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The Dissident: il documentario di Bryan Fogel su MioCinema

In esclusiva su MioCinema arriva il documentario The Dissident, presentato al Sundance Film Festival 2020, dove è stato accolto con una calorosa standing ovation.

 

Il film porta alla luce la storia dell'omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, ricostruita dal Premio Oscar Bryan Fogel.

 

Finanziato dalla Human Rights Foundation, The Dissident è un documentario sconvolgente, un'indagine dettagliata che mette a nudo le colpe del regime saudita e che commuove portando sul grande schermo non solo la vicenda politica ma mostrando anche il lato umano del grande giornalista.

 

Documentario potente e diretto, The Dissident è l’intimo ritratto di un uomo che ha sacrificato tutto quello che aveva in nome della libertà di parola.

 

Con questo coraggioso film, il regista Bryan Fogel celebra il lavoro di un uomo che, anche dopo la morte, continua a sfidare coloro che hanno sempre cercato di metterlo per a tacere.

 

 

 

The Dissident mostra i meccanismi del potere ai più alti livelli, denunciando il labirinto di falsità dietro cui si cela l'assassinio di Jamal Khashoggi, non solo giornalista ma vero riformatore di sani principi che ha cercato di far nascere una società più giusta, più aperta nel suo paese d'origine, l'Arabia Saudita.

 

Il documentario è arricchito da filmati inediti, testimonianze esclusive rilasciate dalle persone più coinvolte nella vicenda, compresa la fidanzata di Khashoggi Hatice Cengiz, le forze dell'ordine, i pubblici ministeri turchi e il giovane Omar Abdulaziz, dissidente saudita con cui Khashoggi stava lavorando.

Ogni singola prova porta al Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman che non si è fermato davanti a niente pur di occultare la vicenda agli occhi di tutto il mondo.

 

Denaro, tirannia e tecnologia fuori controllo.

 

The Dissident mostra che, nel mondo odierno, nessuno che si opponga ai poteri forti è realmente al sicuro.

 

 

[Il giornalista Jamal Khashoggi]

 

Vincitore dell'Oscar per il Miglior Documentario 2018, dell'Orwell Award - premio speciale assegnato dalla giuria - al Sundance Film Festival 2017 e di numerosi altri premi per il suo Icarus, il regista Bryan Fogel ha rilasciato un'intervista al distributore italiano di The Dissident, Lucky Red, che vi riportiamo qui di seguito.

 

Cosa l'ha spinta a realizzare The Dissident? 

 

Mentre emergevano i dettagli della storia dell'assassinio di Jamal Khashoggi - tra il 2 ottobre, quando è entrato nel Consolato saudita, e il 20 ottobre, quando l'Arabia Saudita ha finalmente ammesso che era stato ucciso - ho seguito con attenzione tutta la vicenda.

Quello che mi colpiva in tutto quello che leggevo era riassunto nella frase “Chi è questo tizio?”.

Khashoggi era molto conosciuto nella sua cerchia in Medio Oriente - lo si vede in The Dissident - ma tutti noi in Occidente non sapevamo né chi fosse né cosa rappresentasse.

 

I primi pezzi sottolineavano solo il fatto che fosse un “giornalista del Washington Post” e la sensazione era che la sua scomparsa fosse rilevante solo perché aveva legami con la testata giornalistica americana.

C'era una situazione di parossismo mediatico mentre cercavamo di dare un senso alle ragioni della sua scomparsa e al perché fosse importante.

Emergevano storie secondo le quali Khashoggi faceva parte dei Fratelli Musulmani, aveva legami con i terroristi, era un simpatizzante di Al-Qaeda.

 

Ho continuato a scavare e ben presto mi sono reso conto che quelle storie erano false, che la narrazione prevalente non rifletteva chi era realmente Khashoggi.

Allo stesso tempo, altri personaggi che circondavano Khashoggi alludevano a un altro aspetto della storia, a qualcosa che non riuscivamo proprio a capire.

 

Il 18 o 19 ottobre, ho preso la decisione di continuare a esplorare la storia.

Corrispondeva a tutte le mie caselle di cineasta: era una storia con un impatto mondiale e celava un'altra storia non raccontata.

 

Qualche settimana dopo la scomparsa di Khashoggi, ho appreso la sconosciuta e sbalorditiva storia di Omar Abdulaziz, uno studente e dissidente saudita residente in Canada con cui Khashoggi stava lavorando.

Sono andato in Canada e ho ascoltato la sua versione dei fatti.

