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Strappare lungo i bordi: una serie per i non raccontati

Su Netflix è arrivata Strappare lungo i bordi, la prima serie animata di Zerocalcare.

 

Una serie TV che il pubblico aspettava con trepidazione, in particolar modo quell’enorme fetta di fan che già durante il primo lockdown si era innamorata dei corti animati realizzati dal fumettista, facendoli sognare riguardo la possibilità di una trasposizione dotata dei potenti mezzi tipici di una piattaforma come Netflix.

 

Strappare lungo i bordi è anche un progetto insolito per l’industria dell’intrattenimento italiana e in passato molti sono rimasti scottati da opere tra il dimenticabile e il deprecabile.

 

La domanda è quindi: dove si siede Strappare lungo i bordi?   

 

[Il trailer di Strappare lungo i bordi]

 

 

I cartoni sono cosa per bambini  

 

Non importa che si parli di Disney, Dreamworks, Marvel o delle più ardite produzioni Made in USA: il cartone animato nella cultura occidentale rimane molto spesso cosa per bambini.

 

Le rare eccezioni si dividono tra i cartoni animati dissacranti proseliti de I Simpson di Matt Groening, quindi tutto ciò che va da Seth MacFarlane a Trey Parker e Matt Stone passando per Justin Roiland e Dan Harmon, e l’animazione adatta a tutti. 

 

Disney e Marvel hanno provato la loro totale assenza di coraggio con What If…?, un prodotto innocuo sotto ogni punto di vista, mentre DC Comics con Warner Bros Animation cerca di rimanere nel campo delle trasposizioni fumettistiche, tra risultati altalenanti, legati più alla cura sommaria dell’animazione e alla scrittura spesso criminale che ai toni, relativamente accettabili, dei propri prodotti.   

 

Il denominatore comune dell’animazione occidentale, in contrasto con quella orientale che non ha mai avuto paura di utilizzare il mezzo come risorsa per parlare a tutto il pubblico senza limiti di sorta (Isao Takahata, Hideaki AnnoKatsuhiro Ōtomo e molti altri vi fanno ciao), è la presunzione di reputare l’animazione come un genere dedicato ai più piccoli e soprattutto una forma minore di storytelling.   

 

 

[Una tomba per le lucciole, o La tomba delle lucciole, di Isao Takahata: non propriamente un film per passare un pomeriggio in allegria]

 

Alcuni si potranno accendere pensando alla Pixar, ma vi renderete benissimo conto da voi che lo Studio, salvo che domani non fondi un’etichetta cinematografica per adulti, difficilmente porterà al cinema un lungo animato con violenza esplicita, sesso, parolacce e canovacci fondati su mondi e morali complesse vietate ai minori.   

 

Uno dei pochi ad aver provato a utilizzare l’animazione con la dignità che gli compete, a memoria del sottoscritto e senza parlare di cose che non conosco utilizzando Google come un procione rabbioso, è Todd McFarlane.

Nel 1997 l’autore di Spawn ha portato sugli schermi degli spettatori di HBO una serie animata capace di riflettere i toni del suo fumetto.   

 

Sento già alcuni di voi sentirsi prudere sulla lingua BoJack Horseman ma, scusate se mi ripeto, stiamo parlando di una manciata di eccezioni.

Non siamo certo sulla linea di altre industrie che generano milioni con cartoni animati dedicati a un pubblico maturo.   

 

Tutto si traduce nella conclusione: i cartoni animati sono per bambini.   

 

 

[Scusate per i ricordi da Vietnam]

 

Prendiamo un paio di esempi infami relativi al nostro mercato.

 

Ricordo ancora con un brivido di freddo terrore la serie animata di Rat-Man, strappata dell’estro comico di Leo Ortolani e della sua capacità di creare meravigliose tavole per un personaggio capace di travalicare la semplice parodia.

Una serie che criminosamente va a edulcorare Rat-Man oltre ogni limite, lasciando un guscio vuoto spogliato di tutti quei tratti a renderlo così iconico.   

