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Le sfaccettature della cultura contemporanea nelle serie TV

Serie TV e cultura contemporanea: due mondi che si influenzano a vicenda, sovrapponendosi e confondendosi nel periodo storico dello streaming e del "vedo ciò che voglio io, quando lo voglio io". 

 

 

La notte è fatta per sognare, direbbero molti. Eppure la notte è fatta anche per pensare.

 

Meditare nel buio e nelle quiete sull'esistenza, la vita, la metafisica, l'astronomia, l'arte in genere... e sulle serie TV!

 

Questa meditazione assume sfumature di colore più vivide quanto è condivisa con qualcuno.

Non qualcuno a caso, ma qualcuno che come te e, forse, addirittura meglio di te conosce quell'ambito. 

 

Meditando a due menti nascono articoli come questi, sul significato sociologico e culturale delle serie TV.

 

[1990: la prima stagione di Twin Peaks. Quando le serie TV erano ancora chiamate "telefilm"]

 

 

Sono tanti gli interrogativi della vita, ma sono altrettanti gli interrogativi sul mondo delle produzioni seriali. 

 

Sicuramente per il singolare periodo storico che stiamo vivendo, per lo stravolgimento delle nostre vecchie abitudini e il radicale cambiamento del nostro modo di essere.

Il Coronavirus sta trasformando e affinando i nostri gusti cinematografici e seriali.

Così ci siamo chieste quanto la cultura di riferimento influenzi la produzione di una prodotto audiovisivo, in particolare delle serie TV. 

 

Per questo bisogna fare alcune piccole premesse. 

 

Innanzitutto parliamo di serie TV perché viviamo di questo: non solo ci piacciono, ma le studiamo e analizziamo nei minimi dettagli per ricavarne un significato universale, sociologico e talvolta anche psicologico.

 

Ogni serie TV, come d'altronde ogni film, riflette le paure, le gioie, gli avvenimenti storici del dato periodo storico in cui vengono realizzate.

Non importa se trattano generi fantasy, comedy o drammatici: ci sono sempre degli elementi ricorrenti. 

 

Sembra banale, ma se analizziamo le produzioni seriali statunitensi del periodo successivo all'attentato delle Torri Gemelle, l'11 settembre 2001, possiamo individuare un comune denominatore, latente o manifesto, ossia il tema delle grandi catastrofi o della lotta al terrorismo: esempio più lampante è il caso di Homeland, la serie di Showtime ideata da Howard Gordon e Alex Gansa.

 

[Trailer della stagione 1 di Homeland: una delle serie TV preferite di Barack Obama]

 

 

La vita post-apocalittica dal punto di vista di una produzione seriale può procedere su due strade parallele.

 

Una è la trasfigurazione: dematerializzarsi per prendere una nuova forma e assumere una nuova veste, trasponendo la realtà nei generi fantasy, thriller o drama.

 

L'altra è ricalcare la realtà come sulla tela di un pittore, ridisegnarla utilizzando le stesse sfumature di inchiostro e la stessa carta straccia, ripercorrendo quindi le varie tappe che hanno condotto alla "tragedia". 

 

Un esempio di trasformazione o meglio dire di "manipolazione della realtà" può essere rappresentato da The Walking Dead che, seppur nata nel 2010, ripercorre la tematica della vita post-apocalittica.

Al di là degli zombi, sia chiaro.

 

Anche se, gli zombi stessi sono un espediente rilevante: la società dopo la ripresa continua a vivere per inerzia, mostrando una sorta di passività.

Stanca di lottare.

Arresa.

 

 

[Trailer della prima stagione di The Walking Dead. Il finale di stagione previso per aprile 2020 è stato rinviato a causa della pandemia a data da definirsi, per problemi legati alla post-produzione]

 

 

Ho citato The Walking Dead perché l'ho studiato in prima persona, in un libro edito dal mio professore del corso di "Storia del Cinema" che ripercorreva, alternando testo e vignette, una narrazione descrittiva e illustrativa mostrando il relativo significato metafisico e socio-culturale dell'opera seriale.

 

Sicuramente ci sono decine di altri esempi calzanti che trattano gli argomenti zombi e simili.

Come ad esempio The 100 che affronta il tema della vita post-apocalittica in un'ambientazione spaziale e futuristica. 

 

Se però ci soffermiamo sulla tematica zombi troviamo anche altri tipi di non-morti, come quelli di In the Flesh: lo show di Dominic Mitchell andato in onda su BBC Three ha dato vita a un'innovazione del genere, dato che per la prima volta ci viene mostrata una visione originale degli zombi caratterizzata dalla ricerca di cure e dal tentativo di reintegro nella società civile.

 

Il tema principale legato a uno show sugli zombi non è quindi sempre la morte, ma l’accettazione e l’integrazione degli individui apparentemente “diversi” nella nostra società.

