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The Handmaid’s Tale: una distopia a un passo dalla realtà

La distopia è la rappresentazione di una realtà negativa e indesiderabile del futuro che si contrappone a quella presente, ed è per questo motivo che viene considerata anche come utopia negativa.

 

Questa raffigurazione ha come particolarità quella di denunciare determinate caratteristiche dannose del presente proiettandole nel futuro e immaginando le conseguenze del loro sopravvento.

 

Infatti, la distopia non è solo una previsione del peggior scenario possibile, ma anche un’avvertenza in merito al fatto che quello scenario potrebbe realmente verificarsi.

 

 

[Frame tratto da The Road di John Hillcoat (2009), film basato sull'omonimo romanzo distopico di Cormac McCarthy]

 

Questo è il caso di The Handmaid’s Tale, serie creata da Bruce Miller (The 100) per Hulu nel 2017 e tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood del 1985.

 

The Handmaid’s Tale è ambientato in un futuro non necessariamente troppo remoto, dove gli Stati Uniti d’America si ritrovano in ginocchio a causa di un forte calo di fertilità - provocato dall’avanzamento dell’inquinamento climatico e da disastri ecologici - che porta l’essere umano a rischiare l’estinzione.

 

Dopo una guerra civile, si instaura la Repubblica di Gilead, un regime teocratico totalitario che spoglia le donne di ogni diritto civile e sociale.

 

La nuova società è caratterizzata da un forte stampo patriarcale che vede degli uomini di potere chiamati Comandanti risiedere sullo scalino più alto della gerarchia.

Le loro spose vengono ribattezzate Mogli e vengono servite da donne chiamate Marta, che ricoprirono sostanzialmente il ruolo di domestiche.

 

Le poche donne rimaste ancora fertili, considerate vere e proprie risorse nazionali del paese, sono denominate Ancelle e vengono sottratte alle loro famiglie e costrette a un severo e violento addestramento morale da parte di aguzzine chiamate Zie.

 

 

 

 

Le Ancelle vengono assegnate alle dimore di ogni famiglia elitaria dove rimangono prigioniere e, al fine di ripopolare la terra, vengono costrette a sottomettersi una volta al mese a un macabro rituale di accoppiamento con il Comandante durante il quale è presente anche la Moglie.

 

Non appena l’ancella avrà partorito, sarà trasferita ad un’altra famiglia per iniziare un nuovo concepimento.


Questo rito è chiamato Cerimonia e viene perpetrato sull’esempio di un episodio narrato nella Bibbia, Genesi 30-31: Rachele, la moglie sterile di Giacobbe, chiede al marito di concepire un figlio con la serva Bila

 

 

 

La protagonista principale di The Handmaid’s Tale, interpretata magistralmente da Elisabeth Moss (Mad ManUs), si chiama June Osborne ed è stata separata da marito e figlia per diventare l’Ancella della famiglia Waterford, composta dal Comandante Fred (Joseph Fiennes) e dalla Moglie Serena (Yvonne Strahovski).

 

Sarà quindi June la donna destinata a dare alla luce un figlio alla coppia e a non poterlo vedere mai più.

 

La Repubblica di Gilead governa la popolazione in senso dittatoriale secondo dettami tipici del fondamentalismo cristiano: si usano forme di saluto religiose, tutte le donne sono di proprietà degli uomini e non hanno piena libertà di parola, non possono lavorare, possedere beni propri o spostarsi liberamente. 

 

Gli omosessuali (accusati di “tradimento di genere”), i credenti di altre religioni, chi pratica l’aborto, le donne anziane o non fertili, i ribelli o chi semplicemente si oppone alle politiche della nuova repubblica vengono mutilati, condannati ai lavori forzati o giustiziati pubblicamente.

 

 

 

 

La sceneggiatura della serie si discosta solo in minima parte dal romanzo originale, ma mantiene tutto il suo carico di simbolismi e analogie.

