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La fantastica signora Maisel 3: il conflitto come rinascita e di come serva regia nella commedia - Recensione

La recensione della terza stagione de La fantastica signora Maisel è in realtà un atto d'amore, dovuto, verso uno dei fenomeni televisivi più potenti e importanti del tempo presente. 

 


Delirando tra i fumi dell'entusiasmo post-visione e la voglia di tentare di prestare un giusto servizio che offra un'analisi tecnica guidata anche dalle personali idee a formare il mio gusto per il racconto per immagini, parto dicendo che che qualora voleste entrare nel mondo della sceneggiatura e della regia, dovreste respirare, amare, sezionare, riavvolgere e ricominciare infinite volte La fantastica signora Maisel finché non ne avrete carpito i segreti.

Come capita spesso sto sfruttando la quiete della tarda nottata per buttare giù i pensieri, cercando di mettere ermonia nel disordine attraverso la musica e immergendomi in qualcosa che mi aiuti in tale impresa.


Oggi è il turno dei Gorillaz e del loro The Now Now.

 

 


“I'm the lonely twin, the left hand
Reset myself and get back on track
I don't want this isolation
See the state I'm in now?”

 

Canta Damon Albarn nel ritornello di Humility, prima traccia dell’album e singolo, portandomi a riflettere sulle pandemie di fine anno e inizio anno che sembrano colpire il mondo intero, intento a mistificare riguardo un giro di calendario, cercando la carica in una convenzione inventata dall'uomo per dare ordine, quadrato e terreno, a qualcosa che, scientificamente parlando, è già bella che in ordine.


E nel fare ciò si casca inevitabilmente in tanti piccoli cicliche e ingenuità e le retoriche battute dello zio al pranzo di Natale, quel parente per noi tanto ridondante e fastidioso, si sono in qualche modo aggiornate ai nostri meme e nel nostro memare, inconsapevolmente, le nostre terribili idiosincrasie - Hideo Kojima ci aveva avvisato, tra le altre cose, in MGS2 ma noi... duri! - e che vi piaccia o no quell'irritante "Ok boomer" sembra diventare alquanto meritato.

Veniamo quindi al dunque: qualora il vostro 2019 sia stato troppo uguale al 2018 e vi aspettate una terza replica per il 2020, vi consiglio di sedervi a tavolino e farvi una bella litigata ad alta voce con voi stessi.

 

Perché anche se internet continua a dirvi che, secondo uno studio, i vostri difetti sono segni di genialità e che allontanare le persone negative cambierà la vostra vita mentre avvertite una forte empatia per quel povero Arthur Fleck vituperato dalla società, il vostro problema e peggior nemico, siete voi.

 

 

[Questa scena, reiterata non a caso in diversi momenti ben specifici, avrebbe dovuto farvi capire che era il momento di smettere di tifare per il sociopatico malato di mente che trova divertente abbattere persone come papere sul NES]


Almeno questo è quello che mi sforzo di dire a me stesso ogni volta che qualcosa mi esplode in faccia, perché tanto sapevo benissimo sarebbe andata a finire così e la mia voglia di pestare i piedi e ballare in cessi pubblici dal discutibile igiene, ne è la prova - citando un diverso pazzo isterico di grande successo:

"Did I ever tell you what the definition of insanity is?

Insanity is doing the exact... same fucking thing... over and over again".

Questo è all’incirca quello che mi è successo qualche giorno fa quando mi sono ritrovato in una spiacevole situazione lavorativa.


Il tizio con il quale avevo a che fare aveva l’intelletto di uno scoiattolo rianimato dopo un infarto con la carica di una batteria per auto, ma la fonte del problema era la mia stupida testa piena d’insicurezze che mi aveva fatto accettare e tenere quel lavoro.

Siamo fondamentalmente degl’idioti e spesso non ci rendiamo conto che le nostre insicurezze ci spingono a cercare rifugio in posti orribili e angusti, dove l’aria si fa malsana troppo in fretta ma il cui tepore provocato dal nostro vigliacco affannato respiro ci da sicurezza.


Eppure nella nostra testa la voce che comincia i conflitti e le battaglie è la ribellione di un esercito di spasmi in protesta da giorni, settimane, mesi, anni.


Il nostro stomaco si infiamma, le tempie pulsano, le mani tremano, il nostro cervello sragiona, il cuore batte forte accendendo l'allarme rosso di un attacco di panico e noi di conseguenza soffriamo e perdiamo il controllo di tutto e finiamo con l’ingrigirci o sederci in routine palliative, autoconvinti di seguire il percorso più giusto, quando invece ci stiamo solo lentamente uccidendo, scambiando il mondo a sfumare in nero per un sonno ristorativo.

