto.

 

L'intero cast, in questo giallo tra Agatha Christie e David Lynch, si popola di facce note e caratteristi eccellenti, tra le quali potremmo citare Kurt Fuller (Danko, Ghostbuster II, Scary Movie, Midnight in Paris), Wayne Knight (Jurassic Park), Don Harvey (Gli Intoccabili, La Sottile Linea Rossa, Gangster Squad) e Ron Perlman (sapete chi è).

La verità sul caso Harry Quebert è un prurito avvincente, piacevole da grattare e ben confezionato, summa degli elementi più collaudati del thriller/giallo, amorevole tanto quanto un buon libro da leggere in totale relax sul proprio divano, una coccola per chi ha voglia di una piacevole distrazione.

Chi lo ha scritto

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1 commento

Nicolò Murru

11 giorni fa

Serie bellissima, divorata in un giorno.

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