 

Se vi vengono in mente altri esempi dai risultati altalenanti (Diabolik o Martin Mystere) sappiate che non sono produzioni italiane e che comunque rappresentano spesso una versione ripulita e corretta per i più piccoli.   

 

In questa meravigliosa follia cognitiva e in un paese dove difficilmente si investe o si considera l’animazione, men che meno per raccontare storie adulte, Zerocalcare e la sua Strappare lungo i bordi sono un colpo al fegato dell’industria dopo una serata passata a bere vino e grappa senza soluzione di continuità.   

 

[Una giornata con Zerocalcare per parlare di Strappare lungo i bordi]

 

 

Zerocalcare dirige, scrive, doppia e cura ogni aspetto artistico di Strappare lungo i bordi con l’ossessione dei grandi.

 

Ovviamente non ha fatto tutto da solo in una stanza buia di Netflix, ma è stato supportato da un ampio team. Eppure risulta chiaro come la sua mano sul controllo del prodotto sia anche una dimostrazione di rispetto verso l’animazione tanto quanto verso il pubblico che lo segue.   

 

Strappare lungo i bordi si contraddistingue prima di tutto per la perfetta conversione della poetica di Zerocalcare dal fumetto all'animazione.

Uno scalino sul quale molti navigati professionisti inciampano a causa della brutta abitudine di non riuscire a comprendere come il passaggio dal fumetto all’animazione possa condurre a disastrosi risultati se fatto maldestramente, magari proprio annacquando messaggi e temi portanti o dimenticando di sfruttare i vantaggi dell’arte in questione. 

 

Chi vi parla è un grande fan di Batman e le già citate trasposizioni DC contano un gran numero di fallimenti e una manciata di godibili trasposizioni (fa eccezione una sola opera originale che viaggia verso l’olimpo dei capolavori).

L’errore, escluso quello ampiamente citato, è sempre quello di avere l’irritante presunzione di migliorare opere fumettistiche che invece necessitano di una dignitosa trasmigrazione da medium a medium capendo il linguaggio dell’opera originale, anche in base al genere scelto dagli autori, per poi realizzarne la versione animata.   

 

Zerocalcare ha invece grande consapevolezza di quanto stia facendo e la sua Strappare lungo i bordi si rende protagonista di quella che non stento a definire una delle migliori trasposizioni mai realizzate.

 

Il fumettista di Rebibbia utilizza il dinamismo dell’animazione per dare corpo alle sue fisime e ai colloqui interiori e, tenendo sempre bene in mente di lavorare con un cartone animato, ne utilizza il linguaggio per spostarsi dalla gabbia del fumetto al racconto per immagini in movimento.   

 

 

[Zerocalcare e l'Armadillo in Strappare lungo i bordi]

 

Zerocalcare non riporta in scala 1:1 e non stravolge, ma dà maggiore potenza ai propri totem narrativi trovando soluzioni adatte all’animazione per dar loro corpo.

 

Anche l’idea di doppiare la totalità dei personaggi, eccetto l’Armadillo, ha una connotazione narrativa e di messaggio ben precisa, legata proprio al sistema di storytelling di Zerocalcare che trova senso anche in questo medium.

 

Parlando del fedele Armadillo, Valerio Mastandrea ha la rara capacità di dare grande carattere al personaggio, andando oltre i possibili scenari riguardo l’interpretazione di una maschera così fondamentale nella poetica di Zerocalcare.

Sono sicuro che senza Netflix e il controllo di Zerocalcare oggi avremmo una vocetta stridula e infantile a mettere in bocca alla coscienza del personaggio stridenti frasette cringe.

Abbiamo invece un Mastandrea che, andando oltre la scrittura di Zerocalcare, riesce ad avere dei tempi comici degni di essere sigillati in un manuale di recitazione da fornire a ogni doppiatore italiano da qui in avanti. 