Quale errore.


Quale disdetta.

 

 

[Inutile rifare la citazione, la trovate poco sopra ma qualora abbiate vissuto sotto un sasso per tutto questo tempo, Vaas Montenegro era interpretato da Michael Mando, conosciuto anche per il ruolo di Nacho Varga in Better Call Saul]


L'arte della sceneggiatura si fonda sul conflitto.


Il conflitto è il motore delle pulsioni dei nostri personaggi, quello che li rende appiglio empatico per il pubblico, quello che li caratterizza, quello che accende per ogni spettatore un peculiare, differente, interesse.

Il conflitto è l’ingranaggio principale di ogni buona storia e di ogni ottima sceneggiatura quando questo è sviluppato con eleganza attraverso le vicissitudini e gl’intrecci che portano i nostri personaggi a collegarsi tra di loro o a incrociare caratteri secondari.

Il conflitto non è però un mero espediente narrativo o un furbo trucco da scribacchino, poiché si dice che una buona scrittura sia una scrittura onesta, vera e spesso il consiglio migliore che si possa dare a un autore esordiente o preda di un blocco è: scrivi quello che sai.

E quello che sappiamo, quello che siamo, viviamo e assorbiamo diventa la nostra scrittura e la nostra poetica e una prosa autentica porta inevitabilmente il conflitto, poiché è quello che sperimentiamo nel corso della nostra vita e che ci rende affascinanti, vivi e interessanti.

Avere uno scopo, avere un’ossessione che ci guidi e ci sproni ad affrontare le peggiori avversità o le condizioni più assurde e impensabili è quello che trasforma uomini e donne in esseri straordinari.

 

 

[La fantastica signora Maisel: l'ossessione di Susie diventa opportunità quando incontra il conflitto di Miriam che la porta a scoprire la sua vera natura, quello che la spinge e anima]


Le avversità, il desiderio, l’ossessione, tutte declinazioni del conflitto, uno strumento narrativo presente nella nostra vita e nella finzione e che in entrambi casi diventa essenziale per rendere vivo il racconto - che come avrete capito diventa fondamentale per la fantasia tanto quanto per la vita vera.

Il vostro anno è una brutta replica stretchata in 4K da tre anni?


Cercate un conflitto.


Qual è il vostro?
Cosa vi farebbe spezzare il bianco e nero da Essi Vivono che si cela dietro i colori forzatamente applicati a nascondere il problema della vostra personale narrazione?

Alcuni trovano la chiave di lettura della vita, il loro Grande Blu, il loro scopo ultimo, nel diventare il re di tutti i pirati, altri nel diventare uno chef, altri nello scoprirsi scrittori o sceneggiatori, altri nel disegnare macchine da corsa.

 

Altri ancora nei misteri dell’universo, altri possono scoprire che salire su un palco e blaterale riguardo la propria esistenza e il mondo che li circonda e quanto sia assurdo sia essenziale per renderli individui funzionali, anche se quella cosa li distrugge, li fa passare attraverso l’inferno di psicosi personali estenuanti, ridefinendo completamente la loro realtà.

 

 

[Il comico satirico è un folle anarchico che non può fare altro che usare le miserie della sua vita per scardinare e sbugiardare il presente... e quanto è bravo Luke Kirby a interpretare Lenny Bruce]


Così nascono i comici satirici, nasce Lenny Bruce e il suo rituale farsi arrestare per aver sciorinato profanità in pubblico.

 

E nasce la fantastica signora Maisel e il suo presentarsi su un palco in bigodini e vestaglia, ubriaca e sfatta, per flashare il pubblico mostrando un paio di notevoli seni e sfogare ogni cellula del suo essere in ribellione verso una società folle e insensata, composta da individui folli e insensati, rovinati a loro volta da genitori impossibili, mariti in fuga da qualcosa che dovrebbero preservare e, indovinate un po’, alla ricerca di un conflitto.

Il conflitto.
Torniamo sempre al punto di partenza.


E questa terza stagione de La fantastica signora Maisel ci pesta piuttosto duro su questo pedale, perché lo stravolgimento che ha innescato la vicenda, il tradimento di Mr. Meisel, è l’anno uno, l’alfa della creazione di una nuova realtà il cui impatto ha iniziato a propagarsi come i cerchi concentrici di un sasso lanciato in uno stagno, colpendo gli altri personaggi con uno tzunami di nuove consapevolezze, distruggendoli per poi portarli alla rifondazione o all'oblio. 