 

L’intolleranza alla diversità e la denuncia politica, nelle serie TV britanniche, hanno sempre un ruolo principale, come è stato rappresentato in Black Mirror e in Dead Set - entrambe di Charlie Brooker - e se vogliamo in maniera diversa anche in My Mad Fat Diary - prodotta da Matthew Bouch. 

 

 

[Luke Newberry è Kieren Walker in In the Flesh]

 

 

Nella serie In the Flesh l’argomento zombi è solo una metafora per sottolineare come l’uomo abbia timore e sia riluttante nell'accettare all'interno della società le persone ritenute "diverse", e come risulti facile invece fondare dei partiti politici per gestire fazioni di ogni genere.

 

L’argomento è scottante, ma è chiaramente una denuncia del mondo che ci circonda in ogni sua sfaccettatura.

 

Si torna sempre al concetto di razzismo: se queste persone, pur essendo zombi, non sono poi tanto differenti dalla comunità, perché non integrarli creando forme di superficiale razzismo?

Perché non accettare chi si presenta in maniera differente da quella ritenuta "normale"?

 

A questo punto non bisogna aver paura degli zombi ma dell’uomo stesso, che crea più vittime con il suo rifiuto delle forme inusuali e la sua ideazione di abominevoli leggi e fazioni, rispetto a quelle che potrebbe fare un potenziale cannibale.

 

 

 

Anche Ryan Murphy recentemente ha puntato tutto sul concetto di razzismo con la sua Hollywood: di fatto lo showrunner ha riscritto la Storia del Cinema degli anni '50 in forma utopica, dando opportunità ad ogni tipo di minoranza sociale e a chi in quel periodo, proprio a causa del razzismo, non ne avrebbe avuta nemmeno una.

 

Un tema sempre attuale e di possibile dibattito sociale.

 

Un esempio concreto invece di "trasposizione letterale o tendenzialmente romanzata della realtà" può essere rappresentato da tutte quelle produzioni seriali che sono nate proprio per narrare in maniera limpida un avvenimento storico.

 

Sulla scia del terrorismo possiamo citare V, Rescue Me, Alias, 24, Falling Skies, sulla scia di avvenimenti storici politici e scandali The Kennedys, I Tudors, I Medici, Marco Polo, The Crown, Reign, The West Wings, House of Cards... 

Sinteticamente le vie da intraprendere sono due: realtà e finzione che si mescolano insieme per dar vita a una nuova creatura.

 

Ma non è tutto bianco o nero: c'è anche una terza strada. 

 

Difatti, sempre facendo riferimento a una delle più grandi tragedie degli ultimi tempi - e no: non parliamo del Coronavirus - dobbiamo tenere in conto anche le tante serie TV in produzione in quel particolare periodo storico.

 

Tali serie hanno dedicato uno o più episodi a quell'evento storico, o hanno modificato parte del loro essere per adattarsi alla nuova realtà.

 

In particolare soffermiamoci sull'attentato alle Torri Gemelle, che sicuramente nell'epoca contemporanea rappresenta uno dei più grandi avvenimenti storici che ha cambiato radicalmente il modo di vivere e vedere il mondo che ci circonda.   

 

Gli esempi più lampanti sono rappresentati da serie TV molto famose e amate da più generazioni.

 

In Friends hanno dovuto cambiare una battuta di Chandler sulla caduta degli aerei, in Sex and The City venne modificata la sigla togliendo le due torri, i Simpson hanno subito una vera e propria censura. 

 

 

[Friends, Simpson, Sex and the City]

 

 

Ma perché tutto ciò per parlare di cultura e serie TV?

 

Perché gli esempi rendono concreti i concetti che all'apparenza possono sembrare astratti o immateriali.  

Data la situazione attuale di emergenza che stiamo vivendo non c'è dubbio che nei prossimi anni, quando si potrà tornare a popolare i set, si assisterà allo sviluppo della tematica Covid-19 nelle produzioni seriali. 

 

Le serie TV sono enormemente influenzate dalla cultura di riferimento. 

Sia dalla cultura in senso lato, come in questo caso, sia della cultura in senso stretto come nel caso di produzioni che mettono in scena le differenze sociali, culturali, religiose tra popolazioni, società, comunità differenti.

 

[Trailer della quarta stagione di Skam Italia]

 

 

Come la vita di Sana di Skam Italia.

 

Nella quarta stagione, incentrata sul personaggio interpretato da Beatrice Bruschi, possiamo analizzare nel dettaglio come l'aspetto culturale e religioso permei la vita di un individuo.

Sana, nata e cresciuta a Roma, si fa portatrice di valori differenti rispetto ai suoi coetanei e si ritrova ogni giorno a dover affrontare pregiudizi e domande scomode.

 

Lo stesso discorso è possibile per la mini-serie Netflix Unorthodox, creata da Anna Winger e Alexa Karolinski, basata su una storia vera.

 

La protagonista interpretata da Shira Haas nasce e cresce in una comunità ultra-ortodossa chassidica, e vive nel quartiere di Williamsburg, New York, dove è costretta a seguire regole rigide.