Lì mi sono reso conto che c'era un avvincente racconto nascosto riguardo all'omicidio che coinvolgeva Omar, uno spyware e la maniacale vocazione del principe ereditario saudita a distruggere chiunque danneggi la sua reputazione.

 

Le è apparso chiaro fin dall'inizio il tipo di film che voleva realizzare?

 

Fin dall'inizio, mi era chiaro che questo sarebbe stato un film sulla verità.

Nonostante la confusione e l'oscurità di quei primi giorni, i resoconti contrastanti, le dichiarazioni ufficiali di governi che hanno secondi fini nascosti e le menzogne sfacciate, c'era una storia vera e c'era la forza insita nel portarla alla luce.

I fatti non sono soggetti alla propaganda, quindi sono partito da lì: chi era, cosa gli è successo e perché?

 

La storia di Khashoggi si situa nel luogo dove molti soggetti e molte trame si intersecano.

Sorveglianza, hacking e sicurezza informatica.

Il baratto tra gli interessi negli affari e l'etica.

La disinformazione.

 

Questi problemi politici astratti sono reali, sono incarnati e hanno inciso sulla forma della vita e della morte di Khashoggi.

A un livello più pratico, era evidente che la storia aveva tutti gli elementi di un thriller.

 

Era anche chiaro che per realizzare il film che volevo avrei dovuto risolvere tre o quattro punti.

Il primo era Hatice Cengiz, la fidanzata di Khashoggi, che lo stava aspettando fuori dal consolato il giorno in cui era andato a ritirare i documenti per il loro matrimonio: rappresentava il nucleo emotivo della storia.

Hatice si sarebbe fidata di lavorare con me instaurando, per di più, un rapporto esclusivo?

Sapevo che sarebbe stata corteggiata da un discreto numero di cineasti e se altri avessero raccontato la sua storia non avrei avuto un film di una certa risonanza.

 

Altrettanto importante era Omar.

Sapevo che una volta che la sua storia avesse cominciato a circolare, ogni agenzia di stampa del mondo gli sarebbe stata con il fiato sul collo.

Sapevo che aveva una storia incredibile e che era la vera storia che stava dietro all'omicidio di Khashoggi.

 

Il terzo punto fondamentale era il governo turco.

Avrebbe lavorato con me e, anche in questo caso, in esclusiva?

E da ultimo il Washington Post.

 

Ho trascorso circa tre mesi a tessere rapporti umani.

 

 

[Hatice Cengiz, compagna di Jamal Khashoggi, e Bryan Fogel, regista di The Dissident]

 
Come si è conquistato la fiducia?

 

Se Icarus non fosse stato il film che è diventato e non avesse vinto l'Oscar, sarebbe stato improbabile riuscire a ottenere l'accesso e la fiducia che mi sono stati accordati.

Hatice si è documentata su di me, ha visto Icarus, ha apprezzato il modo estremamente rispettoso e sensibile con cui avevamo trattato questioni personali e quanto ci eravamo adoperati per proteggere Grigory Rodchenkov [personaggio chiave delle vicende narrate in Icarus, n.d.r.].

Questo le ha dato fiducia.

 

Nel caso di Omar, ha avuto modo di apprezzare l'integrità che avevamo utilizzato nell'interagire con un whistleblower [colui che segnala e spesso denuncia un illecito, n.d.r.].

Analogamente, il governo turco si è reso conto che non affrontavamo il film con intenti preconcetti, ma che ci interessava raccontare la verità sulla vicenda.

 

Ho avvicinato ciascuna di queste persone con l'atteggiamento che avevamo adottato per Icarus, cioè lavorando onestamente, senza pregiudizi, senza tirare al risparmio e determinato a proteggere le nostre fonti per servire la verità.

 

Viviamo in un periodo in cui a causa della propaganda, della disinformazione e dei preconcetti, è difficile capire in cosa credere.

Abbiamo trascorso ogni giorno dubitando di quello che avevamo letto, sospesi nello spazio ambiguo tra la conoscenza e il dubbio.

Il concetto di realtà si era dissolto.

Per reazione, la maggior parte della gente ha semplicemente scelto di credere a una parte della storia e ignorare tutto quello che l'avrebbe portata a sollevare dei dubbi.

 

Hatice, Omar e altre persone che abbiamo avvicinato hanno apprezzato il fatto che noi non ci eravamo schierati.