Il racconto di Amy Sherman-Palladino si allarga e prende in esame la devastazione che crea un evento cosmico così importante, capace di abbattere tutte quelle certezze e strutture dogmatiche di cartapesta messe in pericolo dal conflitto messo in gioco da due personaggi fortemente sospinti dalle loro ossessioni, quali Miriam e Susie.

Il conflitto è quella cosa che ci mette in azione, che ci lascia nudi su un palco a mostrare il nostro seno perfetto vomitando tutto quello che abbiamo, mentre chi ci circonda può trovare nel nostro sfogo lo spunto che cercavano o rimanere completamente disarmato e confuso, scoperto a contatto con la realtà di un mondo libero e senza barriere nel quale siamo davvero a capo delle nostre azioni e sacco da boxe delle conseguenze.

 

 

[In questa stagione de La fantastica signora Maisel i genitori di Miriam sono in pezzi e raggiungono il momento di psicosi più basso dal quale può sorgere altra, comica, devastazione e una rinascita inaspettata]



Eppure, l’uomo non è davvero abituato ad avere a che fare con il suo libero arbitrio, quella libertà che reclama inventandosi complotti e sovrastrutture a giustificare la sua pavida incapacità di utilizzarla, e spesso finisce per lasciarsi prendere dal panico, per farsi sopraffare dall’idea di avere tanto potere, dall inebriante senso di sentirsi preda delle correnti e di dover davvero decidere per se stesso, finendo con il sabotarsi o con il crearsi illusioni erronee.

Siamo animali strani e lo sono anche i personaggi di Amy Sherman-Palladino, che in questa stagione mostrano ogni fragilità, accentuano grazie alla comicità sopra le righe, chiassosa e isterica il loro essere spaventati dal tornado Midge, puntandole il dito quando si rendono conto che il suo passaggio li ha resi davvero liberi e consapevoli, padroni di una situazione della quale non hanno il polso, incapaci di decidere per loro stessi e impreparati a essere in carica del loro destino.

Amy Sherman-Palladino mette in scena la condizione di conflitto più comune, quell’effetto domino che si verifica nella realtà, quel sasso che cadendo giù per la collina sembra non dover ferire nessuno se non chi sta a vallata ma che durante il suo passaggio è destinato a cambiare irrimediabilmente il paesaggio e chi ci vive.

La fantastica signora Maisel diventa allora ancora più dinamica e come la musica che utilizziamo per assecondare i nostri umori, per scrivere, per metterci in pace e motivarci, diventa fondamentale per il racconto e il tour di Miriam con Shay Baldwin, basato su Harry Belafonte, si fa centro del racconto e scandisce il ritmo della narrazione e delle vicende, portandoci in un viaggio attraverso i conflitti dei caratteri secondari, resi ancora più profondi e interessanti.

 

Per affondare altrettanto nel fascino della Miriam che sogna sempre più in grande e che combatte con le conseguenze del suo essere divenuta creatura mitologica di un tempo impossibile per le sue aspirazioni.

 

 

[Harry Belafonte e Shay Baldwin a confronto. Personaggio interessante che, incredibilmente, trova nel suo manager un personaggio ancora più forte]


La fantastica signora Maisel non appartiene a quel racconto storico e sarebbe incredibile se esistesse oggi un personaggio femminile così potente, così prorompente da conquistare intellettualmente anche il più disilluso e complesso dei comici, dando al Lenny Bruce interpretato da Luke Kirby una sfumatura inedita e, a modo suo, romantica.

Amy Sherman-Palladino si concentra molto sulla musica, danza con la regia degli episodi quando c’è lei dietro la macchina da presa o quando lascia Daniel Palladino alla regia e come per la precedente stagione la furia della sua scrittura e dei suoi dialoghi diventa anche messa in scena e molti momenti di questa serie diventano incredibilmente preziosi, andando in controtendenza rispetto agli standard odierni della commedia.

Poiché se osserviamo la commedia, sia televisiva che cinematografica, possiamo osservare una tendenza dominante nell’appiattire ogni ricerca registica.

Woody Allen, brillante nella sua scrittura, anche quando va per la tangente della commedia, anche quando le sue scene di dialogo sono frenetiche e ritmate, tiene uno stile di regia quadrato e collaudato da decenni in standard nei quali è talmente comodo da non volersene mai allontanare.

