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Welcome to Wrexham - Recensione: una pinta con Deadpool

Su Disney+ è arrivata Welcome to Wrexham, docu-serie che racconta l’acquisto del Wrexham AFC da parte di Ryan Reynolds e Rob McElhenney e di come le due star di Hollywood si siano innamorate del calcio

Se il Galles fosse una nazione legata a una certa tradizione del cantautorato italiano, i fedeli tifosi raccontati da Welcome to Wrexham se ne starebbero con un peso sul cuore ad affogare i sogni di gloria del proprio club di fronte a una pinta di birra servita allo storico The Turf Pub.  

 

“Paul Mullin non aver paura di tirare un calcio di rigore”, si leverebbe piano dagli spalti del The Racecourse Ground, lo stadio internazionale di calcio più vecchio al mondo ancora in uso, nonché uno degli scenari principali di Welcome to Wrexham. 

 

Non è questo il caso perché in Galles, un po’ come in tutto il tessuto culturale anglosassone, il calcio e lo spirito di comunità che ne deriva portano a risultati esaltanti, bordate di creatività e passione.

 

Quando il Wrexham AFC, il terzo club calcistico più vecchio al mondo, viene comprato da Ryan Reynolds e Rob McElhenney - il primo il famoso volto di Deadpool e il secondo una star del piccolo schermo grazie a It’s Always Sunny in Philadelphia - la band locale The Declan Swans ha composto It’s Always Sunny in Wrexham e da quel momento l’intera cittadina di Wrexham ha cominciato a cantare a squarciagola un inno che suona come un’attesa rivalsa: 

 

“Less than a mile from the center of town 

A famous old stadium was crumbling down 

No one invested so much as a penny 

Bring on the Deadpool and Rob McElhenney”  

 

[A meno di un miglio dal centro città, 

un famoso vecchio stadio stava per crollare, 

nessuno ci ha mai investito nemmeno un penny 

portaci Deadpool e Rob McElhennney]

 

[Il teaser di Welcome to Wrexham]

 

 

Welcome to Wrexham racconta una storia assurda, totalmente sopra le righe e sgangherata, eppure affascinante e toccante.  

 

Tutto parte dai protagonisti di questa vicenda: Ryan Reynolds e Rob McElhenney. 

Il primo è canadese e sul volto porta i segni delle sue origini irlandesi.  

Il secondo è figlio della città di Philadelphia, un contesto urbano travagliato, operaio, teatro di molti contrasti sociali e che nel melting pot del suo costrutto ospita figli e nipoti di immigrati irlandesi: McElhenney è uno di questi.   

 

Ryan Reynolds e Rob McElhenney sono, per usare un termine comune, statunitensi e in quanto tali accomunati da una cultura sportiva lontana dalla nostra; dove per “nostra” si intende l’ampio spettro, sfumato con molte differenze eppure molto simile, di caratteristiche che rendono noi europei così unici nel nostro rapporto con lo sport e in particolare con il calcio.

 

Il calcio è lo sport più bello del mondo e lo scopriranno anche loro due lungo Welcome to Wrexham. 

 

Uno spettacolo straordinario, emulsione di emozioni travolgenti, ribaltamenti e colpi di scena degni delle più fini sceneggiature e tragedie. 

Nel calcio si piange, si grida e si canta fino a perdere la voce. 

 

Si ama e si odia, si trova uno spirito di unione e un senso di collettività la cui composizione alchemica è complessa e spesso impossibile da riprodurre o da spiegare a parole.   

 

 

[I due co-proprietari del club si scontrano con il peso della Storia in Welcome to Wrexham]

 

Solo chi ama lo sport più bello del mondo e solo chi è ancora legato a quella stupenda idea romantica di un calcio fatto di eroi, gesti atletici, coraggio e imprese pazzesche può capire l’incondizionato e spassionato amore dei napoletani per Diego Armando Maradona

 

A Philadelphia Maradona non esiste e non esisterà mai. 

Come non ci sarà mai il ricordo di Paolo “Pablito” Rossi, il magone pensando a Fabio Cannavaro che svetta in cielo per fermare un altro pallone o il grido di migliaia di persone che prima di vedere i Reds di Liverpool scendere in campo cantano all’unisono You’ll Never Walk Alone.

 

Ryan Reynolds e Rob McElhenney non sapevano che una città operaia come quella di Wrexham avesse una storia e un senso di comunità così radicato da smuovere sinergicamente le vite e le speranze di migliaia di uomini, donne e bambini grazie alla fede per un club calcistico.   

 

Welcome to Wrexham è la cronaca di questo straordinario racconto legato al calcio, alle sue dinamiche e logiche.  

La docu-serie è figlia dell’intelligenza produttiva di Ryan Reynolds che, ancora prima di acquistare il club, inizia le riprese del documentario; esercitando lungo gli eventi il suo amore per il marketing e l’amore, in comune con McElhenney, verso le sfide. 

 

Siamo dentro gli eventi e viviamo con le due star di Hollywood un racconto dagli umori mutevoli, che si divide tra scoperta, passione, leggerezza e dramma. 

 

Io, come Ryan Reynolds e Rob McElhenney, ero partito per Wrexham sull’onda dell’entusiasmo di questa vicenda mediatica, ma lungo i 18 episodi che compongono la serie, la cui durata media è di circa 30 minuti, mi sono ritrovato travolto dal fascino e dall’emotività del racconto. 

