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Hausu: una strega e il suo gatto nel Giappone post-bellico

Scontro generazionale, spirito anti-militarista e un gatto-famiglio: la fiaba dark di Obayashi non è solo forma

Hausu è un film di Nobuhiko Obayashi del 1977, una commedia horror d’avanguardia che si impone come un unicum nella Storia del Cinema nipponico, e non solo.

 

Rielaborando le influenze dell’horror occidentale, soprattutto per quanto riguarda il sovversivo uso del colore in netto contrasto con la dimensione orrorifica, Obayashi frulla in un mix lisergico influenze su più piani.

 

[Il trailer di Hausu] Hausu Hausu Hausu

 

 

Se Kwaidan di Masaki Kobayashi (1964) e Operazione paura (1966) di Mario Bava si schiantassero come macchine da scontro in un lunapark illuminato come un set pubblicitario darebbero vita proprio a questa creatura di nome Hausu.

 

È emblematico come in Labyrinth of Cinema (2019), quarant’anni dopo Hausu e distribuito postumo, Obayashi chiami uno dei protagonisti, un giovane cinefilo con il sogno di diventare regista, Mario Baba: nome che non può non ricordare quello del suddetto Maestro dell'horror gotico italiano.

 

La fama di Obayashi in patria proveniva dal mondo delle pubblicità, dopo aver diretto alcuni spot con Kirk Douglas e Charles Bronson.

 

Partendo proprio dal titolo della pellicola Hausu, che è l’inglese House nipponizzato, è chiaro che la tradizione fantastica di spiriti giapponesi si interseca al topos della casa stregata.

 

 

[Una delle tante scene paradossali di Hausu]

 

Slapstick, stop motion, una fotografia volutamente sovraesposta e fondali dipinti delimitano i confini di un microcosmo adolescenziale quasi tutto al femminile.

 

Il regista di Onomishi si è ispirato alle paure e ai sogni di sua figlia di sette anni per cercare di soddisfare le richieste della Toho, una delle più importanti case di produzione giapponesi ancora in attività dal 1932, che aveva intenzione di creare un successo commerciale paragonabile a quello dei blockbuster americani, in particolare de Lo Squalo.

 

Gli anni ’70, un periodo particolarmente florido del Cinema internazionale, sono stati un momento difficile invece per l’industria cinematografica del Sol Levante a cui urgeva trovare nuove soluzioni per ritrovare la stabilità finanziaria. 

Il risultato è un anti-horror splatter nato già vintage, in cui non esiste climax perché dalla prima uccisione ne segue un’altra, spiazzando così le aspettative dello spettatore abituato a tutt'altro ritmo. 

 

L’utilizzo degli effetti speciali, così come l’intento narrativo, sono fortemente ispirati per ammissione dello stesso Obayashi al Cinema delle origini, soprattutto a uno dei più grandi Maestri della Storia, Georges Méliès: i film sono dunque grandi varietà in cui personaggi stravaganti si muovono su trame essenziali ma fantastiche, dove alla base ci sono stupore e meraviglia.

 

Il piacere ancestrale di meravigliarsi davanti ai giochi di prestigio sul grande schermo non è qualcosa che può subire deterioramento. 

 

 

[Cerchi l'anguria e trovi una... testa]

 

È importante, per approcciarsi a un’opera come Hausu, saper riconoscere proprio questo: il Cinema è il mezzo per riconoscere per risaltare il fanciullino assopito dentro di noi.

 

Hausu è una pellicola da guardare con l’occhio di un bambino incantato, ballonzolato e intimorito da pianoforti carnivori, cuscini stregati, teste fluttuanti e… bellissimi ma malefici gatti bianchi.

 

D’altra parte non possiamo assolutamente ridurre l’horror di Obayashi a film di sola forma, per quanto la sua potenza visiva sia sicuramente la componente che salta più facilmente all’occhio.

 

 

[Gorgeous, Melody, Kung Fu e Prof: le ragazze di Hausu partono per le vacanze estive]

 

 

Le sfortunate protagoniste di Hausu sono sei ragazze, ognuna delle quali soprannominata in base alle caratteristiche caratteriali: sono Gorgeous, Melody, Fantasy, Kung Fu, Mac e Prof.