 

Strappare lungo i bordi diventa quindi incredibilmente preziosa proprio grazie all’anima di Zerocalcare che sfrutta le possibilità date dall’animazione, riempiendo di dettagli ogni frame, inserendo il suo carico di citazioni pop e fumettistiche a spaziare da This is England, dallo sfruttamento della stessa Netflix come elemento comico e di narrazione, dallo sfondo del cellulare di Maicol & Mirco fino alla comparsata di A Panda Piace.

Le citazioni, i riferimenti e gli easter egg sono presenti in quantità ma, contrariamente alle brutte abitudini di altri, questi elementi non sono il tessuto del suo racconto, quanto il contorno, il retaggio culturale che lo definisce utile a creare un onesto appiglio con il pubblico.

 

Quello che rende Strappare lungo i bordi un’opera preziosa e perfetta è anche il rispetto dell’onestà della voce di Zerocalcare. 

La capacità del fumettista di Rebibbia di raccontare con franchezza una generazione di "non raccontati" divenendone paladino è l’elemento più potente della sua produzione artistica.   

 

Zerocalcare non è mai disonesto con il suo pubblico e la sua brutale e sboccata franchezza, ostica forse per alcuni, è tutto quello che manca nell’arte, pop e non, in Italia.

 

In un’industria capace di mentire costantemente al proprio pubblico facendogli ingoiare canovacci nei quali si vorrebbe far credere in storie dove i protagonisti vivono in case perfettamente arredate facendo i primari o gli idraulici, in rappresentazioni di Roma al limite del fantasy e popolate da protagonisti che assecondano stereotipi e retoriche di generazioni che sognano di aprire il chiringuito o di scappare con l’amante a Cuba, Zerocalcare parla invece a chi non è ascoltato.

 

Ma soprattutto non è raccontato.  

 

 

[Netflix secondo Strappare lungo i bordi di Zerocalcare]

 

Strappare lungo i bordi  

 

Strappare lungo i bordi, prendendo uno stile riconoscibile dai lettori di Zerocalcare, utilizza un mix di storie verticali per costruire piccoli momenti comici, parte di una narrativa orizzontale che cresce via via nello spettatore per condurlo verso un climax emotivo.

 

L’umanità di Zerocalcare è, se volete, l’altro efficace megafono delle sue opere.

Strappare lungo i bordi parla di una generazione portata fuori strada dalla linea tratteggiata attorno alla propria vita, stampata però su una carta quasi invisibile e facilmente deperibile.    

 

L’alternarsi tra le psicosi tragicomiche e le questioni più intime serve come grimaldello emotivo per servire il tema più grande della storia, distraendo e catturando l’attenzione di uno spettatore che si sente sempre più abbracciato da una voce familiare nella quale non c’è giudizio, paternalismo, predica o autoindulgenza, ma un onesto ritratto di maschere quotidiane diverse, accomunate dalle nevrosi di un presente incerto e vigliacco.

 

Zerocalcare si affida quindi al suo collaudato senso dell’umorismo gremito di bombe di cultura pop e una personale sensibilità per veicolare il messaggio tramite una regia ricca e ben dosata in ogni momento, allontanandosi da un piatto utilizzo della grammatica e ricordando più che altro il lavoro di enorme rilevanza che dà un fumettista nella costruzione della propria gabbia: non si butta via nemmeno un frame.

 

Zerocalcare sembra quasi nato per arrivare al pubblico tramite il cartone animato: l’utilizzo delle musiche di Strappare lungo i bordi rappresenta l'ennesima scelta oculata per veicolare il suo retaggio culturale tanto quanto per gestire il ritmo e cadenzare i momenti, senza dare mai la brutta sensazione di utilizzare certi brani per esterofilia.  

 

 

[Alice e Zero in Strappare lungo i bordi]

 

 

Le sei puntate di Strappare lungo i bordi, capitoli perfettamente confezionati di un'opera dalle intenzioni più alte, vivono delle microtematiche tanto quanto dell'attenta costruzione del macrotema di un'elaborata tesi sulla crescita, sul futuro e il senso di smarrimento.