 

Prima di tutto, la società distopica di The Handmaid’s Tale è senza dubbio una versione iperbolica dell’ideologia puritana che sta alla base della cultura religiosa degli Stati Uniti: fra i vari punti in comune troviamo l’autorità assoluta degli uomini sulle donne, una rigida gerarchia comprendente gruppi di persone o caste, riferimenti biblici per motivare o giustificare scelte o azioni, una stretta educazione e il culto dell’obbedienza.

 

Le caste in cui sono suddivise le donne sono contraddistinte da colori differenti, uno diverso per ogni ruolo e ciascuno con un proprio significato.

 

Le Ancelle vestono un lungo mantello rosso per simbolizzare sì la fertilità, ma anche l’adulterio in quanto hanno rapporti con uomini sposati - nonostante siano giustificate dal rito cerimoniale che trae spunto dalla Sacra Bibbia.

 

Proprio questa contraddizione rimanda alla doppia morale che ancora oggi sta al fondamento dell’etica statunitense.

 

Le Mogli, invece, portano vestiti in tonalità di verde, mentre le Zie un marrone scuro che ricorda le divise naziste.

Infine, le Marta vestono un grigio scuro, che è solitamente utilizzato (insieme al nero) per le uniformi delle governanti e delle domestiche.

 

 



Tutto questo è reso magnificamente dalla messa in scena e dalla scelta della fotografia.

 

L’ensemble di registi delle prime tre stagioni è composto prevalentemente da donne (7 su 10), tra le quali spiccano Kate DennisKari Skogland e Reed Morano, quest’ultima vincitrice del Premio Emmy per la Miglior Regia di una Serie Drammatica nel 2017, proprio per l’episodio pilota della serie. 

 

Le registe e il direttore della fotografia Colin Watkinson (lo stesso di quel gioiello di The Fall) hanno sapientemente utilizzato campi, primi piani e ritmi calzanti per rappresentare al meglio non solo la tensione, ma soprattutto la violenza e la crudeltà tipiche della realtà di Gilead.

 

Sono inoltre presenti molte inquadrature con soggetti decentrati per evidenziare il distacco soggettivo che l’ambientazione distopica crea. 

 

 



Infine, la scelta delle luci fa risaltaltare i colori caratteristici delle uniformi delle donne, polarizzando al contempo il contrasto tra il rosso delle Ancelle e il blu delle Mogli.

 

La fattura tecnica è stata così elevata che ha portato a un inaspettato successo di critica: nel 2017 The Handmaid's Tale ha vinto ben 7 Emmy Awards: Miglior Regia, Miglior Serie Dramamatica, Migliore Attrice Protagonista (Elisabeth Moss), Migliore Attrice Non Protagonista (Anne Dowd), Migliore Attrice Guest Star (Alexis Bledel), Miglior Sceneggiatura e Miglior Fotografia.


Nel 2018 la consacrazione ufficiale arriva ai Golden Globe con il premio per la Miglior Serie Drammatica e per la Migliore Attrice Protagonista a Elisabeth Moss.  

 

 

 

 

La rivoluzione teocratica che ha portato all’insediamento della nuova Repubblica di Gilead sovverte tutti gli ordini politicigiuridici e sociali della realtà statunitense come l’abbiamo sempre conosciuta.

 

Quelli politici perché il potere rimane in mano solo a coloro che hanno scatenato la rivolta, imponendo una dittatura totalitaria a tutti gli effetti; giuridici perché i diritti umani della popolazione vengono completamente cancellati a favore dell’imposizione della legge divina; sociali perché la società viene suddivisa in caste gerarchiche dove solo gli uomini mantengono posizioni di potere o svolgono altri lavori, mentre le donne sono relegate a mansioni superficiali o costrette a essere mezzi di riproduzione.

 

È proprio su questo fronte che meglio si esprime uno degli aspetti sul quale The Handmaid’s Tale vuole puntare il faro: il patriarcato.

 

 

 

 

Per Gerda Lerner, scrittrice e docente storica statunitense,

"Il patriarcato è la manifestazione e istituzionalizzazione del dominio maschile sulla donna e la società in generale.