 

Totalmente e volutamente stereotipate dalla punta delle scarpe al taglio dei capelli, le sei fanciulle decidono di trascorrere le vacanze dalla zia di Gorgeous. 

Quest’ultima, perno della narrazione, decide di non passare le vacanze con suo padre perché lui, un famoso regista appena tornato dall’Italia, è in procinto di risposarsi dopo un lungo lutto.

 

Auntie però, la simpatica zietta che vive in una spettrale casa isolata, ha in serbo un destino di certo non gradevole per le sei ragazzine sprovvedute.

La donna ha deciso infatti di diventare strega pur di allungare la propria vita, nella speranza di rincontrare un giorno il fidanzato, disperso in azione durante la Seconda Guerra Mondiale e per farlo dovrà nutrirsi delle giovani donne.

 

La casa, una tipica abitazione rurale giapponese, spesso viene ripresa in soggettiva proprio perché è un organismo vivente. 

 

 

[Le ragazze di Hausu osservate da... la casa]

 

A proposito della casa è bene fare due appunti.

 

Il primo è che in Giappone anche le cose hanno un’anima; tra i vari yokai, spiriti e demoni della mitologia giapponese, non troviamo solo apparizioni umanoidi o animali, ma anche gli tsukumogami, spiriti derivati dagli oggetti che hanno compiuto cent’anni.

L’oggetto si carica di tutte le emozioni dei loro proprietari e lo tsukumogami sarà benevolo o maligno in base a questi.

 

In Hausu è tutta la casa a prendere vita, carica delle sensazioni negative della sua proprietaria, delle aspettative disattese e dalla sua sfiancante solitudine.

 

Il secondo appunto è che la casa stregata è un topos che ha molti precedenti sia letterari che cinematografici in tutto il mondo e ha radici antiche.

Senza volersi addentrare in questo argomento, che meriterebbe un lungo approfondimento a sé stante, ci limitiamo a ragionare sul motivo per cui le case siano tanto appetibili da un punto di vista narrativo: essere attaccati nella propria dimora vuol dire non essere al sicuro nel posto che più riteniamo sicuro, è una spinta a non adagiarsi nella propria comfort zone.

 

Non c’è orrore più grande dei segreti che nasconde ciò che crediamo di conoscere alla perfezione.

 

 

[Il pianoforte di Hausu suona da solo con delle dita mozzate. Comicamente macabro o no?]

 

Gorgeous si reca da sua zia che non vede da quando è bambina.

 

Per quanto la ragazza non conosca quasi per nulla né la zia né la casa questo viaggio rappresenta per lei un modo per riavvolgere il filo rosso con le sue origini e con sua madre che non c’è più.

 

La ragazza abbandona il suo porto sicuro perché minacciato dalla presenza di una nuova donna, per ritrovare le sue origini in un altro luogo che ritiene, erroneamente, sicuro.

 

 

[La zietta ballerina di Hausu. Cosa si può mai temere?]

 

La zia, d’altra parte, rappresenta una vittima seppur indiretta della Seconda Guerra Mondiale.

 

A questo punto è bene sottolineare che la guerra e le sue conseguenze siano state un tema molto caro a Obayashi; tra idol movie, commedie musicali e sperimentazione avanguardistica non ha mancato di ribadire il suo spirito anti-militarista, in particolare nell’ultimo decennio della sua carriera - e purtroppo della sua vita - con la cosiddetta war trilogy formata da Casting Blossoms to the Sky (2012), Seven Weeks (2014) e Hanagatami (2017).

 

Fra le ingenue e sprovvedute ragazzine e la donna si instaura uno scontro generazionale in cui l’adulta letteralmente le divora, appropriandosi di quel periodo della vita che le è stato negato da forze maggiori.

 

Obayashi riesce a nascondere i nuclei tematici di tutti i suoi film successivi dietro questo connubio tra teen drama al limite del demenziale e horror gotico. 

 

Si potrebbe dire che di "poesia, costretta a essere poesia sociale, poesia civile, poesia patriottica" che è destinata ad "ammalarsi di retorica" e morire (Giovanni Pascoli - Il fanciullino) se ne trovi tanta.

