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Il re di Staten Island - Recensione: le dissonanze

Il re di Staten Island, per la regia di Judd Apatow, è una commedia drammatica sceneggiata da Dave Sirus e Pete Davidson, protagonista assoluto del film e fonte d’ispirazione per gli eventi raccontati, in quanto parzialmente autobiografici.

 

Il film è uscito nel 2020 in distribuzione digitale (anche al cinema in Italia) e ha rappresentato una delle opere più attese dello scorso anno.

Nel cast, al fianco di Pete Davidson, troviamo Marisa Tomei, Bill Burr, Bel Powley, Maude Apatow e Steve Buscemi.   

 

Il re di Staten Island racconta la storia di Scott Carling, un ragazzo di 24 anni profondamente segnato dalla tragica morte accidentale del padre, eroico pompiere.

 

Dopo l’incidente Scott è cresciuto sviluppando un carattere sempre più egocentrico e disfunzionale, incapace di affrontare qualsiasi situazione e ostacolo, al punto da impedirgli di terminare il liceo per spendere le sue giornate tra il consumo smodato di marijuana e l’ozio assoluto con il fedele gruppo di amici, cercando di realizzare un improbabile sogno imprenditoriale.

 

Quando la sorella parte per il college e la madre inizia a rifarsi una vita, Scott è costretto improvvisamente a diventare uomo, affrontando tutte le sue mancanze.

 

Cosa ne penso del film di Judd Apatow, il primo a segnare una virata di genere per il regista e comico americano?   

 

Il re di Staten Island Il re di Staten Island Il re di Staten Island

 

Il re di Staten Island è nudo e tutti lo sanno  

 

Il re di Staten Island appartiene alla tradizione di quel Cinema indipendente americano che vuole portare al pubblico la ruralità intimista di certe realtà.

 

Sceneggiature a mettere in luce l’animo più morbido degli Stati Uniti, raccontando le idiosincrasie di una società di provincia solitamente nascosta da Hollywood, impegnata a rappresentare New York e il suo hub culturale a cielo aperto, tanto quanto la decadenza e le luci della ribalta del contesto urbano losangelino, più spietato, neon e immenso.

 

Un Cinema nel quale spesso si trova l’onestà narrativa utile a colpire lo spettatore in maniera universale, senza scomodare finali cristologici, microcosmi e macrocosmi a confronto, universi e galassie, ma portando semplicemente sullo schermo i nervi scoperti e le difficoltà di personaggi difettosi.

 

Generalmente partendo proprio dal dove, incarnato dall’America dei suburbs fatta di prati, enormi centri commerciali contrapposti a piccoli empori, molta gente strana e una spaccatura tra chi ha deciso di andarsene e chi è rimasto.

 

In questa pellicola il dove è appunto Staten Island, una zona decadente fuori dall’area metropolitana di New York, la Brooklyn degli anni '20 del nuovo millennio, il posto bucolico e ancora inesplorato dalla modernità che cresce generazioni di ragazzi annoiati o perduti, in cerca della fuga da un posto dove il sogno americano è una pallida imitazione da negozio convenienza.

 

Eppure Staten Island è una tela piuttosto impalpabile all’interno della costruzione della vicenda, poiché il nostro protagonista, ritagliato attorno alle vicissitudini personali di Pete Davidson, è un carattere rotto, dissonante rispetto alla stessa Staten Island, ai suoi amici, alla sorella, alla madre e in certi momenti, anche rispetto allo spettatore.

 

La scena è il nostro protagonista e il nostro protagonista dovrebbe essere veicolo sul quale salire per comprendere la sua visione di Staten Island e della vita.

 

Alcuni dei racconti più affascinanti del nostro tempo, prendete a esempio BoJack Horseman o La regina degli scacchi, sono costruiti su dei protagonisti non del tutto positivi e non del tutto simpatetici al pubblico.   

 

 

Il re di Staten Island Il re di Staten Island Il re di Staten Island

Egomaniaci, misantropi, ragazzi perduti e bambini divenuti uomini di porcellana i cui frammenti sono tenuti insieme non dall’oro ma dalla peggiore delle leghe, oscillando tra una implosione emotiva e una rinascita, perennemente impegnati a farsi perdonare dalle persone alle quali fanno involontariamente del male.

 

Sono personaggi la cui gestione è davvero complessa e che rischiano di scadere nel patetismo o nell’antagonismo sfrenato da parte del pubblico. 

 

Lo stesso BoJack Horseman, nella sua meravigliosa costruzione, rimane comunque fallibile e la sua poetica decadente scatena la più assoluta antipatia in alcuni spettatori, agganciati più agli elementi comici dello show che al cuore della narrativa drammatica della serie.

 

Il re di Staten Island porta al pubblico un protagonista totalmente ignaro della sua distorsione caratteriale rispetto alla sorella, alla madre, agli amici, alla ragazza che lo ama e al mondo che lo circonda.

 

Eppure noi spettatori, tanto quanto i protagonisti e i comprimari della storia, siamo in grado di gridare al re nudo, leggendo il personaggio.

 

Scott è incapace di provare felicità, di essere presente a se stesso, di concepire e provare empatia con tutto quello che non è lui e, in definitiva, i contrasti che prova con il mondo sono il suo sragionare inamovibile espresso attraverso un linguaggio comprensibile solo e unicamente a lui.

