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The Dissident - Recensione: un omicidio dopo la tempesta (di tweet)

The Dissident è il nuovo documentario del Premio Oscar Bryan Fogel che torna coraggiosamente sugli eventi di cronaca riguardanti lo scrittore e giornalista saudita Jamal Khashoggi, raccontando dettagliatamente le vicende che nel 2018 hanno portato al suo omicidio all’interno del consolato saudita di Istanbul.

 

Tra le ultime novità arrivate sulla piattaforma MioCinema, The Dissident è distribuito in Italia da Lucky Red che ha intervistato il regista Bryan Fogel, concedendoci l’intervista.

 


[Trailer di The Dissident]

 

 

Storie di corruzione e verità messe a tacere ne abbiamo sentite tante ed è triste constatare come quasi non ci stupiamo più se, nelle vicende, il solito protagonista virtuoso che non chiude gli occhi davanti alle ingiustizie, finisce male e viene zittito con metodi più o meno violenti, semplicemente perché ha osato mettersi contro i despoti di turno.

 

Basti pensare al recente Cold case Hammarskjöld, documentario di Mads Brügger sulla misteriosa morte del Segretario delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld negli anni ’60, o a I cento passi, film di Marco Tullio Giordana che racconta i fatti che si risolsero tragicamente nell’omicidio dell’attivista Peppino Impastato per mano della mafia siciliana alla fine degli anni ’70.

 

E cosa dire di Citizenfour, doc della regista Laura Poitras che nel 2015 si aggiundicò l'Oscar per il Miglior Documentario per aver raccontato la storia del coraggioso informatico attivista Edward Snowden?

 

Di tutte queste storie ne è piena tanto la cinematografia quanto tutte le altre forme d’arte: dalla letteratura alla pittura, dalla musica alla fotografia.

 

Come a voler rendere giustizia a chi ha provato con tutte le forze a battersi per delle nobili cause ma, alla fine, è stato ripagato solo da ingiustizie, registi, cantautori, fotografi spesso sentono la necessità di mettere di nuovo sotto i riflettori una notizia liquidata con troppa fretta o una storia di cui non si è raccontato tutto o solo alcune sfaccettature appositamente selezionate.

 

 

[Primo murales realizzato a Roma dalla street-artist Laika per ricordare le violenze subite dal ricercatore Giulio Regeni e sostenere lo studente Patrick Zaki]

 

Bryan Fogel:

“Mi sono trovato di fronte a una sconcertante quantità di prove e non una singola nazione disposta a prendere posizione contro il denaro rappresentato da questa monarchia assoluta [quella dell’Arabia Saudita, n.d.r.].

Al diavolo i diritti umani, al diavolo un omicidio a sangue freddo, al diavolo tutto quello che è successo: i soldi in ballo sono troppi e preferiamo prendere i soldi che mostrare la nostra integrità.”

 

Potreste anche aver fatto il callo alle peggiori ingiustizie, eppure The Dissident vi lascerà tutt’altro che impassibili, contribuendo non solo ad accentuare il disgusto nei confronti della corruzione, dello pseudo-giornalismo che vende le proprie penne al miglior offerente, ma regalandovi come compagna la fastidiosa sensazione di essere disarmati, indifesi e indifendibili.

 

 

[Lo scrittore e giornalista saudita Jamal Khashoggi, protagonista degli eventi narrati in The Dissident]

 

Jamal Khashoggi era una di quelle persone che non scendevano a compromessi, che esponevano il proprio pensiero senza pesare le parole in base al proprio interlocutore: avere a che fare con il migliore amico o con il Principe dell’Arabia Saudita non faceva alcuna differenza, bisognava raccontare sempre la verità e questo così che il suo Paese potesse beneficiarne.

 

Perché Khashoggi non era un dissidente - non all'inizio per lo meno - lui il suo paese lo amava e le sue critiche volevano essere costruttive per un’Arabia Saudita più libera e progressista.

Purtroppo, la costruttività di un giudizio è una caratteristica estremamente soggettiva in un paese retto da un governo che si spaccia per monarchia assoluta ma che ha tutte le carte per essere considerato una dittatura.

