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Grâce à Dieu, di François Ozon [Recensione] - Festival di Berlino 2019

Berlinale, giorno due.

 

A mezzogiorno dobbiamo essere al Berlinale Palast, per la prima proiezione della giornata.

Ma prima facciamo colazione. Ci avviciniamo alle bancarelle dello street food. Stavolta scegliamo la cucina messicana. Ci chiedono:

 

"Siete della stampa?"
"Sì"

"Allora magari potete farci un po' di pubblicità"

Ridiamo.

"Solo se è buono", rispondiamo. Ed è proprio buono.

Viva il Messico.

 

Arriviamo in sala.

Sala rossa, tende rosse, poltroncine rosse. No hay banda, mi viene da dire sovrappensiero.

Il giornalista coreano seduto affianco a me approva.

No hay banda, ripete, sorridendo.

 

A parte gli scherzi la sala è semplicemente imponente, enorme, spettacolare.

Impressionante.

Si percepisce chiaramente di far parte di un evento di proporzioni gigantesche. Il film è un film francese, di François Ozon.

Si chiama Grâce à Dieu. Si spengono le luci.

Cala il Silencio. Il silenzio, scusate.

 

Che dire, ci è piaciuto questo film di Ozon

 

 

 

 

"Ricordi cosa mi hai fatto, quando ero bambino, nel laboratorio di fotografia, nei sabati tra il 1983 ed il 1987?"

 

Grâce à Dieu è un film di denuncia.

Siamo in Francia, a Lione. Alexandre, ora sposato e con cinque figli, da ragazzino è stato vittima di abusi da parte del prete della propria chiesa.

 

Sono passati molti anni e ha apparentemente superato il trauma; ma quando viene a conoscenza che questo prete è ancora nel pieno delle proprie funzioni, e continua a lavorare a contatto con i bambini, decide di intervenire.

Da qui partirà una reazione a catena che porterà molte altre vittime a raccontare la propria storia, fino al coinvolgimento della stampa e delle istituzioni.

 

Differentemente dall'ottimo Spotlight, vincitore dell'Oscar per il Miglior Film nel 2016 e tematicamente simile, qui la narrazione adotta il punto di vista delle vittime e non assume mai davvero i contorni dell'inchiesta giornalistica.

 

L'analisi è posta dunque principalmente sugli effetti scaturiti dalle molestie nelle vite dei personaggi: psicologici, relazionali, religiosi, persino fisici.

 

A questa condizione si sovrappone la rabbia dei protagonisti nei confronti della reticenza delle rappresentanze ecclesiastiche francesi nel prendere una posizione forte sull'argomento; ma se questo triste aspetto era però forse pronosticabile, nella diegetica del film, probabilmente a colpire di più è invece una certa tendenza alla minimizzazione, timidamente vergognosa, proprio da parte di alcune famiglie degli allora ragazzini, mostrate nel film come talora restie a voler tornare sull'argomento, restie a entrare nell'occhio del ciclone, a tratti quasi un po' seccate dalla battaglia condotta dai propri familiari, spaventate dall'esposizione mediatica e dal possibile giudizio della società civile.

 

 



C'era il rischio di cadere nell'esagerazione stilistica, nel forzare troppo, nel voler cercare un coinvolgimento emotivo in maniera troppo ricercata e retorica.

Invece il film scorre in maniera elegante, equilibrata, con un'indignazione sempre presente, netta e inequivocabile, senza però mai risultare melodrammatica.

 

Quanto raccontato vive di forza propria, senza necessità di dover caricare ulteriormente la narrazione - peraltro, questo concetto viene espresso nel film stesso, in occasione della conferenza stampa programmata dalle vittime; in tal senso, vi si può dunque leggere una chiave di lettura stilistica dell'intera opera, a nostro parere centrata e d'impatto.

 

Si tratta di un film che farà discutere, tra i più chiacchierati anche prima dell'inizio della kermesse, e non saremmo sorpresi se risultasse infine premiato in qualche categoria nella cerimonia di premiazione che si terrà il 16 Febbraio - tra l'altro lo meriterebbe, perché la scrittura, densa e asciutta, è di quelle che lasciano il segno, in particolare nelle lunghe corrispondenze epistolari iniziali, e le interpretazioni sono tutte credibili e ben inquadrate.

 

[Tutte le immagini dell'articolo, compresa l'immagine di copertina, sono © Jean-Claude Moireau]

[Articolo a quattro mani redatto da Simone Colistra e Simone Braca, inviati per Cinefacts.it al Festival del Cinema di Berlino]

 

 

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