 

Ed è proprio perché siamo tanti abituati a un approccio così razionalizzabile che per molti un’opera semplice per antonomasia come Hausu può sembrare erroneamente un capriccio artistico senz’anima.

 

 

[Hausu: un caleidoscopico disastro]

 

 

Cerchiamo di analizzare ora Hausu attraverso la figura del gatto-famiglio in grado di teletrasportarsi che accompagna la zia strega.

 

Nell’imponente e prolifico mercato del Cinema horror non si finirebbe mai di contare tutti gli esempi in cui il gatto è stato rappresentato come messaggero di sventure, soggetto del mistero o causa stessa di eventi truculenti.

 

Da Kuroneko (1968) del conterraneo Kaneto Shindô a Pet Cematary - Cimitero vivente (1989) di Mary Lambert, passando per La notte dei mille gatti (1972), Il terrore negli occhi del gatto (1969) e per varie riproposizioni di piccoli felini alieni e zombie in altre decine di pellicole.

 

Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft, due scrittori importantissimi per quanto riguarda la declinazione del termine orrore in varie arti, hanno dedicato al felino due importanti racconti, rispettivamente Il gatto nero - ispirazione per diverse pellicole come Gatto nero (1981) di Lucio Fulci e uno degli episodi di Due occhi diabolici (1990) diretto da George Romero e Dario Argento - e Il gatto di Ulthar

 

 

[Il gatto di Hausu nella sua forma spiritica]

 

Seppur l’horror sia un genere che si presti all’utilizzo degli animali in senso simbolico - e in questa stessa rubrica ho portato alcuni esempi - al gatto è sempre stato riservato un trattamento di riguardo.

 

È lecito dunque chiedersi il motivo di questa scelta così comune.

Pensando alle caratteristiche di questo animale ormai tanto amato dalle comunità online ci si può arrivare facilmente; il gatto è un animale sinuoso, agile, indipendente, spesso e volentieri scostante, con un’ottima visione notturna, capace di cadere da altezze notevoli senza farsi male, caratteristica che oggi è totalmente spiegata dalla fisica ma che un tempo era associata alla magia.

 

Per non parlare dell’udito e dell’olfatto molto sviluppati.

È chiaro quindi come bastino queste caratteristiche per renderlo un animale particolarmente suggestivo.

 

Proviamo a scendere più nel dettaglio.

 

Se pensiamo all’iconografia del gatto nella Storia il primo pensiero va subito all’Antico Egitto in cui era un animale sacro, considerato la manifestazione terrena della dea Bastet.

Nonostante fosse un animale venerato, al punto che ne era vietata la soppressione, è già evidente che venisse considerato un portale tra il mondo del visibile, del razionale e del terreno con quello dell’invisibile, dell’irrazionale, del divino.

 

È lecito fare un parallelismo con la mitologia norrena in cui guidavano il carro della dea Freia.

Questa dea in particolare rappresentava una divinità passionale, la dea della seduzione, dell’oro e della fertilità.

 

Si potrebbe andare avanti ancora a spiegare come le caratteristiche del gatto, spesso associate alla dimensione del femminile, siano state tanto importanti nelle mitologie antiche.

 

 

[La dea Bastet in forma gatto]

 

 

Se pensiamo alla figura della strega, anche solo pensando all’antagonista di Hausu, ritroviamo alcune delle caratteristiche di quelle che anticamente erano divinità ma i cui pregi sono stati ribaltati negativamente; Auntie vive una vita sacrificata, casta e solitaria ma non per scelta, reprimendo la passione, l’istinto, il desiderio d’amore fisico e sentimentale.

 

La casa e il gatto sono corrotti perché il suo dolore è talmente potente da diventare magia nera. L’istintività necessaria per procedere nella propria vita si riversa tutta nella nostalgia del passato, il dolore si trasforma in odio, anaffettività, malvagità. 

In generale però si può trovare lo stesso schema in molta narrativa che racconta delle streghe.

Un punto cruciale nel ribaltamento della percezione del gatto è stato infatti il Medioevo, quando l'animale divenne simbolo della stregoneria, in particolare se nero, tanto che Papa Gregorio IX, nella sua guerra culturale ai simboli pagani, lo definì servo di Satana.