Avere un’opinione che non sia in linea con quella del governo saudita, dare un giudizio – costruttivo o distruttivo che sia – contro di esso è pericoloso e effettivamente, ma non ufficialmente, vietato.

 

E così, parlando apertamente e senza peli sulla lingua del Regno dell'Arabia Saudita, dell’operato del principe ereditario Mohammed bin Salman che, a detta di Khashoggi, metteva troppo facilmente a tacere le voci contrarie alla sua, il giornalista si è fatto notare per la sua penna affilata.

 

 

[A sinistra il principe ereditario Mohammed bin Salman, a destra Jamal Khashoggi]

 

 

L’abbandono dell’Arabia Saudita verso i più liberi Stati Uniti d’America (più liberi almeno per un saudita che critica la sua terra natìa), dove poteva avere tutta la libertà di dire e scrivere sul Washington Post ciò che voleva, tutto ciò è stato l’inizio della fine per Jamal Khashoggi, una atto che il regno saudita ha preso come dichiarazione di guerra, un tradimento.

 

In The Dissident non solo viene ridata voce a Khashoggi, ma ascoltiamo le dichiarazioni di due personaggi chiave in quelli che sono stati gli ultimi giorni dello scrittore.

 

Hatice Cengiz, ricercatrice accademica che Khashoggi incontrò a una conferenza sul Medio Oriente e, col tempo, diventata la sua fidanzata e la donna con cui stava per sposarsi.

Omar Abdulaziz, un giovane dissidente saudita con cui lo scrittore del Washington Post aveva iniziato a lavorare diventando infine, a tutti gli effetti, anch’egli un dissidente.

 

 

[Il dissidente saudita Omar Abdulaziz, tra gli ultimi a avere avuto contatti con Khashoggi prima del suo omicidio]

 

The Dissident è infatti proprio Jamal Khashoggi, per anni guerriero che ha provato a combattere con voce e inchiostro le ingiustizie dell'Arabia Saudita, credendo di fronteggiare un nemico che si battesse a armi pari ma accorgendosi, poi, che era nel mezzo di una lotta impari, per numero, modi e mezzi.

 

E allora, su suggerimento dell’amico Omar e insieme a lui, perché non rispondere con la stessa moneta? 

Il documentario di Bryan Fogel mostra la faccia “moderna” della dittatura e come l’avanzamento tecnologico degli ultimi vent’anni abbia creato strumenti comunicativi potentissimi ma potenzialmente pericolosi i quali, se non adeguatamente controllati, possono avere conseguenze drammatiche.

 

Effetti che possono colpire un giornalista saudita come Khashoggi, uno tra gli uomini più ricchi del mondo come Jeff Bezos e, in fondo, perché non uno di noi?

 

 

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“È idealistico e improbabile immaginare che un film possa portare a regolamentare la sorveglianza informatica intrusiva o che improvvisamente ogni singolo contratto sia esaminato al microscopio.


[…] Tuttavia, se c'è una cosa che Khashoggi ci ha dimostrato, è che singoli individui possono essere potenti e persino pericolosi per le potenze corrotte del mondo.

Chiunque parlerà o prenderà un'iniziativa renderà molto più difficile il ripetersi di un reato come questo.”

 

L’intento di Fogel con The Dissident è chiaro: sensibilizzare il singolo convincendolo e dimostrandogli che ognuno di noi conta e può fare qualcosa anche contro l’abuso più grande e la prepotenza peggiore.

 

Per non rendere vano lo sforzo di chi ci ha provato fin’ora.

Perché la storia, quella vergognosa, non si ripeta.

 

 

[Hatice Cengiz, compagna di Khashoggi: una donna che ha lottato fin dai primi istanti e continua a lottare per far salire a galla la verità]

 

Finanziato dalla Human Rights Foundation, il documentario di Bryan Fogel è stato presentato al Sundance Film Festival 2020 dove una standing ovation è esplosa in sala a fine proiezione.

 

Il consiglio è di non lasciarvelo sfuggire.

 

The Dissident è disponibile su MioCinema.

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