 

Secondo gli accademici, si tratta più specificamente di un patto stipulato tra uomini di tutte le classi sociali per appropriarsi di tutti i fattori utili al mantenimento del controllo sul futuro: il corpo femminile e le sue capacità riproduttive.

 

In The Handmaid’s Tale questo concetto viene presentato in modo molto chiaro fin dall’inizio: quando la protagonista June viene catturata e obbligata a diventare un’Ancella, perde il diritto a mantenere il proprio nome acquisendo il patronimico Difred (il possessivo “Di” + il nome del pater familias), in quanto lei è a tutti gli effetti una proprietà del Comandante Fred Waterford.

 

 



Nella serie ci sono due manifestazioni esplicite di patriarcato.

 

La prima è l’eterosessualità obbligatoria come condizione necessaria affinché non solo venga assicurato l’avanzamento della progenie, ma anche che ogni donna rimanga vicina (o di proprietà di) a un uomo.

In secondo luogo, la dominazione sociale maschile, che prevede che la sfera pubblica sia destinata agli uomini e quella privata alle donne.

 

Il particolare che vede una realtà distopica che presenta elementi riconoscibili nella nostra linea temporale (i riferimenti a Uber e Tinder sono molteplici) è traumatizzante e inquietante perché è come se volesse dire che tutto quello che vediamo potrebbe succedere da un momento all’altro.

 

Tutti i temi trattati in The Handmaid’s Tale, come l'ineguaglianza tra generi, la repressione delle libertà sessuali, il calpestamento dei diritti civili, il cambiamento climatico, il calo demografico e il fondamentalismo religioso comportano dei rischi che, se portati allo stremo, potrebbero far scaturire conseguenze altamente negative.

 

Le premesse sono già tutte quelle di una realtà distopica.

 

 

 

 

Il tema-fulcro di The Handmaid’s Tale riguarda la fertilità e la maternità.

 

Il primo elemento viene utilizzato come chiave per ridurre il ruolo della donna a quello di mero organo riproduttore, una macchina progettata unicamente per quello scopo, la cui fruibilità è accessibile a più riprese e da diversi individui.

 

Il secondo elemento mette l’accento sulle due diverse declinazioni di maternità derivanti dalla surrogazione gestazionale.

Una è quella biologica, che comprende tutta la gestazione e il parto, l’altra è quella psicologica, che prevede l’instaurazione del rapporto materno solo dopo la nascita.

 

Fino a che punto vi sono differenze tra le due versioni?

Può la maternità essere definita esclusivamente da vincoli genetici?

 

 

 

 

La serie ricopre un ruolo estremamente rilevante perché ridefinisce la figura della donna contemporanea, ossia colei che lotta ogni giorno contro situazioni a lei avverse al fine di liberarsi da una dipendenza dalla figura maschile che non solo la società le impone, ma le fa anche pesare.


In molti hanno definito il romanzo e la serie come “femministi”, ma la stessa autrice del libro è la prima a volerli considerare piuttosto come “umanisti”.

 

Questo perché, sebbene The Handmaid’s Tale abbia come protagoniste figure femminili oppresse, ci insegna che chi è in pericolo è l’essere umano in quanto tale, soprattutto se è in minoranza.

La lezione è dunque quella di comprendere ogni tipo di diversità - esterna e interna - e farla propria, accettandola.

 

Perché, alla fine, è proprio questo il primo e vero grande passo per non aggravare il carattere distopico della nostra realtà.


O almeno per provare a non renderla più negativa di quanto non sia già.

Chi lo ha scritto

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2 commenti

Luckyboy

15 giorni fa

Sto guardando ora l'ottavo episodio.
Ammetto di averlo pescato grazie al podcast, Teo e Paolo tempo fa hanno detto che era una bomba e che scommettevano su questa serie e non potevo non ascoltare i consigli di due podcaster del genere.. 
Comunque mi sta piacendo molto, parte molto lento e migliora di episodio in episodio, ve la consiglio anche a voi utenti cinefacters

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Benito Sgarlato

20 giorni fa

Messa in lista... la vedo dopo aver finito Lost

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