Se prendiamo il demenziale americano, molto di rado la macchina parla attraverso virtuosismi e molto di rado l’immagine è usata per veicolare qualcosa.

Se vogliamo andare a cercare qualcosa che, in commedia, sia brillante nella regia, dobbiamo cercare le commistioni di genere di Edgar Wright o rifugiarci nei sempreverdi Fratelli Coen, perché vi sfido a guardare Il Grande Lebowski o Ave, Cesare! e soffermarvi solo sull’aspetto tecnico e come viene mossa la macchina per dare sensazione e per inquadrare ogni scena e scoprire quanto sforzo è stato messo nella costruzione dell’immagine. 

 

 

[Anche solo la scena d'apertura, il modo in cui il narratore passa dall'apertura alla presentazione del Drugo... provate a fermarvi solo sull'aspetto visivo: c'è una miniera di espedienti di regia molto preziosa]


Di recente, che mi venga in mente, solo Olivia Wilde con Booksmart - La Rivincita delle sfigate mi ha dato sensazione di provare una ricerca visiva e di regia oltre i canoni e Amy Sherman-Palladino, in una televisione moderna che contrariamente al dramma nella commedia fatica a trovare degli autori, si conferma la voce fuori dal coro che prende la macchina da presa come strumento di comunicazione e la utilizza per dare enfasi alle scene.

 

Per muoversi attorno ai personaggi, per dare valore alla messa in scena resa possibile probabilmente dai mezzi di Amazon Studios e dal ridotto - a vantaggio del risultato finale e della stesura della storia - numero di episodi.

Il conflitto, la ribellione e tutti gli umori attorno al destino dei personaggi si muovono all'unisono grazie alla scrittura, alla macchina da presa, seguendo la frenesia degli scambi di battute, dei passaggi del tempo, dei ricordi dei personaggi e dando un valore aggiunto enorme a qualcosa che girato altrimenti sarebbe comunque brillante ma forse troppo ancorato a quegli standard di una commedia sciatta che lascia a casa il cinema per fare una comoda e confortevole televisione.

La fantastica signora Maisel, arrivato alla sua terza stagione, glorifica il conflitto tra i personaggi e non ci lascia al sicuro ma ci porta attraverso una serie di esilaranti e arguti eventi, splendidamente collegati, facendoci passare l’inferno attraverso i quali crescono alcuni personaggi e affondando nei difetti, ora maledizione, di Midge e Susie.

 

Nessun carattere femminile è affascinante e magnetico tanto quanto quelli di Midge e Susie - adoro Susie - e nessuna serie tv comica ha il livello di recitazione che Rachel Brosnahan e Alex Borstein, insieme agli altri membri del cast, impiegano per dare vita ai loro caratteri.

 

Uno sforzo collettivo che da un valore produttivo inarrivabile per molte serie, anche quelle drammatiche, che a volte devono contare su attori non all'altezza della sceneggiatura o del loro stesso ruolo - GAme of Thrones, sto parlando con te - e che viene reso ancora più importante dalle morali e dalle complessità messe in gioco, dando a ogni carattere delle sfaccettature intriganti.

 

 

[Sterling K. Brown interpreta ne La fantastica signora Maisel l'agente di Shy: quello che apparentemente sembra un espediente comico diventa un grande carattere]

 

 

Personaggi secondari come Sophie Lennon, interpretata da Jane Lynch, o Reggie, l'agente di Shy interpretato da Sterling K. Brown, passano da essere figure ed espedienti di contorno comici a maschere con una loro dignità e profondità.

 

Entrano nel ritmo della vicenda con un impatto devastante, regalandoci ulteriori spunti di riflessione sulle maschere di questa allegoria satirica, sostenendo ulteriormente quel concetto di conflitto stressato in questa serie tanto quanto nella recensione che state leggendo.

Volete un 2020 e la prossima decade piene di straordinari capovolgimenti?


Volete scrivere qualcosa che abbia un cuore, che pulsi, che abbia vita?


Cercate il conflitto: nutritevi de La fantastica signora Maisel.

 

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2 commenti

Elisa Argirò

21 giorni fa

Ho scoperto questa serie un mese fa e ho divorato le prime due stagioni in tre settimane! Amo il personaggio di Susie, l'emancipata Midge e la ristrutturazione della sua famiglia a partire dal conflitto. Ora non mi tocca che finire la terza!

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Serie incredibile, nonostante abbia visto le prime due stagioni in italiano non sono riusciuto ad aspettare che venissero doppiate per questa terza stagione.

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