 

 

[In Welcome to Wrexham si parla di famiglia, di figli, di lavoro, di sogni e si affronta anche l'annosa questione degli hooligans]

 

Welcome to Wrexham doveva essere un amabile passatempo da trascinare per qualche settimana, il classico contenuto leggero e amabile da guardare di tanto in tanto per smorzare la “series fatigue”. 

 

Con mia sorpresa mi sono ritrovato a divorare la stagione, macinando gli episodi in una manciata di giorni fino a diventare un appassionato tifoso del Wrexham AFC.  

 

La docu-serie non ha solo il merito di raccontare con trasporto l’acquisto del club e l’esperienza di Ryan Reynolds e Rob McElhenney, ma riesce anche e principalmente a dedicare molto tempo ai protagonisti di Wrexham: i tifosi grandi e piccoli, il proprietario e gli avventori del The Turf Pub, il frontman della band The Declan Swans, i giocatori della squadra, i volontari che hanno lavorato per il club senza compenso, i fisioterapisti, il manager, i manutentori del campo erboso e dello stadio.   

 

Welcome to Wrexham, per quanto assurdo possa sembrare, è una sorta di Ted Lasso nella vita vera.

 

Tutti sono protagonisti e le loro vite hanno uno stretto legame con il club che, a tutti gli effetti, è un membro pulsante del tessuto sociale di Wrexham, al punto da spingere una città di uomini e donne della classe operaia a scendere in campo in prima persona, su un piano economico, per salvarlo da investitori armati di pessime intenzioni.   

Ciò che affascina di Welcome to Wrexham è la facilità con la quale riesce a veicolare il calcio e le sue regole a un pubblico totalmente estraneo a ogni logica legata a esso, tanto quanto le diverse sfumature che contraddistinguono il modo in cui si vive lo sport nei paesi di stampo anglosassone.    

 

A tale scopo Welcome to Wrexham passa dal più classico taglio documentaristico a uno meno ortodosso, coinvolgendo Ryan Reynolds e Rob McElhenney e la loro verve comica per confezionare momenti più leggeri utili nel raccontare la stagione del Wrexham, a presentare il Galles e le sue tradizioni, a tradurre per gli statunitensi alcuni termini come l’utilizzo di “Nil” per indicare lo zero nel punteggio o la parola “sacked" come corrispettivo di "fired", licenziato.

Per spiegare il funzionamento basilare dei campionati di calcio e i meccanismi di promozione e retrocessione. 

 

Per ricostruire la genesi dell’amicizia tra i due co-proprietari.  

 

 

[Guardando Welcome to Wrexham mi sono innamorato di Paul Mullin e di Jordan Davies]

 

Nulla è ridondante in Welcome to Wrexham e anche le informazioni che per uno spettatore appassionato di calcio sono più che note diventano spettacolo e un piacevole intrattenimento.  

 

Dal divano di casa nostra veniamo trasportati in Galles per vivere le finestre di mercato, le ansie dei tifosi con le loro gioie e delusioni, il quotidiano dei giocatori e la nascita degli eroi che calcano il rettangolo verde, allacciando un coinvolgimento inaspettato verso qualcosa che fino a poco prima era alieno. 

 

Welcome to Wrexham è un po’ come l’inaspettata trama di una partita e tra i suoi colpi di scena si prende il tempo di regalare allo spettatore una semplice, quanto puntuale, tesi su quanto lo sport abbia un significato sociale ed emotivo per gli uomini. Non tanto da un punto di vista virile, bensì da quello del rapporto umano con i propri pari e in particolare nella costruzione del legame tra padre e figlio.  

 

È facile innamorarsi di Welcome to Wrexham, soprattutto se per voi "lo sport più bello del mondo" non è solo il vuoto chiacchiericcio sugli stipendi da capogiro dei giocatori più quotati.

 

Per me il calcio è vivere i campionati di eccellenza di provincia, osservare le imprese delle squadre di serie B, innamorarsi degli eroi simbolo delle piccole piazze, mettere un pallone a terra e divertirsi con due pali della luce, un cancello e due magliette per giocare "Alla Tedesca” o “A undici”, come si diceva dalle mie parti, partecipare ai campionati di calcetto estivi sui campetti d’erba non proprio inglese, con le docce fredde e gli spogliatoi un po’ spartani, per usare un eufemismo.

 

Ricercare anche in Football Manager le scalate verso i campionati maggiori, schierare Castolo quando gioco a PES o allenare le improbabili squadre primavera di FIFA.   

 

 

[Phil Parkinson, allenatore del Wraxham AFC e uno dei protagonisti dei momenti più duri e più leggeri di Welcome to Wrexham]


Per me Welcome to Wrexham ha rappresentato un accorato ritorno a quella straordinaria narrazione del calcio e una parte di me ha iniziato a coltivare la speranza questa sia una favola di rinascita quanto più pura possibile e non un vezzo hollywoodiano. 

 

Se amate il calcio nella sua essenza e se amate una buona storia Welcome to Wrexham vi farà venire voglia di comprare una maglietta dei Draghi Rossi di Wrexham e partire per il Galles cantando a squarciagola 

 

“We’ve got Mullin 

Super Paul Mullin 

I just don't think you understand 

He plays in red and white 

He's f*cking dynamite 

We've got super Paul Mullin!”  

 

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