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Undine - Recensione: una straziante storia d'amore tra fantasy e realtà

Spesso affinché avvenga un cambiamento è necessaria una rottura.

 

Lo è nella scienza così come nei rapporti umani: quando c’è uno squilibrio qualcosa, anche se in modo impercettibile, cambia sempre.

Ed è con una rottura di una relazione che inizia Undine, film diretto da Christian Petzold vincitore dell’Orso d’argento per la Migliore Attrice e del Premio FIPRESCI (Premio della critica internazionale) alla 70ª edizione del Festival internazionale del Cinema di Berlino.

 

Undine è una rivisitazione in chiave moderna del mito dell’Ondina, una ninfa acquatica che per avere la vita eterna sposa un cavaliere che le dovrà giurare amore per sempre, altrimenti morirà. 

 

[Il trailer internazionale di Undine]

 

 

Undine, interpretata da una straordinaria Paula Beer, è una storica che lavora come guida all’interno del City Museum di Berlino per spiegare la struttura e la storia della capitale della Germania.

 

Il nome Berlino, come viene spiegato dalla stessa Undine, si pensa arrivi da un'antica parola slava che significa palude e nel film di Petzold l’ambiente ricopre un ruolo da protagonista.  

I plastici del City Museum rappresentano la non-storia della città tedesca, evolutasi negli anni solo per esigenze economiche e che mai si è legata alla propria tradizione mitologica.

 

 

Non è un caso infatti che Undine sia una storica ancorata al passato, prigioniera in apparenza del proprio mito: il film è ambientato ai giorni nostri, ma il personaggio di Paula Beer possiede ancora un telefono cellulare di 10 anni fa. 

 

 

[Paula Beer in Undine: interpretazione premiata con l'Orso d'argento a Berlino]

 

Quando tutto sembra andare verso la direzione della mitologia dell’ondina arriva una rottura, rappresentata da Christoph, un perfetto Franz Rogowski, e riscrive la storia. 

 

Come il mito, così anche il film di Petzold cambia marcia e si evolve, sfociando in un racconto a metà fra il fantasy e il dramma in cui amore e morte si mescolano dando vita a una favola moderna. 

 

Una favola, quella di Undine, non di facile fruizione e a tratti criptica, che porta lo spettatore a documentarsi sulle varie figure mitologiche e non presenti nel film, in cui l’onirico e il reale non sono sempre dichiarati, trasportando chi guarda nella profondità delle acque alla ricerca di un significato o dello stesso amore agognato da Christoph. 

 

 

[Franz Rogowski, già apprezzato in Happy End, La vita nascosta e che prossimamente vedremo in Freaks Out]

 

Come detto, però, l’ambiente nel film ha un ruolo da protagonista e laddove la città è teatro di rottura, un lago che può esser visto metaforicamente come la palude che dà origine al nome di Berlino, sfida l'ineluttabile destino di Undine attraverso la potenza dell’acqua.

 

Durante le scene ambientate al lago il regista tedesco, prendendo ispirazione da L’atalante di Jean Vigo e La Forma dell’acqua di Guillermo del Toro, crea delle sequenze veramente suggestive in cui i toni freddi della fotografia e l’uso della musica di Johann S. Bach contribuiscono a rendere Undine un’opera dal valore estetico notevole.

 

 

 

 

La chimica fra i due protagonisti, presenti anche ne La donna dello scrittore di Christian Petzold, la spensieratezza nella scrittura, la cripticità di certi elementi e la stupenda regia di Petzold rendono Undine non un film per tutti, ma che richiede allo spettatore uno sforzo.

 

Ripagato però da una favola, da cui si farà fatica uscire.

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