Eravamo mossi dalla curiosità e il nostro sforzo era di mantenere il più possibile aperta la nostra mente e di avvicinare i nostri soggetti con umanità.

 

Il mio primo viaggio a Istanbul risale a circa sei settimane dopo l'omicidio di Khashoggi, e sono rimasto lì cinque settimane a costruire la fiducia.

 
Guardando The Dissident il pubblico apprende un fatto scioccante dopo l'altro.

Qual è stata la cosa più scioccante che ha scoperto mentre realizzava il film?

 

Mi sono trovato di fronte a una sconcertante quantità di prove e non una singola nazione disposta a prendere posizione contro il denaro rappresentato da questa monarchia assoluta.

Al diavolo i diritti umani, al diavolo un omicidio a sangue freddo, al diavolo tutto quello che è successo: i soldi in ballo sono troppi e preferiamo prendere i soldi che mostrare la nostra integrità.

 

Agnès Callamard, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, ha svolto un'indagine che dimostra che l'omicidio di Khashoggi è un caso facile da risolvere.

Anche il rapporto della CIA dimostra che è un caso lampante.

I turchi hanno fornito ai governi francese, britannico e americano scioccanti registrazioni audio dell'assassinio ma, nonostante questo, le Nazioni Unite non hanno mosso un dito.

Gli Stati Uniti e l'Europa non hanno mosso un dito.

 

Alla fin fine, la ricchezza della monarchia saudita e il suo petrolio vengono prima di qualunque principio di giustizia o autorità morale di tutto il mondo e penso che sia questo l'elemento più tristemente scioccante.

Quello che emerge dal racconto è che i governi trattano i diritti umani come merci da commerciare e scambiare, mentre non dovrebbero essere negoziabili.

 

È inammissibile che la dignità umana – la dignità di Khashoggi – debba essere sfruttata in cambio del valore di beni e servizi e terrificante vedere quanto sia scontato lo scambio per alcuni dei nostri leader mondiali.

È una storia tetra e più la conosci più diventa tale. 

Ma l'ultimo capitolo del racconto della campagna di giustizia per Khashoggi non è ancora stato scritto.

 

Ci auguriamo che questo film aiuti a servire il bene più grande facendo luce su queste terribili realtà affinché possiamo cambiarle.

 

 

[Jamal Khashoggi e Hatice Cengiz]

 

Come è possibile che si sia arrivati a questo punto, con il denaro che conta più di tutto il resto?

 

Penso che probabilmente sia sempre stato così, ma mai in maniera così sfacciata come oggi.

Se poniamo questa domanda a un mediorientale, è possibile che dica che la politica statunitense nella regione è sempre stata guidata da interessi petroliferi, dal denaro, dal potere e da poco altro.

L'omicidio di Khashoggi ha reso impossibile ignorare la realtà.

 

Abbiamo avuto un presidente che ha dichiarato apertamente alle telecamere che prendere il denaro dei sauditi è più importante di qualunque crimine abbiano commesso.

Si vede chiaramente nel film che gli Stati Uniti - l'unico paese che potrebbe adottare una presa di posizione morale e persino intraprendere azioni concrete per via della sua presenza nella regione, della sua alleanza con i sauditi e della vendita di armi - ha scelto di ignorare bellamente il fatto che a capo del governo saudita c'è un assassino.

Le democrazie fissano i principi morali dunque ci aspettiamo che agiscano in base ad essi e restiamo tristemente delusi: le reazioni di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e di tutte le democrazie del mondo manifestano quella corruzione morale.

 

Il caso di Khashoggi era di profilo talmente alto che è stato approfonditamente investigato dalle Nazioni Unite e dalla CIA, oltre che da instancabili giornalisti e cineasti come me.

Era una presenza costante sui social media e con l'attuale ciclo di notiziari di 24 ore al giorno e 7 giorni su 7, Khashoggi è diventato un nome familiare.

I governi non potevano nascondere la loro corruzione in questo caso, dovevano rispondere del loro silenzio.

E ora ci rendiamo conto che la corruzione morale è ovunque, a tutto campo: la comunità mondiale accetta la censura, la repressione, l'omicidio, il genocidio e non prende posizione compiendo azioni.

 

The Dissident esamina la pervasività della pirateria informatica nel mondo di oggi e la quasi totale assenza di tutela della privacy.

Se quello che prospetta The Dissident è vero, cioè che viviamo in un mondo in cui la moralità è minata dal denaro, in cui i diritti umani sono sacrificabili e in cui non esiste la privacy, c'è da essere terrorizzati?