 

Spiccando il volo verso l’altra parte del mondo torniamo in Giappone.

 

Pare che il gatto sia arrivato al Sol Levante dalla Cina attorno al VI secolo d.C. insieme al buddismo, per un motivo puramente pratico: i monaci si avvalevano di questi animali per proteggere i manoscritti dai topi.

 

]

[Che bel micetto! Il gatto di Hausu in forma terrena]

 

 

Tra le leggende buddiste ce n’è una in particolare che vale la pena ricordare e che riguarda il momento del trapasso: quando una persona muore viene seppellita con un gatto e la cripta viene lasciata leggermente aperta per permettere al felino di uscire.

 

Se il gatto esce allora l’anima del defunto si è reincarnata in lui. 

Notiamo quindi come il gatto, da una parte all’altra del globo e a prescindere dalla connotazione positiva o negativa, funga ancora una volta da portale per il Mondo dell’Oltretomba.

 

Il gatto però è anche un animale silenzioso, schivo, i suoi occhi sono molto luminosi al buio, esattamente come quelli di uno spirito.

In particolare è possibile citare il bakeneko, uno yokai il cui nome vuol dire “gatto mostruoso”.

 

Il felino domestico si trasforma in bakeneko una volta superati i dieci anni o superati i quattro chili di peso; a quel punto scompare e acquisisce abilità metamorfiche.

I bakoneko riescono anche a assumere sembianze femminili per sedurre e poi divorare prede ignare, similmente alle più celebri kitsune, le volpi a nove code.

Sottraendo la dimensione mitica da questa narrazione e riducendola alla sua essenza possiamo ancora una volta notare la correlazione tra il gatto e le donne, soprattutto nell’accezione negativa delle caratteristiche femminili.

 

Una leggenda particolarmente evocativa in tal senso è quella delle gatte prostitute di Yoshiwara, di giorno cortigiane e di notte bakeneko.

 

 

[Opera di Utagawa Kunisada, celebre disegnatore di Ukiyo-e, un genere di stampa artistica risalente al periodo Edo, tra il XVII e il XX secolo]

 

 

Molto simili ai bakeneko sono i nekomata, tant’è che spesso la narrazione di questi due spiriti si sovrappone e non se ne riesce a trovare la differenza.

 

Si dice che i nekomata abbiano poteri negromantici e che manipolino i cadaveri.

Pare che anche i nekomata possano trasformarsi in donne, ma dall’aspetto più maturo.

Ci sono ancora molte tradizioni popolari in Giappone, soprattutto nelle zone periferiche, legate al seppellimento dei gatti.

 

Ad oggi uno dei simboli giapponesi più diffusi in Occidente è il maneki neko, una statuetta con le sembianze di un gatto messa in esposizione nelle attività commerciali e che richiama e saluta i clienti alzando e abbassando una zampetta.

Ogni colore ha un significato, in particolare la statuetta d’oro è di buon auspicio per il benessere economico.

Ci sono molteplici storie sull’origine di questo popolarissimo talismano, ma sono tutte in qualche modo legate ai gatti e alla morte.

 

In Hausu, dove la sessualità è un tema accennato ma più che altro in funzione della visione che Auntie e Gorgeous hanno di se stesse e del proprio aspetto, la figura della zia strega e del gatto confluiscono spesso l’una nell’altra, tanto che in certe parti non è ben chiaro chi sia a controllare la carneficina.

 

 

[Auntie e Gorgeous in Hausu confluiscono l'una nell'altra proprio davanti a uno specchio rotto]

 

A un certo punto il divario generazionale fra zia e nipote si fa carne, il risentimento della prima e la vanità della seconda riescono a dar vita a una creatura persino più potente dove la sofferenza per la guerra, il terrore per la solitudine e il desiderio di rimanere belle per sempre hanno la vinta su qualsiasi forma di affetto e raziocinio. 

 

La storia di Hausu non poteva che essere declinata totalmente al femminile, nata dalle paure infantili di una bambina di sette anni e sviluppata su di un'iconografia che qui ho solo accennato, ma che ha le sue origini in tradizioni secolari, se non addirittura millenarie.

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