 

Per la sua comunità lo scopo di una donna è quello di procreare e soddisfare il proprio marito e ad Esty - questo il nome della ragazza - la cosa va stretta; vuole studiare musica, ma per le donne della sua cultura è vietato esibirsi in pubblico perché è considerato seduttivo.

 

Ritorniamo quindi a un ciclo senza fine, un flusso costante di influenza reciproca. 

La cultura, intesa come ambiente, regole sociali, norme, credenze e simboli, influenza inevitabilmente le serie TV.

 

Nonostante molto spesso le serie TV siano rappresentate come produzioni di serie B.

Basti pensare alle pubblicità, alle risorse e agli investimenti, anche se molto spesso per gli attori possono essere più redditizie in quanto permettono di stipulare contratti a lungo termine.

 

I prodotti seriali apprendono dal Cinema i codici linguistici, i temi, le tecniche, ma lo fanno inserendosi in un contesto totalmente differente.

 

Il mondo delle serie TV ha subito inoltre dei radicali cambiamenti.

 

Fino ai primi anni 2000 chi guardava compulsivamente serie TV era definito nerd, un disadattato sociale, una persona strana.

Molti, quindi, guardavano le serie TV in silenzio.

Senza esternare sensazioni, emozioni o semplicemente senza commentarle in pubblico.

 

Le serie TV erano all'epoca un prodotto di nicchia, quasi un privilegio per chi le guardava, un mondo troppo specifico per chi non lo poteva apprezzare.

Vi erano serie TV commerciali, quelle mandate in onda dalle reti televisive generaliste come The O.C., Dawson's Creek e Gossip Girl e solo quelle potevano essere considerate mainstream.

 

Poi arrivò lo streaming, che stregò il pubblico e rivoluzionò la fruizione e la reputazione delle serie TV. 

 

Le serie iniziarono a catturare un'audience sempre più ampia, diventando più vicine agli individui e tramutando il loro modo di essere.

Guardare serie TV si è trasformato in un vanto, qualcosa di cui parlare con gli amici per fare a gara a chi ne guarda di più. 

 

E alla fine chi arriva? Polly! 

No, scusate. 

Alla fine arriva Netflix!

 

Le serie TV diventano ufficialmente un prodotto di "massa" per un pubblico variegato, meno selettivo.

Un fruitore-macchina compulsivo. 

 

 

 
 
 
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Solo se lo guardiamo insieme. ❤️ #Elit3

Un post condiviso da Netflix Italia (@netflixit) in data:

 

 

- "Hai visto The Umbrella Academy?"

- "Sì, a giugno esce la seconda stagione. Tu hai visto Dark?" 

- "Non ancora ma è in lista, prima devo finire Stranger Things e Breaking Bad" 

- "Ah beh allora dopo devi guardare Better Call Saul e Black Mirror!" 

 

E così via, verso l'infinito e oltre.

 

Il fenomeno mondiale di Netflix ha cambiato il modo di consumare le serie TV: è cambiata la modalità di fruizione della cultura seriale.

Seguita a rotta da Infinity, Amazon Prime Video, Disney+, AppleTV+, HBO Max, e chi più ne ha, più ne metta. 

 

Non c'è un modo giusto o sbagliato di guardare serie TV.

Non ci sono regole dettate o norme scritte.

 

Vige la libertà di espressione e la libera scelta di fare binge watching per guardare La Casa di Carta, shippare una coppia, non dormire la notte per guardare l'ultimo episodio di Game of Thrones in contemporanea con gli Stati Uniti.

 

Insomma, tutto è concesso in amore e nelle serie TV. 

 

Così come tutto ciò che è cultura trova spazio nel palcoscenico della vita, allo stesso modo viene riflesso nello schermo delle serie TV. 

 

Lo schermo nero, il Black Mirror, quello che fa tanta paura, un futuro che era già stato scritto in Cattiva Maestra Televisione di Karl Popper, dove già si parlava di dieta quotidiana del piccolo schermo.

In quel periodo la prospettiva in cui si sarebbe arrivati al punto di poter decidere cosa guardare e quando guardarlo era già stata prevista.

 

E ora ci siamo: questo è lo streaming.

 

Ma proprio come viene sottolineato in Black Mirror non possiamo fare a meno di chiederci: stiamo abusando di questa tecnologia?

Forse oltre ai social network, alle applicazioni sugli smartphone, agli assistenti vocali, è anche di questo streaming che stiamo abusando.

 

Chi come noi è abituato a fare binge watching il problema non se lo pone, ma stiamo riempiendo il nostro cervello di troppe informazioni che tra poco non riuscirà più a gestire?

E se così fosse, a quali potremmo o vorremmo rinunciare?

Non di certo alle serie TV.

 

A volte, infatti, per guardare non bastano gli occhi.

Serie tv Serie tv

 

[Articolo scritto con il contributo di Natasha Nussenblatt]

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