 

Bisogna avere molta paura.

E facciamo in modo che la paura ci galvanizzi inducendoci ad approfondire e ad agire.

 

Nel 2016 ci fu un'enorme controversia dopo la Strage di San Bernardino, quando l'FBI ha disperatamente cercato di entrare nei cellulari dei terroristi senza riuscirvi.

L'FBI rivendicava il diritto di accedere ai dati contenuti nel telefono di una persona nei casi di attacchi terroristici, sequestri di minori e altri reati e Apple replicava dicendo: “No, perché se lo consentiamo, dove tracciamo il confine? Chi avrà il permesso di accedere ai nostri telefoni?”.

Apple tenne una linea molto dura.

 

Nel caso dell'Arabia Saudita questi strumenti non sono stati usati per contribuire alla lotta contro la criminalità, per salvare un bambino o per soccorrere una persona sequestrata, ma per perseguire chiunque cercasse di difendere la libertà di parola.

 

È letteralmente una questione di vita o di morte e [...] fino a quando queste armi informatiche saranno vendute al miglior offerente, nessuno sarà al sicuro.

 
Quale vorrebbe che fosse l'impatto del film?

 

Penso sia irrealistico credere che il film possa produrre sostanziali cambiamenti nelle politiche di Gran Bretagna, Francia o Stati Uniti o che li persuada a interrompere le redditizie vendite di armi ai sauditi.

È idealistico e improbabile immaginare che un film possa portare a regolamentare la sorveglianza informatica intrusiva o che improvvisamente ogni singolo contratto sia esaminato al microscopio o che Israele faccia chiudere società che non si attengono alle regole.

 

Tuttavia, se c'è una cosa che Khashoggi ci ha dimostrato, è che singoli individui possono essere potenti e persino pericolosi per le potenze corrotte del mondo.

Per la tirannia dell'Arabia Saudita, Jamal Khashoggi era un uomo pericoloso.

 

Non ci avrebbe permesso di dimenticare gli avvocati e gli attivisti che soffrono nelle carceri saudite, la censura e la repressione, la crudeltà autoritaria di Mohammed bin Salman.

Scrivendo di quello che sapeva essere vero, è diventato una minaccia perché la verità è potente.

E con questo documentario condividiamo la verità.

 

Il fatto è che un film può raggiungere molte più persone di un rapporto delle Nazioni Unite o di un'investigazione governativa segretata e revisionata.

Mi auguro che vedendo The Dissident le persone sentano una responsabilità personale ad agire, come ha fatto Khashoggi.

 

A livello personale, ogni volta che qualcuno riempie il serbatoio di benzina può pensare “Il mio consumo energetico contribuisce a finanziare un regime oppressivo disposto a tagliare in due una persona solo perché vuole la libertà di parola”.

Forse una cittadinanza informata potrà indurre più efficacemente i propri governi democratici a rendere i diritti umani un'autentica priorità.

E, in ultima analisi, i funzionari eletti rispondono all'elettorato e campagne vincenti hanno prodotto cambiamenti politici: si comincia sensibilizzando l'opinione pubblica.

 

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sono convinto che a livello del Congresso ci sia un forte slancio per adottare realmente misure significative contro il governo saudita.

Sia la Camera sia il Senato statunitensi hanno approvato risoluzioni per affermare che Mohammed bin Salman è responsabile dell'omicidio di Khashoggi e per bloccare le vendite di armi ai sauditi.

Questa è una cosa che il popolo americano vuole a livello bipartisan e che altri interessi stanno impedendo.

 

Per quanto improbabile e difficile possa sembrare adesso, abbiamo effettivamente visto casi in cu la morte di un dissidente ha potuto portare giustizia e diventare significativa.

Chiunque parlerà o prenderà un'iniziativa renderà molto più difficile il ripetersi di un reato come questo.

Renderà più complesso, per persone come Mohammed bin Salman, scegliere il bersaglio successivo e perseguire un whistleblower che difende la democrazia, perché gli è stato dimostrato che il mondo osserva con attenzione e l'umanità ha a cuore quello che è giusto più di quello che genera profitto.

 

I dittatori della terra si renderanno conto del costo finanziario e di reputazione dell'adozione di simili tattiche, poiché queste tattiche saranno smascherate.

Non avranno la possibilità di occultare la verità, perché noi sapremo cosa cercare.

 

The Dissident è disponibile sulla piattaforma MioCinema.

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