 

Il re è un analfabeta funzionale della vita, della crescita, degli affetti, delle emozioni, un bambino spaventato la cui roccaforte è rappresentata da un adulto i cui sogni sono impalpabili per tutti e, nonostante le sue mascherate e macchinazioni scomposte, lo sono anche per lui stesso.

 

 

Il re di Staten Island Il re di Staten Island Il re di Staten Island

Apatow, nella prima parte de Il re di Staten Island, ci presenta quello che sembra essere il perfetto canovaccio di uno scanzonato film di crescita indie.

 

I dialoghi hanno un bel ritmo, i personaggi sembrano arricchire un contesto piazzato sulla rampa di lancio verso la creazione di uno di quei miti assurdi e iconici per rimanere impressi nella testa di una generazione, facendo capolino nella memoria collettiva con una canzone o un frame - La mia vita a Garden State, di Zach Braff, è piuttosto rappresentativo, in tal senso.

 

Il compito di Apatow, come anticipato, è però molto difficile e dovrebbe metterci sul sedile del passeggero di Scott, facendo della sua personale grammatica a leggere lo scorrere della vita attorno a lui, la scena, il contesto, l’unico dizionario disponibile per entrare nella vicenda.

Indipendentemente dalla nostra capacità di apprezzare o meno il personaggio, dovremmo sviluppare una certa empatia verso la sua impossibilità di tracciare una linea, comprendendo la maledizione che lo domina.

 

Eppure Apatow riesce a tenere il personaggio dentro quest’ottica solo per qualche minuto: con il passare delle scene, con il distendersi della narrazione e lo stabilizzarsi del ritmo del racconto, quello che ci troviamo di fronte è un plot petulante e vagamente logorroico nell’arroccarsi su alcuni concetti, ripetuti e sottolineati fino allo sfinimento.

 

La gestione di Scott e del suo carattere è abbastanza fatale. 

Se in apertura del primo atto proviamo una certa empatia nei suoi confronti, andando oltre iniziamo a farcelo quasi nemico, trovandoci seduti non più nel suo angolo o al centro della stanza della sua moralità, come dovrebbe fare il film, ma in quello del mondo reale nemico al protagonista.

 

Scott diventa insopportabile e il suo dramma, la perdita del padre, si sgretola dietro una trama che trova il suo epicentro in questo unico evento, privato però di profondità.

 

Ricordare un dramma non significa renderlo simpatetico al pubblico, se non viene trovato un come forte abbastanza da sintonizzarci con il suo pensiero.  

 

Il re di Staten Island è nudo nella sua insondabile stupidità sociale ma non nel suo animo, tanti aspetti del suo dramma sono sfiorati e mai esplorati; da un certo punto in poi della narrazione lo spettatore è intrappolato con un idiota vagamente divertente, ma mai davvero interessante o affascinante, con il quale è possibile in qualche modo costruire un rapporto.

 

 

Il re di Staten Island Il re di Staten Island Il re di Staten Island

Apatow non aggiunge nulla nel suo lavoro di regia e messa in scena e la sceneggiatura non ha davvero né mordente drammatico né comico, finendo per arenarsi su pochi concetti insistentemente riproposti allo sfinimento, trascinando lo spettatore verso il finale con davvero poca pazienza verso il protagonista e verso la sua vicenda, priva di un vero punto di arrivo.

 

La pellicola vive quindi di due tempi abbastanza distinguibili.

Un primo nel quale il tessuto narrativo sembra reggere e voler andare da qualche parte e un secondo dove lo smarrimento della sceneggiatura comincia a diventare palpabile anche al pubblico più sbadato.

 

A mio avviso Apatow in regia sbaglia prima di tutto nel cercare uno spunto artistico utile a tradurre quanto espresso dalla sceneggiatura di Davidson, colpevole di perdere di vista la palla emotiva della storia da raccontare, sedendosi su una poetica scolastica, mai evocativa e priva di quel carattere identitario citato poco sopra rifacendosi alla pellicola di Braff.

 

Il film è quindi privo di una sua voce, non entra nella generazione che cerca di raccontare: esattamente come il suo protagonista grida talmente forte all'io del proprio ego da risultare petulante nella sua incapacità di trovare un tono, una canzone, un frame, un linguaggio visivo utile a veicolare a noi la dissonanza di Scott rispetto al mondo.

 

Il re di Staten Island vive di molti intenti lodevoli, di una bella recitazione, qualche buona battuta e una buona regia, ma si dissolve lungo il minutaggio, dimenticando completamente di raccontare il protagonista e di tradurlo al pubblico.

 

Apatow e lo stesso Davidson sembrano non avere bene in mente come il dramma non sia la punchline di una battuta dentro uno spettacolo comico e come questo non vada dialogato, ma mostrato al pubblico, trovando con la regia, le immagini e gli eventi interpretati dalla sensibilità dei protagonisti messi in scena, una chiave di lettura dell’intera vicenda.

 

Il re di Staten Island è secondo me solo in parte un buon film e rappresenta forse una delle più cocenti delusioni tra i titoli ampiamente attesi quest’anno. 

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