 

In un apparente flusso di coscienza dinamico, ma mai ipertrofico, capace quando necessario di rallentare, prendere respiro e lasciare spazio a qualcosa che passi con le transizioni, le immagini, l'accompagnamento musicale dopo una frase.

 

Strappare lungo i bordi riesce quindi incredibilmente a funzionare sia con chi è totalmente orfano dei suoi fumetti come con chi lo conosce molto bene e, se mi permettete di uscire per un attimo dal mio ruolo di narratore esterno dell’opera, da lettore vi posso assicurare che nonostante la mia familiarità con le storie le ultime due puntate di Strappare lungo i bordi hanno comunque avuto un forte impatto. 

 

Tutto ciò è stato reso possibile non solo grazie alla sua onestà narrativa, come a tutti quegli elementi già discussi fino a questo punto, quanto anche grazie all’abilità di Zerocalcare di rimanere coerente con le proprie scelte rispetto alla storia e al mezzo, dando uno schiaffo finale a tutti con uno stacco di linguaggio e di tono, perfettamente allineato con le scelte stilistiche.

Zero sposta la sua funzione e noi veniamo interamente risucchiati nel racconto.

 

Zerocalcare si rende conto che il mezzo a sua disposizione non è un limite, bensì una fantastica cassa di risonanza dalle potenzialità quasi illimitate, permettendogli quindi di toccare ogni tema, anche quello più pressante del nostro presente e nei confronti del quale ci sentiamo disarmati, rinnegandolo poiché nemico invisibile e complesso.

 

Tuttavia Strappare lungo i bordi, attraverso Zerocalcare in quanto avatar di Michele Rech, cerca di proporre una storia personale come poetica per veicolare un messaggio umano capace di lasciarci scoperti, perché il nostro avatar non è tanto quello di Zerocalcare quanto quello di Alice, di Secco e di Sara. 

 

 

[Una delle tante fantasie di Zero in Strappare lungo i bordi]

 

Strappare lungo i bordi è per chi vi parla un’opera perfetta, una delle migliori trasposizioni in animazione mai portate su Netflix o su qualsiasi altro mezzo, una serie che ha anche il merito di sedimentare nello spettatore dopo averlo intrattenuto lungo tutti i sei episodi, lasciandolo alle sensazioni del finale, ai pensieri relativi ai propri bordi irregolari, mentre la sigla di Giancane suona in un loop continuo.

 

Zerocalcare forse non leggerà mai questa recensione ma, tanto da fan quanto da amante del Cinema e della TV, non posso che complimentarmi con lui per la grazia e l’onestà con la quale ha raccontato questa storia, per l’intelligenza con la quale ha trattato l’animazione come strumento narrativo e non come genere di secondo piano per bambini, e per aver parlato a generazioni di inascoltati in un mondo dove siamo peggio della carta straccia.

 

L’animazione ti appartiene tanto quanto il fumetto: spero che Strappare lungo i bordi possa arrivare a chiunque si senta imperfetto in un presente venduto, per immagine, a origami.

 

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2 commenti

Valerio Coltella

11 giorni fa

Bellissima recensione per una bellissima serie, condivido tutto.

Zero lo leggo da quando aveva solamente il blog e la cosa che mi aveva preso di più è che non è un Moccia o un Muccino, presi a raccontare la nostra generazione dalla lente deformata della loro età, ma è uno di noi che racconta il nostro quotidiano, senza andare ad esagerare in vittimismo o a dipingerci come se fossimo eroi che combattono un conflitto generazionale.

Semplici persone diventate adulte spesso a nostra insaputa, il più delle volte combattiamo per avere un po' di quello che hanno avuto i nostri genitori e che ci è stato fatto credere sarebbe stato normale ottenere, quasi legittimo...

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Alex Lenoci

11 giorni fa

Complimenti Ale! Una recensione di cui condivido ogni pensiero e non avevo mai letto un fumetto di zerocalcare. Una serie che riesce davvero a raccontarci molto sia del disagio giovanile che altri temi. Un linguaggio che arriva a tutti nella sua semplicità e che è accompagnato da musiche sempre valide.

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